sito amatoriale di gusto e retrogusto

GRAZIE A TUTTI COLORO CHE CI SEGUONO REGOLARMENTE E CHE CONTRIBUISCONO A FAR CRESCERE IL NOSTRO SITO. DA PARTE NOSTRA CERCHEREMO ANCHE QUEST’ANNO DI PUBBLICARE ARGOMENTI INTERESSANTI E CURIOSI SPERANDO SEMPRE NEL VOSTRO INTERESSE.

I colori giallo e arancio rappresentano le Nazioni che per tutto il 2018 hanno consultato abitualmente, il nostro sito web.

IL 2018 HA INOLTRE VISTO CRESCERE IL NOSTRO SITO DI UN BUON 30% SIA A LIVELLO NAZIONALE SIA INTERNAZIONALE. A TAL PROPOSITO VOGLIAMO RINGRAZIARE GLI USA, IL REGNO UNITO, LA GERMANIA E LA FRANCIA CHE SI SONO RIVELATI I PIU’ FEDELI LETTORI, A LIVELLO INTERNAZIONALE.

CELLA VINARIA

Se non ti piace quel che facciamo,
non ci sono corde a trattenerti.

Platone

Le curiosità…..A livello botanico il pomodoro è considerato un frutto, così come la zucca, il cetriolo e il peperone. Ognuno di essi, infatti, contiene dei semi: questo è il reale motivo per il quale i pomodori appartengono alla grande famiglia della frutta.

Il vino e il fuoco

Il Simposio, per antonomasia concetto storico di riunione amicale che puo’ coinvolgere ognuno, senza badare a ceto sociale, cultura, idea politica, anzi, piu’ i concetti saranno contrastanti, più la discussione, che obbligatoriamente dovra’ animare il simposio, si rendera’ interessante.
Il fuoco scaldera’ la serata così come il vino.
Il fuoco animera’ la cena con il suo scoppiettio dell’ardere di legno e con la sua luce calda sempre in movimento, senza riferimenti.
Anche il vino animerà la serata facendo cadere le inibizioni di parola e di comportamento.
Farà muovere braccia e gambe e occhi e pupille e labbra, la mimica diventerà sempre piu’ innaturale e senza controllo cosi’ come senza controllo saranno le parole e i concetti.
Fuoco e vino sono gli ingredienti principali di un buon simposio ma ricordiamo che, come il fuoco e’ piacevole e caldo contenuto in un camino ma puo’ diventare pericoloso e fuori controllo quando e’ libero e non regolato anche il vino, tanto piacevole se guidato dal buonsenso, quanto temibile se male gestito.
Ogni cosa risulta buona, se misurata.

Storie di cantine, cavatappi e grandi personaggi. A noi piace mescolare la storia con il buon cibo. E il vino? Lega entrambe le cose.

Quando sei felice, bevi per festeggiare; quando sei triste, bevi per dimenticare; quando non c’è nulla per essere felice o essere triste, bevi per far accadere qualcosa.

Bukowski

Luoghi…ci sono tanti luoghi che rimangono nel cuore. Belli o meno belli ce li ricordiamo per sempre. Vogliate perdonarci se noi prediligiamo la nostra terra ma l’Italia e grande e nessuno può occuparsi di tutta. Il Piemonte è Monferrato, Langhe, Roero, Colline Novaresi, Vercellese, Biellese, Verbano, ognuno con storie, vini e cibi unici.

Storie: Con l’avvento del Cristianesimo la viticoltura ebbe ottimi protettori nei religiosi di ogni ordine e soprattutto nei Benedettini, in considerazione del valore simbolico che era attribuito al vino. Durante il Medioevo i conventi e le abbazie divennero veri e propri centri vitivinicoli. I vigneti venivano piantati scavando solchi profondi con l’aratro ed utilizzando dei “maglioli”, ossia tralci dell’anno prima, oppure barbatelle. Si usava anche il sistema della propaggine.

