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Cella Vinaria

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Quali sono i 10 borghi più belli del Piemonte, la classifica:

Classifica 2019

Ricetto di Candelo (Biella)
Orta San Giulio (Novara)
Neive (Cuneo)
Vogogna (Verbano-Cusio-Ossola)
Garessio (Cuneo)
Mombaldone (Asti)
Garbagna (Alessandria)
Monforte d’Alba (Cuneo)
Ostana (Cuneo)
Cella Monte (Alessandria)

 

Dritti e sinceri, sono veramente come appaiono. Teste quadre, polso fermo e fegato sano. Parlano poco, ma sanno cosa dicono. E anche se camminano adagio, vanno lontano. Fabbri, muratori, selciatori, minatori e contadini, carradori e fabbri ferrai, anche se a loro piace gargarizzare qualche bottiglia di vino, non c’è nessuno che li superi nel lavoro.

Nino Costa

Nino Costa poeta dialettale per passione, ma laureato in medicina veterinaria e bancario di professione illustra, con parole semplici ma di una limpidezza affettuosa il carattere dei tanti nostri connazionali provenienti dal Piemonte e che tra fine Ottocento e inizio Novecento andarono a ingrossare la fiumana italica che si riversò in Sud America in cerca di fortuna. Gente semplice, che non inseguiva miraggi ma il desiderio di reinventarsi un’esistenza, affascinatr dalla prospettiva di grandi spazi, di una terra vergine, di potenzialità che sembravano infinite. I resoconti storici sono pieni delle loro peripezie di insuccessi e di grandi conquiste. Ci fu chi sgobbò tutta la vita nell’anonimato, ma anche chi si inserì talmente bene nel tessuto del continente da dare il proprio nome addirittura a un quartiere di Buenos Aires. Nulla però più di questa semplicissima lirica li descrive a pieno. E non per nulla questi versi hanno un testimonial d’eccezione. Papa Bergoglio, nipote di Giovanni e Rosa, piemontesi, sbarcati a Buenos Aires il 14 febbraio del 1929, li conosce a memoria e li tiene sempre con sé assieme al breviario.

“Mettere su la pasta” è una cosa semplice? Lo sanno fare tutti? Forse, ma ricordiamo di rispettare la regola: 10, 100, 1000…ossia: 10 grammi di sale, 100 grammi di pasta e 1 litro d’acqua. Non sbaglieremo più.

IL MONFERRATO, UN LUOGO UNICO DA VISITARE IN OGNI STAGIONE.

Ottimo cibo, buon vino, storie e castelli, luoghi nobili e case militari, forti e manieri, ville e cantine, ci faranno immergere in un mondo unico collegato dal piacere della scoperta.


IL “MAGNIFICO” NEBBIOLO. Considerato storicamente vitigno di altissimo pregio, il Nebbiolo ha dimostrato una rara dote di “fedeltà” alla propria terra d’origine. Ad oggi sono le Langhe e il Roero a dare i migliori risultati qualitativi con i vini prodotti da questa varietà. Ma ottimi esiti si hanno anche nell’alto Piemonte e in Valtellina, dove il Nebbiolo è chiamato “Chiavennasca“. In realtà la superficie complessiva dedicata in Piemonte al Nebbiolo, pur considerando tutte le aree in cui è presente, non supera il 3% del totale; un’inezia, ma quando si parla di Nebbiolo il discorso quantitativo diventa decisamente secondario rispetto al prestigio. E’ presente con una certa intensità anche nella bassa Valle d’Aosta e nella Franciacorta, in Lombardia.

Rientra, in purezza e combinano nelle seguenti denominazioni:  Barbaresco DOCGBarolo DOCGGattinara DOCGGhemme DOCGRoero DOCGAlba DOCAlbugnano DOCBoca DOCBramaterra DOCCalosso DOCCanavese DOCCarema DOCColli Tortonesi DOCColline Novaresi DOCColline Saluzzesi DOCCoste della Sesia DOCFara DOCLanghe DOCLessona DOCMonferrato DOCNebbiolo d’Alba DOCPiemonte DOCPinerolese DOCSizzano DOCTerre Alfieri DOCValli Ossolane DOC.

storie: Nell’epoca rinascimentale vi fu un grande interesse per i pregiati, forti, aromatici e dolci vini mediterranei. Ciò favorì l’esortazione e gli scambi commerciali con i Paesi del nord Europa, che prediligevano i suddetti vini. Oltretutto questi vini non inacidivano ed erano di facile conservazione. Si diffusero, pertanto, le viti a frutto più o meno aromatico, le cosiddette “uve greche”, particolarmente adatte, salvo rari casi, ai terreni a clima temperato-caldo, mentre elle regioni settentrionale, per ottenere i suddetti vini, si ricorse all’appassimento delle uve.

NOVARESI NELLA STORIA:

Tanti personaggi storici italiani hanno le loro radici nel novarese. Il loro ingegno a volte ha cambiato la storia nazionale, altre volte creato milioni di posti di lavoro ma, indubbiamente creato marchi mondiali, senza tempo.

Fatti di un tempo: Nel XV e XVI sec. Venezia diventò il più grande mercato di vini del Mediterraneo. Essa non si limitava a importare e commercializzare Malvasia ma aveva anche il monopolio dei vini dell’Adriatico e dell’entroterra veneziano. Nella Dalmazia, a Istria, a Fiume e nelle isole circostanti era molto diffusa la malvasia e la pratica di appassire le uve per ottenere vini alcolici e dolci.

Nella sera allestite indi le mense
per le tende, cibar le opime carni
di scannati giovenchi e ristorarsi
del vino che recato avean di Lenno
molti navigli e li spediva Eunèo
d’Issipìle figliuolo e di Giasone.

Omero

L’ vin a l’e’ bon quand l’osta a l’e’ bela 
Il vino è buono quando l’ostessa è bella
Un gentile complimento alla padrona di casa.

Il vino è la spia dell’amore.
Negava di essere innamorato, Nicàgora,
ma i brindisi lo hanno smascherato.
Piangeva, con la testa tremante
e lo sguardo abbassato.
Mentre la ghirlanda lentamente
gli scivolava dal capo.

Asclepiade

Formagg, pan bianch e vin pur, a fan ‘l pols dur
Formaggio, pane bianco e vino puro, fanno il polso duro
Prodotti semplici che hanno accompagnato i nostri nonni e le nostre nonne attraverso le prove della vita.