Quinci Bacco, Amarilli e quindi Amore
mi fan con dolci vezzi invito a’ baci;
l’un ne le belle tue labbra vivaci,
l’altro in bicchier di porporino umore.
D’egual bellezza son, d’egual valore,
e son ambo del par dolci e mordaci;
onde ancora non so qual prima io baci;
chè tra doppio diletto è dubbio il core.

Anonimo XVI sec.

Portatemi un bicchiere di vino, in modo che possa bagnare la mia mente e dire qualcosa di intelligente.

Storie: Il problema della conservazione, sorto nel II secolo con la sostituzione delle anfore sigillate con le botti di legno, si prolungò fino al XVII secolo, ossia fino a quando non s’introdusse l’uso delle bottiglie di vetro, ma principalmente del tappo di sughero. Fino ad allora, infatti, le bottiglie venivano chiuse con un tappo di legno avvolto nella stoppa.

E’ stato un monaco francese, Dom Pèrignon (1638-1715 d.C.), a scoprire nell’anno 1668, nell’Abbazia di Hautvillers nei pressi di Reims, il segreto della “champagnizzazione” e a produrre, servendosi di uve nere, il primo vino bianco spumante, da cui poi ebbe origine in Francia, nella Champagne, la produzione dello “Champagne”. Allora egli aveva costatato che i vini bianchi, soprattutto quelli prodotti con le uve Pinot, avevano tendenza a rifermentare in primavera con il ritorno dei primi caldi. Mise allora a punto una tecnica di ammostatura soffice e celere ed ebbe l’idea di fermentare il vino in bottiglia e in cantine interrate, per renderlo frizzante e mantenerlo giovane. Rimaneva, però il problema della fragilità delle bottiglie e della scarsa conoscenza del processo fermentativo e quindi del giusto dosaggio del residuo zuccerino per la presa di spuma.

Ricette e vini, abbinamenti e territorio, tradizione e novità, tutto fa parte della nostra cultura e, noi, senza eccedere, cercheremo di illustrare un po’ di tutto.

Bevo per rendere gli altri interessanti.

Nathan

Il nostro territorio non ha grande tradizione solo riguardo al buon cibo e grande vino, ma anche ricco di distillati storici di alta qualità…

 

Per fare un amico basta un bicchiere di vino, per conservarlo è poca una botte.

La Pistapauta, una storica grappa che per secoli ha accompagnato i soldati del Regno di Piemonte in mezzo al fango (pesta palta o fango).

Storie: Nell’epoca rinascimentale vi fu un grande interesse per i pregiati, forti, aromatici e dolci vini mediterranei. Ciò favorì l’esortazione e gli scambi commerciali con i Paesi del nord Europa, che prediligevano i suddetti vini. Oltretutto questi vini non inacidivano ed erano di facile conservazione. Si diffusero, pertanto, le viti a frutto più o meno aromatico, le cosiddette “uve greche”, particolarmente adatte, salvo rari casi, ai terreni a clima temperato-caldo, mentre elle regioni settentrionale, per ottenere i suddetti vini, si ricorse all’appassimento delle uve.

Tanti personaggi storici italiani hanno le loro radici nel novarese. Il loro ingegno a volte ha cambiato la storia nazionale, altre volte creato milioni di posti di lavoro ma, indubbiamente creato marchi mondiali, senza tempo.

INFERNOT di Fubine Monferrato AL

Storie: Nel XV e XVI sec. Venezia diventò il più grande mercato di vini del Mediterraneo. Essa non si limitava a importare e commercializzare Malvasia ma aveva anche il monopolio dei vini dell’Adriatico e dell’entroterra veneziano. Nella Dalmazia, a Istria, a Fiume e nelle isole circostanti era molto diffusa la malvasia e la pratica di appassire le uve per ottenere vini alcolici e dolci.

Nella sera allestite indi le mense
per le tende, cibar le opime carni
di scannati giovenchi e ristorarsi
del vino che recato avean di Lenno
molti navigli e li spediva Eunèo
d’Issipìle figliuolo e di Giasone.

Omero

L’ vin a l’e’ bon quand l’osta a l’e’ bela 
Il vino è buono quando l’ostessa è bella
Un gentile complimento alla padrona di casa.

Il vino è la spia dell’amore.
Negava di essere innamorato, Nicàgora,
ma i brindisi lo hanno smascherato.
Piangeva, con la testa tremante
e lo sguardo abbassato.
Mentre la ghirlanda lentamente
gli scivolava dal capo.

Asclepiade

Formagg, pan bianch e vin pur, a fan ‘l pols dur
Formaggio, pane bianco e vino puro, fanno il polso duro
Prodotti semplici che hanno accompagnato i nostri nonni e le nostre nonne attraverso le prove della vita.

 

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LE BOTTIGLIE E LA LORO STORIA

Come mai usiamo bottiglie da 75 cl

Sul perché si utilizzi proprio questo tipo di bottiglia esistono varie teorie, secondo una di queste tutto dipenderebbe dalla forza polmonare degli antichi vetrai che soffiavano il vetro. Quando infatti nel 1700 si cominciò a capire l’importanza di conservare il vino nel vetro si iniziò anche a produrre contenitori adatti a questo scopo, in particolare le bottiglie. I soffiatori però non riuscivano a soffiare bottiglie più grandi di 65-75 cl così, visto che si cercavano i recipienti più grandi possibili, si optò per le bottiglie da 75 cl. Secondo un’altra teoria invece questa particolare unità di misura viene utilizzata perché una bottiglia di questa grandezza contiene esattamente 6 bicchieri da 125 ml utilizzati nelle osterie. In questo modo gli osti potevano calcolare più facilmente quante bottiglie sarebbero servite ai loro avventori in base al numero di questi. Altri ancora sostengono che questa unità di grandezza deriva dagli inglesi che misuravano il volume in galloni imperiali. Ogni cassa di vino poteva contenere solo 2 galloni e gli inglesi decisero di inserire 12 bottiglie per ogni cassa…0,75 per ogni bottiglia!

I tipi di bottiglie in commercio

Come visto nelle pagine precedenti, le bottiglie da vino possono avere forma diversa a seconda del loro utilizzo. I nomi delle bottiglie da vino sono legati alla loro origine geografica.

  1. BORDOLESE: la bottiglia bordolese, originaria della zona di Bordeaux, è la bottiglia più diffusa in commercio. È solitamente scura per i vini rossi mentre generalmente trasparente o verde chiaro per quelli bianchi.

  2. BORDOLESE A SPALLA ALTA: deriva dalla precedente, questa forma dona un’eleganza maggiore e quindi viene usata per vini particolari, soprattutto passiti.

  3. CHAMPAGNOTTA: indicata per spumanti metodo classico o Champagne. Il vetro di questa bottiglia ha uno spessore maggiore in quanto deve resistere alla pressione esercitata dall’anidride carbonica disciolta nel vino.

  4. CHAMPAGNE CUVEE: variante della precedente, con base più allargata e collo più lungo.

  5. RENANA O ALSAZIANA: ideale per la conservazione di vini bianchi, questa bottiglia si presenta con una forma cilindro-conica maggiormente allungata e affusolata. Questo tipo di bottiglia proviene dall’area vinicola del Reno, in Germania.

  6. MARSALESE: come ricorda il nome, questa è la bottiglia utilizzata per la conservazione del Marsala. Il vetro è marrone scuro o nero.

  7. ALBEISA: è usata generalmente per la conservazione di vini rossi del Piemonte. La bottiglia è scura per permettere un migliore affinamento del prodotto.

  8. BORGOGNA O BORGOGNOTTA: questa bottiglia di colore verde era in origine utilizzata per la conservazione dei grandi vini della Borgogna. Caratterizzata da una forma cilindro-conica, viene utilizzata indifferentemente per vini bianchi e rossi.

  9. BOCKSBEUTEL O PULCIANELLA: ha forma panciuta e di colore verde. Poco diffusa, è usata per i vini rossi della Franconia o per alcuni fini frizzanti Portoghesi.