Come si diventa esperto di vino? Più o meno…

noi tutti vogliamo essere esperti in qualcosa. In questo caso ci vuole passione, concentrazione e un bicchiere sempre pronto. Tutto inizia con i sensi. È un’esperienza che utilizza le tue conoscenze che si sviluppano nel corso degli anni. Ad ogni sorso è importante riconoscere le diverse caratteristiche di ogni vino, portando il palato più vicino ad una maggiore consapevolezza.È importante ricordare che cosa ti è piaciuto e che cosa non ti è piaciuto quando degusti un vino. Forse può essere utile prendere appunti o creare un registro che aiuti a rintracciare i sapori, colori e profumi che ti sono piaciuti, ma anche quelli che non fanno per i tuoi gusti. Dopo tutto, la prossima volta sceglierai di bere quello che più hai amato. Ora è il momento di fare il vero lavoro, godersi la degustazione e il suo abbinamento perfetto. L’importante è l’umiltà, non si può nascere “imparati” come si sente dire, bisogna applicarsi, ascoltare, leggere e provare. Non sempre i nostri gusti sono il gusto di tutti e, non sempre quello che ci hanno insegnato i nostri amici è quello che in realtà, pensa l’esperto. L’Italia è una nazione con tante possibilità viti-vinicole ma, spesso, a seconda delle zone, ci sono gusti e preferenze diverse. Rispettiamole e così potremo imparare e divertirci con il vino. Non ascoltiamo la massa ma facciamoci un’idea in base alle nostre esperienze, proviamo, frequentiamo e non scendiamo a compromessi; il prosecco? Non è il re dei vini, è semplicemente una realtà di moda. Il rosso, il rosato o il bianco? Nessuno è meglio dell’altro, sono ottimi tutti nel contesto giusto. Regione e territorio? Nessuno prevale, ognuno ha prodotti adatti al territorio e a realtà mirate. Carne o pesce? Dipende dai gusti, non esiste una realtà assoluta. Nord, Centro o Sud? Ottimi territori tutti ma le crociate territoriali sono bandite. 

Consigli per diventare esperto di vino.

Apri i sensi e preparati a essere consapevole di ciò che stai guardando, annusando e degustando. È ora di fare un’analisi sensoriale completa.

Colore del vino. Le prime impressioni sono importanti, anche in fatto di vino. Il colore del vino non è solo rosso, bianco o rosato, al contrario ha molte sfumature. I vini rossi possono avere riflessi violacei e i vini bianchi paglierini o giallo dorato. Il colore del rosso può variare dal rosa tipico di un rose’ fino a un colore profondo quasi opaco. Il colore del vino può anche farci risalire alla sua età. In generale, i vini bianchi diventano più scuri con il passare del tempo, mentre i vini rossi diventano più chiari. Il rivolo giallo/marrone che si può notare a volte sui bordi del vetro del calice può essere un segnale che indica che il vino ha perso le sue caratteristiche ottimali.

Colore del vino. Per valutare la limpidezza, inclina il calice a 45 gradi su una superficie bianca. Per determinare il livello di gradazione alcolica solleva il bicchiere verso la luce e tenendo una leggera angolazione, agita il vetro in modo che il vino ne rivesta le pareti. A questo punto noterai dei piccoli rivoli lungo il lato del bicchiere, si tratta dei tipici archetti che si formano a causa della glicerina presente e che indicano il contenuto di alcol; più sono spessi, più un vino è alcolico.

L’odore del vino. La complessità aromatica è costituita da tutti i profumi che possono essere presenti in un vino. Per non interferire con l’aroma, impugna il calice dallo stelo, porta il bicchiere vicino al naso e inspira profondamente. Ruota il calice e inspirando di nuovo cerca di riconoscere le note che caratterizzano il vino, come fiori, spezie, erbe aromatiche. -L’analisi olfattiva può anche determinare l’età del vino. I vini maturi sono generalmente caratterizzati da una maggiore intensità olfattiva e un bouquet ricco e ampio, i vini giovani invece tendono ad essere più fruttati.

Degustare il vino. Sorseggiare il vino può essere la parte più eccitante, in quanto ora si combinano tutti i sensi. In questa fase, le caratteristiche riconosciute dalle papille gustative sono: l’amarezza, la dolcezza e l’acidità. La dolcezza di un vino è di solito percepita per prima, per poi trasformarsi in un retrogusto amarognolo. Un buon livello di dolcezza con grande persistenza al palato è sinonimo di alta qualità, mentre la predominanza di note amare non è quasi mai un buon segno. I tannini producono un senso di ruvidità e secchezza, che ben si sposa con piatti succulenti e molto sugosi oppure liquidi come le zuppe. I tannini sono presenti nelle bucce e nei semi dell’uva, per questo il vino rosso, dato che le sue bucce vengono tenute più a lungo nel processo di fermentazione, ha tannini più alti rispetto al vino bianco. Questi sono i tre sensi più importanti che ti aiuteranno a diventare l’esperto di vino a cui stai ambendo. Il mondo del vino è così vasto, con una lista infinita di tipi di uva, regioni, terreni, che tutte insieme creano il delizioso succo che tanto amiamo versare nei nostri calici.

1) NON è necessario riconoscere i vini alla cieca come cani da tartufo.
2) NON è necessario conoscere tutte le etichette di tutte le annate di tutte le denominazioni di tutto il mondo.
3) NON è necessario avere una cantina ben fornita.
4) NON è necessario avere un super-naso, super-papille o più in generale super-poteri. (Tutte cazzate).
5) NON è necessario avere amici che ricadano nelle categorie 1), 2), 3), 4).

Diventare buoni esperti di vino non è diverso dal diventarlo di altre discipline come cinema, musica o teatro. Basta solo seguire alcuni passaggi obbligati:

1) Formazione: dotarsi degli strumenti.
Per apprezzare una cosa bisogna capirla e per capirla bisogna sapere cosa e come cercare. Quindi per apprezzare un bicchiere di vino bisogna studiare? Un po’ sì, per apprezzarne certe sfumature può aiutare. Fare un corso sul vino, dotarsi di una grammatica, strutturare le proprie percezioni e l’elaborazione su di esse è una condizione importante ma non sufficiente.

2) Confronto: affinare gli strumenti.
Ok, hai il tuo diplomino da sommelier e pensi di essere il re del mondo. In verità, non sai un cazzo. O meglio: ti illudi di sapere a grandi linee un po’ di tutto ma il problema è che la bellezza sta nelle linee sottili, dettagli e sfumature che distinguono questo da quello, scarti minimi di senso che aprono squarci sulla bellezza di un vino (o sulla banale bruttezza di un altro). L’unico modo per tararsi è bere insieme ad altre persone e sparare qualche cavolata in allegria, confrontarsi con esperti quando possibile e sentire come la pensano (partendo dal presupposto che dargli credito è giusto ma prenderli per oracoli sbagliatissimo, sempre). Studiare teoricamente, esplorare luoghi, mettere accanto liquidi è un intreccio di pratiche divertente e suggestivo, molto accattivante. Ma non basta ancora.

3) Espressione: personalizzare gli strumenti.
È senza dubbio la parte più delicata. Hai studiato, ti confronti, bevi e ribevi ma… Qual è il tuo gusto? Avere un gusto proprio, formato, consapevole, solido e coerente è la parte più divertente dell’essere appassionati di vino, e anche quella più difficile: significa esporsi, esprimere la propria soggettività e motivarla, uscire dal coro se necessario e rischiare in proprio: è esattamente il motivo per cui molti preferiscono stare nel gregge fermandosi al punto 2), non sbilanciarsi, non scontentare nessuno.