  10. PORTO: usata generalmente per vini liquorosi iberici come il Porto o lo Sherry, essa si presenta spesso con diverse tonalità di verde o marrone.

  11. ANFORA: (non nella foto) è utilizzata generalmente in Francia per l’imbottigliamento dei vini della Provenza. In Italia è diventata simbolo del  Verdicchio.

ALBEISA La storia della bottiglia italiana più usata

La Bottiglia Albeisa nasce sul finire del 1700 per volontà dei produttori della zona albese che, desiderosi di avere una bottiglia unica e riconoscibile, una “B.O.C.G.”, per i propri vini, fanno produrre dai mastri vetrai delle antiche Vetrerie di Poirino, appena fuori i limiti della città di Torino, una nuova bottiglia che soddisfi le loro ambizioni.

Nasce così una bottiglia, realizzata a mano, pezzo per pezzo, un po’ borgognotta, un po’ bordolese, diversa dalle due francesi ma simile per diametro ed altezza. Il suo utilizzo è diffuso, la zona cresce e i produttori sono felici di poter utilizzare con maggior frequenza un contenitore di vetro che, fino a quel momento, era un lusso riservato alla sola nobiltà.
L’avvento dell’industrializzazione del vetro, da lì a poco, rende difficile la produzione ed il rifornimento di questo prodotto, mentre nuovi grossi impianti in tutta Europa riescono a garantire alle aziende di vino nuove forme più regolari, resistenti ed economiche. È così che, nel giro di qualche decennio, l’originale bottiglia Albeisa trova sempre meno spazio, fino a smarrirsi tra le pagine della storia di queste terre..

La rinascita del mito. È nel 1973 che la “B.O.C.G.” delle Langhe torna a rivivere. Grazie all’intuizione di 16 produttori albesi, ispirati dal visionario Renato Ratti, la bottiglia ALBEISA viene riprodotta e regolamentata tramite un preciso Statuto che mai prima era stato messo in atto per disciplinare e controllare l’utilizzo di un contenitore. L’innovazione, unica nel suo genere, non è quella di riprodurre una vecchia bottiglia ma quella di legarla ad un territorio e di regolamentarne il suo utilizzo all’interno del territorio stesso. La nuova versione del 1973 riporta in modo chiaro ed esplicito il suo nome, grazie ad un rilievo sul vetro ripetuto per 4 volte ad altezza della spalla, in modo da poterlo scorgere da qualsiasi parte la si guardi. Il suo utilizzo è tutelato dall’”Associazione dei Produttori dell’Albese” che ne indica la possibilità di impiego; nonché fornisce un dettaglio sulle varietà e le DOC/DOCG che essa può contenere. Un legame forte e diretto tra quello che Le Langhe producono ed il contenitore con il quale questo prodotto viaggia per il Mondo fino a deliziare le tavole di tutti e 5 i Continenti. Un percorso iniziato nel lontano 1973 da 16 temerari viticoltori che oggi raggruppa oltre 300 associati e quasi 17 milioni di bottiglie. Un esempio di successo e di visione lungimirante dei produttori di queste splendide colline.

Formati e nomi delle grandi bottiglie di vino

La quantità di vino all’interno di una bottiglia, come ho già scritto sopra è di 0,75 litri, e la possiamo tranquillamente considerare come l’unità di misura delle bottiglie di vino in commercio. Come vedremo tutti gli altri formati sono multipli della bottiglia di vino standard. Multipli o frazioni per l’esattezza, perché in commercio esistono anche bottiglie di vino piccole, più piccole della bottiglia standard. In generale, nei formati più grandi vengono conservati i grandi vini, i vini in assoluto migliori, quelli più pregiati, quelli che si bevono nelle grandi occasioni. Il vino nelle grandi bottiglie si conserva meglio, ed è per questo che sono ricercate dai grandi collezionisti di vino di tutto il mondo. Come è facile immaginare il prezzo di queste bottiglie di vino pregiato crescono al crescere del formato, ma la crescita è più che proporzionale. Le bottiglie più grandi infatti sono anche le più rare, e più una cosa è rara e più costa. Tradizionalmente sono soprattutto gli Champagne ad essere imbottigliati nei formati più grandi, mentre i vini tranquilli, al contrario, vengono messi principalmente nei formati “minori”, quali il Magnum e il Doppio Magnum. Ma vediamo adesso di scoprirne i formati e i nomi in uso tra gli appassionati di vino.