Secondo alcuni è solo una moda, per altri è la riscoperta delle nostre radici e tradizioni, fatto sta che sempre più persone in tutta l’Italia, si muovono alla scoperta o, alla riscoperta, del vino frequentando corsi di degustazioni, visitando cantine e organizzando le proprie vacanze scegliendo luoghi tradizionalmente votati alla produzione vitivinicola.

Figura di riferimento per tutti questi appassionati è sicuramente il sommelier. 

Chi è il sommelier? Il Sommelier è una figura di esperto al quale rivolgersi per le notizie sulle caratteristiche dei vini e degli abbinamenti. Un bravo sommelier è in grado di fornire risposte a domande di vario genere sul vino, dalle caratteristiche organolettiche agli abbinamenti gastronomici. Ovviamente il vino è una materia in continua evoluzione, nascono sempre nuove cantine, le tecnologie apportano aiuti sempre nuovi e, per questo, un buon sommelier deve essere sempre aggiornato.

Come si diventa sommelier? Per diventare sommelier è necessario frequentare un corso di formazione apposito, organizzato da associazioni riconosciute e che prevedono il superamento di un esame finale. Diventare sommelier è un lungo percorso ma, chi volesse saperne di più sul vino senza diventare necessariamente un esperto, può pensare di frequentare un corso di degustazione. Ne esistono di vari tipi e costi ma la cosa fondamentale è ricordare di fare tanta pratica e in modo costante.

Diventare sommelier è un lungo percorso ma, chi volesse saperne di più sul vino senza diventare necessariamente un esperto, può pensare di frequentare un corso di degustazione. Ne esistono di vari tipi e costi ma la cosa fondamentale è ricordare di fare tanta pratica e in modo costante.

  1. Vero appassionato. Sembra scontato ma lo è molto meno di quello che potrebbe sembrare. Il sommelier, infatti, si diploma dopo aver seguito un corso più o meno lungo e aver assaggiato parecchi vini. Ma questo non basta. Quando il neo sommelier ritira il suo diploma non è che all’inizio della sua carriera. Per diventare davvero un buon sommelier, infatti, la strada è ancora lunga. Bisogna continuare ad assaggiare, leggere e studiare. E per farlo una grande passione è indispensabile.
  2. Attento osservatore. Conosco persone che assaggiano o più semplicemente bevono vino ogni giorno. Ma lo fanno senza la necessaria attenzione e non acquisiscono mai una vera esperienza. Il bravo sommelier, al contrario, quando assaggia un vino dedica sempre qualche secondo all’analisi di quello che sente. Annota mentalmente o su carta le proprie sensazioni e arricchisce il suo bagaglio di esperienze. Questo non vuole dire che un sommelier non possa mai bere per il semplice piacere di condividere una bottiglia con amici. Ma già che c’è, perché sprecare un’ulteriore occasione di arricchimento personale? Ovviamente in certe situazione è meglio evitare di ammorbare tutti i presenti con le proprie riflessioni e supposizioni. Ma questo è un altro discorso…
  3. Buon comunicatore. A che cosa serve accumulare tanta esperienza se poi non si è in grado di condividerla con gli altri? Il sommelier deve essere prima di tutto capace di descrivere un vino con parole semplici e comprensibili. Chi che ascolta la descrizione di un vino fatta da un sommelier deve essere in grado di capire se quella bottiglia è adatta a lui. Ma non solo. Il sommelier deve saper raccontare le storie che stanno dietro a ogni etichetta. Deve conoscere i territori, i vitigni, le tecniche e magari anche i vignaioli che hanno lavorato per mettere sullo scaffale quella particolare bottiglia.
  4. Buona forchetta. Amare la cucina è un’altra delle caratteristiche essenziali per un buon sommelier. Perché parte importante del suo lavoro è anche quello di consigliare il vino giusto da abbinare a un certo piatto. E al di là delle regole che si imparano durante i corsi, non c’è nulla di meglio dell’esperienza personale per dare certi consigli.
  5. Naturalmente curioso. La quinta dote del bravo sommelier è un po’ la somma di tutto quello che abbiamo detto fin qui. La curiosità, insieme alla passione e al metodo, è la caratteristica che permette all’appassionato di vino di fare il salto di qualità. Solo grazie alla curiosità si può andare oltre l’etichetta e scoprire tutto quello che c’è da scoprire attorno a una bottiglia di vino.

Se siete giunti fino a questo punto, e siete ancora convinti di voler diventare dei sommelier, non vi resta che scegliere il vostro corso. In Italia le associazioni serie sono tante e c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Io, per esempio, ho seguito un corso professionale con Fondazione Italiana Sommelier che ha sedi in tutte le regioni e corsi impegnativi ma di ottimo livello

 

La Fragola. Anche se dal punto di vista nutrizionale contengono vitamine e minerali, le fragole sono considerate dalla botanica un falso frutto, o meglio, un frutto composto. I veri frutti sono i semini gialli che si trovano sulla sua superficie, detti anche acheni. In media ogni fragola avrà circa 200 acheni. La famiglia a cui appartiene è la stessa delle rose: se ci avviciniamo ad una pianta in piena fioritura, ci accorgiamo del profumo che emana.

Luoghi…ci sono tanti luoghi che rimangono nel cuore. Belli o meno belli ce li ricordiamo per sempre. Vogliate perdonarci se noi prediligiamo la nostra terra ma l’Italia e grande e nessuno può occuparsi di tutta. Il Piemonte è Monferrato, Langhe, Roero, Colline Novaresi, Vercellese, Biellese, Verbano, ognuno con storie, vini e cibi unici.

Storie di cantine, cavatappi e grandi personaggi. A noi piace mescolare la storia con il buon cibo. E il vino? Lega entrambe le cose.

LA TOVAGLIA: Disponete sulla tavola la tovaglia o se preferite le tovagliette all’americana, che sono molto pratiche. La tavola apparecchiata con cura è bella da vedere ma se è stropicciata crea un effetto trasandato, prestate attenzione. Spesso, anche se mettete molto impegno nello stirare le tovaglie, riponendole nei cassetti si possono formare le pieghe. Quando apparecchiate, alcuni segni delle piegature purtroppo restano e quindi, piuttosto che stirarle di nuovo, seguite questo consiglio: 

  • La sera precedente alla cena stendete la tovaglia su un tavolo, mettendo sotto un mollettone cerato
  • Servendovi di uno spruzzatorebagnate leggermente la tovaglia; durante la notte, questo stratagemma farà sì che la vostra tovaglia torni liscia e perfetta.

I PIATTI: Vanno posati sui sottopiatti o direttamente sulla tovaglia e si dispongono sulla tavola a uguale distanza l’uno dall’altro. Se sono decorati, i disegni centrati devono essere rivolti verso il bordo del tavolo, in modo che la persona seduta possa vederli frontalmente nella loro corretta posizione. Il procedimento è il seguente:

  • Iniziate con il sottopiatto, sopra il quale posizionate il piatto piano e completate con la fondina.
  • Se è previsto l’antipasto, al posto del piatto fondo mettete il piattino.
  • Si possono sovrapporre fino a tre piatti.