Leggendo la lista dei nomi delle grandi bottiglie di vino, salta subito agli occhi che tanti nomi si rifanno a famosi nomi biblici di grandi Re. La scelta di tali nomi non è casuale, ma anzi voluta. Le bottiglie più grandi infatti, sono tradizionalmente legate allo champagne, e pertanto alle feste e ai grandi eventi ricchi di sfarzo. Ecco perché gli antichi commercianti di Champagne diedero sin da subito ai grandi formati i nomi di grandi Re e sovrani dell’antichità.

La bottiglia da un litro e mezzo è la più diffusa fra i formati particolari, il suo nome riporta subito ad una concezione di grandeur che è enfatizzata ancora maggiormente man mano che si sale lungo la invitante scala dei formati speciali. Il termine grandeur non è casuale, poiché la diffusione di bottiglie giganti è storicamente legata allo champagne. Grandi contenitori per grandi occasioni, spesso ricche di sfarzo. Ecco allora che le grandi bottiglie hanno nomi che richiamano maestosi sovrani e personaggi dell’antichità: Salomone, Matusalemme fino al quasi impronunciabile Nabuchodonosor.

Di seguito un veloce riepilogo di nomi e formati:

  • Demie 0,375 litri (1/4 bottiglia)
  • Standard 0,75 litri (1 bottiglia)
  • Magnum  1,5 litri (pari a 2 bottiglie da 75cl)
  • Jéroboam  3 litri (4 bottiglie)
  • Réhoboram  4,5 litri (6 bottiglie)
  • Mathusalem  6 litri (8 bottiglie)
  • Salmanazar  9 litri (12 bottiglie)
  • Balthazar  12 litri (16 bottiglie)
  • Nabuchodonosor  15 litri (20 bottiglie)
  • Salomon  18 litri (24 bottiglie)
  • Primat  27 litri (36 bottiglie)
  • Melchizedec  30 litri (40 bottiglie)

Tuttavia la dimensione delle bottiglie non è determinante solo sull’estetica dell’acquisto, ma influisce pesantemente sui processi di affinamento del vino. Bisogna infatti ricordare che, così come una mela separata dall’albero continua a maturare, il vino è un prodotto vivo, in continua evoluzione. Per cui necessita di essere tutelato dall’azione dell’ossigeno. A questo proposito il tappo di sughero svolge una funzione fondamentale: garantisce il corretto interscambio fra contenuto della bottiglia e atmosfera esterna facendo passare solo poche particelle di ossigeno, perché anche evitare completamente il contatto con l’ossigeno non è una buona mossa.

Va da sé quindi che le bottiglie più capienti siano le più adatte all’invecchiamento, perché la quantità di ossigeno che riesce ad introdursi è minore se rapportata alla quantità di vino presente. Ciò consente una maturazione più lenta ed uno sviluppo migliore delle caratteristiche organolettiche del prodotto. Nell’enologia velocità non fa quasi mai rima con qualità, per cui se prevedete di conservare a lungo una bottiglia, è preferibile rivolgere l’attenzione a formati più grandi, che oltre al palato sapranno deliziare gli occhi.

Bottiglie grandi formati e curiosita

Al crescere del formato cresce anche il peso della bottiglia, e di conseguenza diventa difficile maneggiarla, se non addirittura impossibile. Le bottiglie di Champagne per esempio sono già di loro più pesanti del normale, e già con il formato speciale da 6 litri come il Réhoboam si superano i 10 kg. Adesso provate ad immaginare quanto difficile può essere versare il suo prezioso contenuto in un bicchiere, o aprire la bottiglia con la sciabola (Sabrage) senza fare danni?! Tranquilli una soluzione esiste già! Per le bottiglie più grandi e pesanti esistono in commercio speciali accessori che possono essere di aiuto per tenere la bottiglia e contemporaneamente versare il vino nei bicchieri in tutta sicurezza.