Vi serve un’alzata e non ce l’avete? È molto facile. Su un piatto piano, che farà da base, mettete tre bicchieri capovolti che fungeranno da  piedistallo; in ultimo, sovrapponete un altro piatto più grande. Avrete così un doppio spazio: sopra per i bignè alla crema e sotto per quelli al cioccolato.

LE POSATE: Variano di numero a seconda del menu. La loro posizione è comunque fissa:

  • alla sinistra del piatto si mettono le forchette, che saranno due, una per ogni portata; tre se è previsto un antipasto.
  • Alla destra i coltelli, con la lama rivolta verso il piatto e poi verso l’esterno il cucchiaio da minestra.
  • Le posate da dessert si dispongono orizzontalmente in alto, davanti al piatto: prima il coltello con il taglio della lama rivolto verso il piatto e il manico verso destra, poi la forchetta con il manico rivolto verso sinistra, da ultimo il cucchiaino con il manico verso destra.
  • Tenete sempre conto che le posate vanno disposte nell’ordine in cui vengono usate.

Per eliminare le macchie eventualmente rimaste dopo il lavaggio, passate le posate con uno straccetto imbevuto di succo di limone oppure di aceto bianco. Per eliminare le macchie di ruggine, strofinate con uno straccetto imbevuto in una “pappetta” composta da 2 cucchiai di sale fino e  2 cucchiai di aceto bianco. 

I BICCHIERI: Vanno messi leggermente a destra del piatto, in alto davanti al coltello.  Devono essere almeno due, uno più grande per l’acqua e, alla sua destra, quello per il vino, che sarà leggermente più piccolo. Se vengono serviti diversi tipi di vino, il numero dei bicchieri aumenta, ma vanno sempre posti a destra di quello per l’acqua, che può essere un bicchiere senza stelo, anche diverso dagli altri. Non mettete in tavola i bicchieri da liquore, che vanno portati a tavola solo con il dessertL’odore d’uovo” dai bicchieri si leva immergendoli in una bacinella di acqua assolutamente fredda e una tazza di aceto bianco.

IL TOVAGLIOLO E IL PANE: Il primo si posa sul piatto o a fianco delle posate, come si preferisce, a destra o a sinistra.  Il pane viene messo a tavola negli appositi cestini portapane. Si può anche apparecchiare con i piattini per il pane, che vanno posizionati a sinistra del piatto, in alto davanti alle forchette. Anche il pirottino per i dolci può trasformarsi in un portapane individuale, dentro il quale appoggiare un piccolo panino o una fetta. Posizionato di fianco al piatto, in alto a sinistra, diventa una soluzione semplice e non convenzionale per mettere il pane in tavola. Senza dimenticare il lato pratico: non sporcherete nulla, perché sono di carta e, una volta usati, li potete buttare, risparmiando tempo prezioso soprattutto se avete in programma una cena numerosa.

Storie: Osiride, Dioniso, Saturno, Bacco… in qualsiasi modo la divinità legata al vino sia stata chiamata dalle diverse civiltà, il leitmotiv che le lega è sempre uno: la splendida bevanda che si portano appresso è sempre stata considerata un dono divino riservato agli uomini. Egizi, Greci, Latini, ogni popolo ha avuto la sua divinità da associare al vino e al divertimento, con una serie infinita di leggende a queste annesse. Quello che ci riguarda da più vicino, per una questione territoriale, è Bacco. Sarebbe stato lui a farci conoscere la bevanda chiamata “il nettare degli dei”, appunto.

Quinci Bacco, Amarilli e quindi Amore
mi fan con dolci vezzi invito a’ baci;
l’un ne le belle tue labbra vivaci,
l’altro in bicchier di porporino umore.
D’egual bellezza son, d’egual valore,
e son ambo del par dolci e mordaci;
onde ancora non so qual prima io baci;
chè tra doppio diletto è dubbio il core.

Anonimo XVI sec.

La leggenda narra di un viaggio di Bacco in Arabia. Stanco del cammino, decide di fermarsi per un po’ di riposo sedendosi in un campo. Vicino a lui, trova una vite rigogliosa così bella che decide di portarla con sé al rientro a casa, sul monte Nisa. Ecco perché la sradica e, per tenerla al riparo dal sole cocente, la custodisce all’interno del piccolo teschio di un uccello. Durante il viaggio di ritorno a casa, la pianta continua a crescere, tanto che Bacco è costretto a trasferirla prima all’interno del teschio di un leone ed infine all’interno del teschio di un asino. Rientrato a Nisa, la divinità riesce a piantare nel suo terreno quella vite rigogliosa che finirà con il produrre un’uva fantastica. Uva dalla quale nascerà un vino dolce da far bere come dono agli uomini.

questa leggenda mostra un Bacco saggio, benevolo con gli uomini ma che al tempo stesso li ammonisce. Il vino nato da quella vite formidabile se bevuto in quantità moderata li farà diventare loquaci come uccelli, forti come leoni, ma esagerando diverranno simili agli asini.

Una donna e un bicchiere di vino soddisfano ogni bisogno,
chi non beve e non bacia è peggio che morto.

Johann Wolfgang von Goethe

Domande e curiosità:

I vini rossi invecchiati vanno decantati. Se quello precedente era il re dei miti legati al vino, questo è sicuramente la sua regina. Ma a cosa serve in realtà il decanter? A parte “fare figo”, il decanter ha uno scopo ben preciso: ossigenare un vino e ridurre la quantità di anidride carbonica contenuta nella bottiglia. Ma quali vini hanno un’eccessiva dose di anidride carbonica, al punto di avere bisogno di essere decantati prima di essere consumati? I vini invecchiati che, devono essere versati all’interno del decanter, per separare i sedimenti naturali che si formano con il passare del tempo. Ma (attenzione!) si può decantare anche un vino novello per aumentarne l’ossigenazione e valorizzarne il bouquet aromatico. Tranquilli però, solo il 20% dei vini rossi hanno veramente bisogno di decantare, per molti vini rossi anche discretamente invecchiati, è sufficiente utilizzare un calice con una pancia più grande, come il balloon con la massima apertura.