Perchè spesso il fondo è rientrante o a campana

Perché il fondo fatto in questo modo (a “campana”) consente di raccogliere i depositi del vino. Probabilmente però questo tipo di bottiglia è nato per lo champagne: garantisce infatti anche una maggiore resistenza meccanica della bottiglia. Infatti, il fondo a campana poteva essere realizzato con un vetro più sottile resistendo ugualmente alla pressione dei gas contenuti nello champagne.

Un fondo esplosivo. Il fondo “rientrante” è stato inventato nel IV secolo e oggi è comune a tutte le bottiglie di vini e di champagne. Con qualche eccezione: tra queste lo champagne francese Louis Roederer di tipo “Cristal”, che fu creato nel 1876 appositamente per Alessandro II di Russia, zar dal 1855 al 1881; gli zar infatti avevano un debole per i vini di questa casa. Alessandro chiese che la bottiglia avesse il fondo piatto e fosse trasparente (per questo venne realizzata in cristallo, da cui il nome). Il motivo? Era preoccupato che nel fondo a campana della bottiglia, o al suo interno, qualcuno potesse nascondere una bomba per assassinarlo.


Origine dei nomi dei Grandi vini del Piemonte

Il vino è forse il maggiore orgoglio di tutto il Piemonte a livello internazionale: sia quando viaggiamo per l’Italia, sia quando andiamo all’estero, sappiamo che a livello enologico possiamo vantarci di provenire da una delle regioni mondiali migliori dal punto di vista della tradizione e della produzione vitivinicola. Dal Barolo al Grignolino, dalla Barbera al Nebbiolo, i nomi dei vitigni piemontesi sono noti davvero in tutto il mondo. C’è un aspetto dei vini piemontesi che, tuttavia, è poco noto anche a chi ama berli o degustarli: da dove derivano i loro nomi? Ecco una selezione (dato il tema bisognerebbe forse dire una cantina) dei più noti vini del Piemonte con la storia dei loro nomi.

(Roero) Arneis. Questo vino è originario di Canale d’Alba, nel Cuneese. Il nome del vitigno ha un’origine incerta: secondo alcuni deriva direttamente dal nome del monte Renesio (Renexij) posto a guardia dei vitigni della zona di Canale d’Alba; secondo altri deriva dal termine piemontese “arneis” o “arnais” che significa “burbero, scontroso”, un po’ come il carattere di questo vino.

Barbaresco. Il nome di questo vino è ovviamente legato in maniera indissolubile al Comune di Barbaresco, un borgo di meno di mille abitanti in provincia di Cuneo. Qui abitavano popolazioni celtiche liguri, circondati da un bosco: quando i Romani colonizzarono il territorio, abbatterono l’antico bosco e lo fecero coltivare a uva, il cui nome deriva proprio dalla “barbarica silva”, il bosco dei barbari antecedenti ai Romani.

Barbera. Il nome della Barbera (rigorosamente al femminile) ha un’origine che risale al periodo tra 1246 e 1277: nella chiesa di Sant’Evasio, a Casale Monferrato, i canonici affittavano lotti di 4 campi ai contadini, affinché fossero lavorati e vi fossero collocate piante “de bonis vitibus Berbexinis”, ovvero di viti berbesine, specie di uva coltivata nella zona fin da prima dell’anno Mille e connessa a cognomi storici piemontesi come Barbero, Barberi e Barberis.

Barolo. Viene considerato il vino più nobile del Piemonte, e in effetti la sua storia ha a che fare con l’aristocrazia: a inizio Ottocento, la sua produzione fu avviata dai marchesi Falletti di Barolo; un giorno la marchesa ne offrì 300 carrà (botti da carro) al re Carlo Alberto, che apprezzò tanto da voler acquistare un proprio vitigno. “Barolo” deriva da Villa Barogly, il nome con cui fu indicato nel 1200 il castello di Barolo.