Più il calice è grande, più buono è il vino. Questo mito è direttamente discendente da quello precedente. Se è vero che un vino invecchiato ha bisogno di un calice grande, allora in un calice grande ci sta un vino buono, visto che i vini invecchiati sono sempre più pregiati. Un sillogismo storico per l’enologia, che contiene al suo interno numerose imprecisioni. Ogni vino ha bisogno di uno specifico calice per sviluppare il suo aroma… anche perché altrimenti un calice di Champagne non sarebbe un buon vino!

e’stato un monaco francese, Dom Pèrignon (1638-1715 d.C.), a scoprire nell’anno 1668, nell’Abbazia di Hautvillers nei pressi di Reims, il segreto della “champagnizzazione” e a produrre, servendosi di uve nere, il primo vino bianco spumante, da cui poi ebbe origine in Francia, nella Champagne, la produzione dello “Champagne”. Allora egli aveva costatato che i vini bianchi, soprattutto quelli prodotti con le uve Pinot, avevano tendenza a rifermentare in primavera con il ritorno dei primi caldi. Mise allora a punto una tecnica di ammostatura soffice e celere ed ebbe l’idea di fermentare il vino in bottiglia e in cantine interrate, per renderlo frizzante e mantenerlo giovane. Rimaneva, però il problema della fragilità delle bottiglie e della scarsa conoscenza del processo fermentativo e quindi del giusto dosaggio del residuo zuccherino per la presa di spuma.

AIUTIAMO IL FAI A SALVAGUARDARE E TENERE VIVO IL NOSTRO PATRIMONIO ARTISTICO

Il vino ha dunque una vita più lunga della nostra?
Ma noi, fragili creature umane, ci vendicheremo ingoiandolo tutto.
Nel vino è la vita.

Petronio Arbitro

Cella Vinaria insieme

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L’APERITIVO

L’Aperitivo

Che Torino e Milano fossero città contrapposte e con ben poco in comune, lo si è sempre pensato ma,  forse, qualcosa in comune ce l’hanno: la passione per l’aperitivo, una passione che dura da molto tempo. Tra le due città ne troviamo un’altra, non metropolitana ma colma d’ingegno storico: Novara. Campari, Crodino, Negroni, merende lunghe in campagna, le basi dell’aperitivo moderno, nascono qui, negli storici bar, ormai scomparsi, del novarese.

Dal francese aperitif: sarebbero propriamente le bevande che servono a dilatare i pori e rendere fluidi gli umori. Viceversa poi oggi son detti aperitivi o aperitifs certi eccitanti spiritosi, abilmente combinati fra di loro nelle liquorerie o mescite (bar, buvettes), allo scopo di aprire le valvole dello stomaco per mangiare con più appetito.

Tutto ha inizio da qui: La merenda sinoira e l’apericena. La “merenda sinoira” uno spuntino lungo dei contadini piemontesi: sinoira deriva da sina, ossia cena nel dialetto piemontese, infatti si colloca proprio tra l’orario dello spuntino pomeridiano e quello del pasto serale. Quest’usanza in origine veniva praticata dai contadini durante le lunghe giornate di lavoro estive o nel periodo della vendemmia, quando fra le 17 e le 18 avevano bisogno di rifocillarsi per poter continuare a lavorare fino al calar del sole. Solitamente i cibi che si portavano erano dettati dalla praticità di poter essere mangiati in modo veloce senza bisogno di sedersi a tavola. Gli alimenti più frequenti erano: pane, salame, formaggio, frittate e la soma d’aj, il tutto accompagnato da un vino di produzione propria. Con l’ascesa al ceto borghese, e il passaggio a condizioni di vita migliori, questo costume si diffuse anche nella classi più ricche, per raggiungere anche quelle cittadine. Infatti la merenda sinoira iniziò ad essere proposta la domenica nel tardo pomeriggio nelle case di villeggiatura in campagna e venne praticata soprattutto in estate, all’aperto, sotto i pergolati, quando si ricevevano degli ospiti.

Si trattava di un buffet, consumato prevalentemente in piedi, di antipasti freschi sia di origine borghese sia di origine contadina, come la carne e le zucchine in carpione, le acciughe al verde e al rosso, il vitello tonnato, l’insalata russa, la capricciosa, ecc. Negli anni Ottanta del Novecento veniva considerato molto chic essere invitati ad una di queste merende. Ultimamente la merenda sinoira si è trasformata nell’aperitivo proposto in numerosi locali, è diventato molto di moda fra i giovani ed ha assunto il nuovo connotato di abbondante aperitivo da cui il nuovo termine “apericena”. Il successo di questa forma di ristorazione soprattutto fra i giovani è dovuto ai prezzi modici con i quali è possibile consumare una quantità di cibo paragonabile ad una cena. Anche in questo caso i piatti proposti vengono serviti a buffet e spesso i consumatori rimangono in piedi con il proprio piatto a chiacchierare. In estate, ovunque sia possibile, questo rito viene consumato all’aperto, ritornando così alla pratica iniziale.

Da Torino a Milano, l’appuntamento più trendy è quello del pomeriggio. Al Pont de Ferr sui Navigli, fra ravioli del plin e grissini, si mangia così. A Torino è una vecchia consuetudine contadina. Ma si sa, quando qualcosa arriva a Milano, diventa una tendenza. La merenda sinoira, dove sinoira deriva da “sin-a” che in dialetto piemontese è la cena, è figlia della tradizione contadina piemontese, quando le famiglie si riunivano nel pomeriggio per godere di un assaggio di cena di ritorno dai campi, per festeggiare l’arrivo di un amico o di un parente, per raccontarsi le novità del paese. Se il brunch è un breakfast+lunch, la merenda sinoira è quasi un’apericena, quasi un tè delle cinque, un po’ entrambi.

Torino Milano e Novara

TORINO, MILANO e…NOVARA. LA SFIDA STORICA PER L’APERITIVO. Dire “aperitivo” significa anche pensare subito a Martini, Campari o Crodino, nomi e marchi legati al Made in Italy che di questo momento di relax, per molti sacro, ne sono davvero icone anche se, questi due inventori delle bevande principe dell’aperitivo, di Milano proprio non erano. Campari:L’azienda inizia in un piccolo bar di Novara: il Caffè dell’Amicizia, acquistato da Gaspare Campari nel 1860 e dove, in quegli anni, nascerà e si perfezionerà la ricetta del Bitter Campari. Martini e Rossi: Nacse in un piccolo comune di Chieri (TO) nel 1851 e diventa definitivamente Martini & Rossi nel 1879 trasferendosi definitivamente a Torino. Eppure, di aperitivo nella storia dell’uomo, se ne parla molto prima, addirittura nella Grecia antica, quella dei grandi filosofi. L’aperitivo nato da un’acqua che sgorga nella valle Antigorio a Nord di Domodossola. Conosciute sin dai tempi remoti per le sue doti terapeutiche e per la sua purezza, l’acqua minerale di Crodo sgorga dalla viva roccia nei pressi di Crodo, in due distinte sorgenti : La fonte Valle d’oro e la fonte Monte Cistella. Il Crodino è un Aperitivo Analcolico dal gusto agrumato e un pò amarognolo e dal colore Arancio. La sua storia nasce nel 1964 in Piemonte nella città di Crodo (VB) da cui prende il nome. Il Crodino viene prodotto utilizzando l’acqua della sorgente che sgorga nella valle Antigorio a Nord di Domodossola, unita ad una miscela di svariate erbe, frutta e spezie, ma ancora oggi la sua ricetta rimane segreta.

Ippocrate e il suo vino: Secondo qualcuno, si potrebbe correre così indietro nel tempo da finire al V secolo a.C. e guardare con interesse a ciò che prescriveva ai suo pazienti affetti da inappetenza il padre della medicina, Ippocrate. Lo specialista greco, infatti, consigliava a chi proprio non aveva voglia di mangiare un medicinale di sua invenzione, il vinum ippocraticum, vino bianco dolce, speziato con macerati di dittamo, assenzio e ruta. Un vino che i romani, per migliorarne il sapore amarognolo, mischiarono con rosmarino e salvia. E che chiamarono, pertanto, vinum absinthiatum.

Ingredienti Ippocrasso (vinum ippocraticum) per quattro persone:

1 litro di vino rosso o rosè di ottima qualità non eccessivamente tannico
3 bastoncini di cannella
5 capsule di cardamomo schiacciate
1 pizzico di noce moscata
100 gr di miele
1 cucchiaino di zenzero in polvere
3 o 4 chiodi di garofano

Pestate le spezie intere in un mortaio.
Versate il vino, il miele e tutte le spezie in un recipiente a chiusura ermetica e lasciate riposare 24 ore.
Filtrate con garza due volte per ottenere un prodotto limpido e gustate fresco.
Consigli: L’ippocrasso lo potete servire come aperitivo particolare oppure a fine pasto come digestivo, oppure quando volete una bevanda fresca leggermente alcoolica.
Nel periodo invernale consigliamo l’uso di un vino di base un po’ più corposo tipo Barbera 12,5% o un Merlot della stessa gradazione. Per l’estate un rosato 11-12% o un bianco corposo tipo Erbaluce di Caluso.

Medioevo e scoperte geografiche: Nel Medioevo, poi, la farmacologia erboristica, scienza applicata soprattutto nei conventi, scoprì che per stimolare il senso di fame è necessario bere sostanze amare, che non eccitano lo stomaco -come si pensava fino a quel momento- bensì, la mucosa orale. Quella che riveste l’interno della bocca e la lingua, provocando un aumento della secrezione salivare e degli enzimi contenuti. Aggiungendo a questa intuizione quella delle costosissime spezie arrivate dai mercati orientali, ecco che si giunge al cosiddetto “vino aperitivo”. E con le scoperte geografiche e gli orizzonti spostati sempre più verso Est, nel vecchio continente il buon vecchio “vinum” comincia ad essere sempre più aromatizzato, con noce moscata, chiodi di garofano, cannella, rabarbaro, china e mirra.

La vera capitale? Torino: Per arrivare al vero e proprio aperitivo inteso non più come semplice cura, ma piuttosto come momento sociale e a largo consumo, bisogna attendere ancora qualche secolo. E nel 1796 arriva il momento giusto, a Torino. Nella piccola bottega di liquori e vini gestita da Antonio Benedetto Carpano, nasce infatti il Vermouth, vino aromatizzato con china, venduto in una elegante bottiglia da litro e col nome preso in prestito dal tedesco “wermut”, assenzio.

Aperitivo reale: Ma la Storia dell’Aperitivo, come oggi lo conosciamo, iniziò a Torino nel 1876, dove in una piccola bottega di liquori, Antonio Benedetto Carpano diede vita a quella che divenne poi la bevanda da Aperitivo per eccellenza: il Vermouth, un delizioso vino aromatizzato con china, che di lì a poco avrebbe conquistato l’allora re d’Italia Vittorio Emanuele II. Dopo qualche periodo, una cassetta di questa bevanda viene donata a Vittorio Emanuele II, il quale apprezzò così tanto il da dire subito, secondo la leggenda, che si trattava di un vino con un “punt e mes” (un punto e mezzo, in dialetto torinese) di amaro in più rispetto ai suoi simili. Il Vermouth di Carpano fu così ribattezzo “Pun e mes” e divenne l’aperitivo ufficiale di corte. E se piace alla famiglia reale, il successo per il Vermouth è praticamente scontato. Cavour, Verdi, Giacosa ne andavano pazzi, ad esempio. Per la buona sorte di Carpano, che a metà Ottocento, pur di soddisfare le richieste della sua “ricca” clientela, pare abbia tenuto aperto per anni, ininterrottamente, ventiquattro ore su ventiquattro, la sua bottega.

E’ tempo di arrivare a Milano: Nel 1815, però, anche a Milano si comincia a studiare una bevanda simile a quella piemontese. E tocca al signor Ausano Ramazzotti, farmacista bolognese trasferitosi nella città meneghina, studiare e realizzare il primo aperitivo a base non vinosa. Il suo -poi diventano arcinoto- amaro è ricavato dalla macerazione e infusione nell’alcol di ben 33 fra erbe, spezie e radiciprovenienti da tutto il mondo, come china sudamericana, rabarbaro cinese, anice stellato, chiodi di garofano, cardamono, arancia amara di Curaçao, arancia dolce di Sicilia e genziana della Val d’Aosta. Anche se la ricetta, ufficialmente, resta ancora oggi segreta.

Martini

No Martini? No party”: Nel 1848 Ramazzotti aprì un bar in via Canonica 86, vicino al Teatro alla Scala, e iniziò a servire il suo amaro, diventando un vero totem dell’happy hour nostrano. Ma, ancora in Piemonte e più precisamente a Pessione, in provincia di Torino, c’era ancora un altro produttore di vini pronto al grande salto. Lui era Alessandro Martini, che nel 1851 acquista una quota importante della distilleria “Michel Re Agnelli e Baudino” e che dopo qualche anno, insieme al liquorista Luigi Rossi fonda un marchio che diventerà davvero sinonimo di aperitivo all’italiana in tutto il mondo. Grazie al loro moscato di Canelli, in cui erano stati macerati melissa, sandalo, cannella, artemisia, violette, china, cardo, rose e origano, il Martini Bianco spopola, soprattutto tra le signore per il suo sapore dolce. Sostituendo poi, il moscato con dei vini più secchi, i due fantasiosi imprenditori inventarono il Martini Dry. E tutto il resto è storia.

Sfida infinita tra due grandi città: Ma la partita a distanza tra Milano e Torino non è ancora finita. Nel 1862 Gaspare Campari, proprietario di un noto caffè sotto la Galleria di Milano, lancia alla grande un nuovo aperitivo amaro creato nel suo bar novarese chiamato “Caffè dell’Amicizia!” e, per distinguerlo dal vermouth, lo chiama con un altro nome d’origine germanica: bitter (amaro) all’uso d’hollanda. I milanesi lo apprezzano così tanto che da ribattezzarlo subito Bitter Campari, ancora oggi gettonatissimo aperitivo. Già, aperitivo: usanza tutta italiana nata grazie ad una bevanda leggermente alcolica pensata inizialmente per stimolare l’appetito. Un soft drink accompagnato con stuzzichini, occasione giusta per trascorrere del tempo in compagnia, che dopo gli esordi tra Lombardia e Piemonte si è esteso a macchia di leopardo in tutto il Paese. E non solo.