Dolcetto. Questo è forse il vino piemontese più consumato oggi. La sua origine si perde al confine tra la nostra regione e la Liguria, mentre sul suo nome parrebbe evidente la radice della parola dolce, a indicarne la dolcezza oppure anche la morbidezza del gusto. Tuttavia, secondo un’altra ipotesi deriverebbe da “dosset” nel senso di collina.

Erbaluce. Questo vino, tipico del Canavese (in particolare di Caluso), ha una storia che risale al 1606, quando fu nominato in un libro di Giovan Battista Croce, gioielliere presso il duca Carlo Emanuele I. Il nome di questo vitigno deriva dal colore che assumono gli acini in autunno: i riflessi rosati e caldi si fanno più intensi, ambrati, nelle parti esposte al sole.

Freisa. Storicamente, la prima volta che il nome di questo vino comparve risale al 1517, quando ne furono registrate delle casse all’ingresso della dogana di Pancalieri: le botti di “fresearum” erano tra i vini nobili, e il prezzo era il doppio del vino normale. Quanto al suo nome, l’etimologia è nella parola francese “fraise”, che significa fragola, il cui sentore si percepisce gustando un bicchiere di Freisa.

Gavi. Il Cortese di Gavi, o semplicemente il Gavi, è uno dei vini bianchi più antichi e noti. La sua origine risale al Medioevo, e precisamente al 972, quando il primo documento storico ne testimoniò la produzione. Il nome deriva dal Comune alessandrino, e l’etimologia rimanda a un’antica lingua ligure in cui Ga significa terra e Va significa buca, a indicare un territorio ricco di grotte.

Ghemme. Vino originario del Novarese, in particolare proprio del Comune di Ghemme. La prima testimonianza del Ghemme è un’iscrizione romana sulla lapide di Vibia Earina, di proprietà di Vibio Crispo, senatore romano ai tempi dell’imperatore Tiberio. I Romani possedevano in queste terre delle vigne modello che coltivavano seguendo regole stabilite in tutte le fasi di produzione: il nome latino della località – pagus Agamium – fa invece riferimento agli Agamini, popolazione celtica che viveva qui prima dei Romani.

Grignolino. Due le ipotesi per l’etimologia del nome di questo vino, anch’esso derivato dalle viti berbesine del Monferrato. Da una parte l’ipotesi della parola astigiana “grignole” che indica i semi nell’acino, numerosi in questa varietà. Dall’altra, ma sempre con riferimento all’astigiano, “grignare” che significa ridere, l’effetto che induce un bicchiere di Grignolino.

Moscato. Anche se i moscati piemontesi sono tra i più noti e apprezzati, il vitigno e il vino moscato hanno un’origine molto lontana, addirittura nel bacino medio-orientale del Mediterraneo. Furono gli antichi Greci a portare questo vitigno nella Magna Grecia italiana, mentre successivamente i Veneziani lo hanno diffuso nel nord italiano ed europeo. Il nome di questo vino non deriva dalle mosche, bensì dal muschio, per via dell’aroma appunto muschiato che sprigiona.

Nebbiolo. Le uve nebbiolo sono usate per barbera e barolo, ma anche per un vino che porta lo stesso nome. Quanto al nome, due le ipotesi principali, entrambe collegate alla nebbia: o per definire l’aspetto dell’acino, scuro, ma appannato (annebbiato); o per indicare la maturazione molto tardiva delle uve, che porta spesso a vendemmiare nel periodo delle nebbie autunnali.

Ruché. Questo vino è originario di Castagnole Monferrato. Quanto al suo nome, anche in questo caso due teorie in alternativa: o dalla chiesetta di San Roc (Rocco), nei pressi dei primi vigneti; o dalla rocca ben soleggiata che ospitava le prime vigne.

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