THE ITALIAN SWISS COLONY

 

Italian Swiss Colony Asti

ITALIAN SWISS COLONY DI ASTI (CA) Una curiosa storia, tutta italiana.

Ci siamo imbattuti in una storia curiosa, certamente poco conosciuta alla maggior parte di noi Italiani anche se decisamente importante per il destino della viticultura del nostro Paese. Tutto si svolge ad Asti, ma attenzione, non Asti quello delle magnifiche terre di Monferrato ma in California, nel nord della Contea di Sonoma. Li nasce l’Italian Swiss Colony di Asti (CA).

Nel 1880, in California la viticoltura stava assumendo una posizione di grande risalto. Per Andrea Sbarboro, un imprenditore italiano-americano, l’idea di fondare una cantina sembrava una scelta imprenditoriale accattivante per se e per i suoi connazionali italiani che erano alla ricerca di un lavoro. L’idea fu quella di creare una nuova associazione sia per poter reperire più facilmente i fondi necessari sia per poter accedere alle concessioni di terreni agricoli. Decise quindi di coinvolgere i connazionali e limitare l’adesione ai soli italiani, ma data la forte presenza di Svizzeri Ticinesi, sia culturalmente che linguisticamente, decise di coinvolgere anche gli immigrati elvetici fondando un’associazione agricola denominata ITALIAN SWISS COLONY di Asti CA.

Sbarboro era un immigrato italiano arrivato, come moltissimi italiani del nord Italia, a San Francisco nel 1850. All’età di 13 anni si buttò nel commercio di generi alimentari, ma in seguito spostò la sua attività attivando dei prestiti locali riservati principalmente agli italiani piccoli imprenditori. In quel contesto conobbe il famoso italiano fondatore della Bank of Italy poi divenuta nel 1927 Bank of America, creata da Amedeo Giannini grazie al contributo imprenditoriale di migliaia di italiani provenienti principalmente da Piemonte, Liguria, Veneto, in quei duri anni di immigrazione e terremoti californiani.

In pochi mesi, quasi una dozzina di famiglie avevano risposto alla chiamata, spostandosi dalla California del nord verso Asti partecipando alla creazione di questa incredibile comunità che disponeva di oltre 1.620 acri.

“Quando Asti venne fondata come Italian Swiss Colony, l’obiettivo era quello di creare una fiorente comunità che ruotava intorno al vino. Per un po’ il piano ha funzionato ma ad un certo punto nel 1960, l’azienda è divenuta l’attrazione turistica numero due nello stato, secondo solo a Disneyland”.

Nella fase iniziale, la colonia si è limitata a produrre uve per rifornire altre cantine, ma nel 1887, il prezzo pagato per una tonnellata d’uva era scesa a otto dollari, un prezzo che non riusciva nemmeno a coprire i costi di gestione della colonia. A questo punto Sbrarboro dovette prendere una decisione: o cessare l’attività in modo definitivo o produrre del vino proprio e commercializzarlo. Il primo enologo assunto da Sbarboro era uno svizzero ma la scelta si rivelò presto sbagliata. L’enologo applicò una vecchia tecnica europea evidentemente non adatta al clima della terra di California. Si trattava di chiudere le porte e le finestre della cantina durante il ciclo della fermentazione così da ottenere una cantina abbastanza calda e facilitare la fermentazione. Quando l’infelice vinificatore chiuse le porte della cantina di Asti la temperatura salì molto velocemente e il risultato fu un’abbondante produzione di aceto. Sbarboro decise quindi di assumere il piemontese Pietro Carlo Rossi, un enologo con una laurea in chimica agricola. La scelta si rivelò azzeccata e decisiva. Rossi rivoluzionò non solo la produzione ma anche la commercializzazione, l’impatto estetico, l’accoglienza e la distribuzione influenando per sempre l’ottica e la metodologia applicata all’enologia a livello internazionale. Incorporando uve Charbono, Mourvèdre e Zinfandel di alta qualità, Rossi produsse la sua prima annata puntando sulla semplicità, la qualità e il prezzo accessibile, realizzando un semplice vino da tavola rosso nel 1886, denominandolo, Tipo Chianti. L’interesse del Tipo Chianti crebbe sempre di più, così come la fama della cantina Asti. La struttura della colonia si espanse: il primo edificio, a due piani, in cemento e legno, aprì nel 1887 e ospitò le presse della colonia e nove serbatoi di sequoia a 12.000 galloni. Nacquero inoltre le cantine di invecchiamento nelle grandi botti di sequoia e i primi vini barricati. Entro la fine del 1800, la Italian Swiss Colony di Asti produceva oltre due milioni di litri di vino all’anno. Per gestire questo volume, Rossi dovette modificare e migliorare le sue tecniche di vinificazione tradizionali. Divenne così un pioniere della fermentazione a temperatura controllata fu inoltre il primo produttore di vino della California e del mondo, ad utilizzare il biossido di zolfo come antiossidante. Curiosa fu l’inaugurazione del serbatoio in cemento che avrebbe contenuto una quantità di 17.260 ettolitri di vino. La cena avvenne all’interno del serbatoio che ospitò oltre duecento persone al suo interno. Fin dall’inizio, la colonia fu molto popolare accogliendo milioni di turisti ma, il numero di visitatori esplose alla fine del 1950 e 1960, in parte grazie alla forte e incisiva campagna pubblicitaria “Little Old Enologo” e, in parte dalla sempre crescente qualità dei suoi prodotti che, nel frattempo non si limitavano al solo vino. Alla fine del 1950, Italian Swiss Colony di Asti servita ai suoi visitatori un totale di 4.000 litri di vino all’anno in moderne e curiose sale di degustazione. Dopo vari avvicendamenti e una serie di cambi di proprietà, l’Italian Swiss Colony di Asti chiuse le sue porte al pubblico alla fine del 1980 ed essenzialmente divenne una fabbrica di vino industriale. Ora l’impianto è di nuovo sotto il marchio Cellar No. 8, un omaggio a uno dei luoghi dove tutto è cominciato. Non possiamo dimenticare il ruolo fondamentale che la colonia ebbe durante la terribile piaga della filossera in Europa. Piaga che distrusse la totalità dei vitigni Europei e, proprio grazie alle ricerche di esperti venne sperimentato con grande successo, l’innesto su vite americana, immune alla maggior parte delle malattie. Ancora oggi le barbatelle prodotte sono sull’innesto di quella vite.

Chissà quanti sanno che c’è un comune che si chiama Asti (95425, California) nella Contea di Sonoma, a circa un centinaio di chilometri a nord di San Francisco e che, lungo la 101 Road, si trovano Asti Winery, Asti road, ecc. Ebbene, furono il ligure (Chiavari) di nome Andrea Sbarboro e il piemontese (Dogliani)  Pietro Carlo Rossi a fondarla nel 1881, insieme alla Colonia Italo-Svizzera, grande azienda produttrice di vino californiano. Maurizio Rosso, titolare con il fratello enologo Claudio, dell’azienda Gigi Rosso pubblicò un interessante libro nel 1990. Libro unico che tratta dell’emigrazione piemontese in America e, soprattutto, in California, dove questi emigranti svolsero un ruolo fondamentale nello sviluppo della produzione vitivinicola (vedi la straordinaria storia dei fratelli Ernest e Julio Gallo, figli di un emigrante originario di Fossano) oltre che furono essenziali alla crescita dell’economia dello Stato stesso creando, come sopra detto, la Bank of America di Amedeo Giannini e i risparmi di migliaia di nostri conterranei.

Il libro, ormai introvabile, è un lavoro accurato e assai documentato che Maurizio Rosso scrisse durante il suo soggiorno californiano: appassionato fin da giovane del mito americano, si è laureato in Lingua e Letteratura Inglese in California ma il suo cuore rimane di Langa.

Pietro Carlo ROSSI, (1857-1911) grande enologo piemontese, laureato presso l’Università di Torino , un chimico che sposò la seconda figlia di Giustiniano Caire, Amelie, il 26 dicembre 1880 a St. Mary’s Church, San Francisco. L’anno seguente, Rossi divenne un enologo principale della colonia agricola italo-svizzera ad Asti, in California. In seguito divenne presidente della colonia italo-svizzera. Lui e sua moglie avevano 14 figli. Rossi fu ucciso in un incidente a cavallo ad Asti l’8 ottobre 1911 quando aveva 54 anni, lasciando la moglie, Amelie Apolline Caire (1861-1917), e dieci bambini.

Pietro Carlo Rossi

Un discendente diretto di Pietro Rossi ancora oggi produce vini in California e racconta in prima persona la storia del bisnonno Pietro, colui che rese grande il vino negli USA.

Paul Dolan è stato l’enologo presso la Fetzer Vineyards della contea di Mendocino nel suo periodo di massimo splendore, ha scritto un manifesto sull’agricoltura biologica, unito i suoi due figli a Dolan Family Vineyards ed è socio della cantina Truett Hurst a Healdsburg.

Ma i suoi ricordi più evocativi sono le sue estati da ragazzo a Villa Buon Irtivo (Home of Good Rest). Una grande casa di sequoie in crescita, fu costruita ad Asti nel 1905 dal bisnonno di Dolan Pietro CarloRossi, uno dei fondatori della colonia svizzera italiana, un produttore di vino californiano storicamente importante. Asti è ad est della Highway 101 tra Geyserville e Cloverdale, abbracciando il Russian River. Sotto la guida di Rossi, la colonia elvetica italiana divenne un trampolino di lancio vitale per la vinificazione guidata dagli immigrati italiani.

Dolan, ricorda di essere andato alla villa da bambino dalla casa della sua famiglia a Oakland, viaggiando in traghetto e poi lungo quella che era una tortuosa autostrada per unirsi a raduni multigenerazionali della famigliaRossi. In seguito ha portato i suoi figli ad Asti per i soggiorni estivi, creando ricordi freschi mentre estendeva una mano nel passato. Dolan è una quarta generazione di Rossi da parte di sua madre, che continua l’eredità di famiglia della vinificazione passandola ai suoi figli, Heath e Jason.

“La maggior parte del nostro tempo a casa era semplice attività con la famiglia e gli amici”, ha ricordato Paul Dolan. “Il più divertente è stato quando avevamo circa 13 anni e saremmo scesi in cantina per partecipare a un tour, solo per scivolare via dal gruppo in cerca di avventura. Salimmo su una vecchia scala di legno in cima alle vecchie cisterne di sequoie e saltavamo da cima a cima ai carri armati di 20 e 24 piedi di altezza mentre spiavamo il tour. Il divertimento è finito bruscamente quando hanno assunto una guardia, che ha creato un brivido completamente nuovo. “

La casa originale è ancora in piedi, con molti dei suoi manufatti e dettagli originali intatti. La dispensa del maggiordomo e la cucina del seminterrato sono istantanee di un’epoca passata, amorevolmente conservata per riunioni di famiglia. Un immenso camino Rumford ancore l’ampio soggiorno spazioso, che ha anche un pianoforte a coda squadrata squisita e raro antico.

Pietro Carlo Rossi ha concepito la casa con la sua grande famiglia in mente; lui e sua moglie, Amélie, avrebbero avuto 14 figli, anche se solo 10 sarebbero vissuti fino all’età adulta. Il secondogenito, i gemelli Robert (Bob) e Edmund A. (ndr), avrebbe continuato l’attività del vino nella colonia svizzera, a pochi passi dalla grande casa. La colonia agricola svizzera italiana fu incorporata a San Francisco nel 1881 da un manipolo di uomini, tra cui il PC Rossi, arrivato in California dal Piemonte, in Italia, nel 1875. Un farmacista e un farmacista per educazione e formazione, aveva anche studiato enologia in Italia.

La colonia era stata originariamente costituita per fornire impiego a immigrati italiani e svizzeri adescati in California con promesse di lavoro e una vita migliore. Fin dall’inizio, l’intento agricolo era quello di coltivare uva da vino, facendo tesoro del fatto che molti degli immigrati avevano lavorato nei vigneti a casa. La posizione fu scelta perché la campagna ricordava i fondatori dell’Italia settentrionale, tanto che il pacco di 1.500 acri fu chiamato per Asti, una città italiana. Talee d’uva provenivano da Italia, Francia, Ungheria e Germania.

Nel 1887 fu costruita una cantina in pietra e nel 1888 il PC Rossi prese il posto di enologo. La colonia stabilì uffici e cantine di San Francisco, Chicago, New Orleans e New York, per commercializzare i vini direttamente sul mercato.

Presto, Asti ebbe la sua stazione ferroviaria, l’ufficio postale, la scuola e la chiesa, e le case furono costruite dai lavoratori per le loro famiglie. In breve tempo i vini hanno ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo, vincendo gare in tutta Europa già nel 1892.

Quando Rossi era vivo, gli uffici della colonia svizzera italiana avevano sede a San Francisco. Avrebbe spostato la sua famiglia ad Asti per l’estate, viaggiando verso nord per unirsi a loro nei fine settimana. Era un rituale che ha seguito negli anni. Il suo viaggio sarebbe iniziato con un viaggio in traghetto da San Francisco a Tiburon o Sausalito, dove avrebbe preso un treno sulla linea Northwestern Pacific, un viaggio di quattro ore in un modo.

Tra le innovazioni di Rossi, è accreditato l’introduzione dell’uso di colture di lievito puro e biossido di zolfo per stabilizzare meglio i vini. Nel 1909 introdusse uno spumante Golden State Extra Dry. Anche questo ha vinto premi e rispetto globale. Dopo che Rossi morì in un incidente a cavallo nel 1911, i gemelli furono incaricati di intraprendere la vinificazione nella colonia svizzera.

“Mio nonno, Edmund, era concentrato nel portare avanti la tradizione e l’impegno che suo padre  Pietro Carlo aveva iniziato”, ha detto Dolan. “A 21 anni, si ritrovò con la responsabilità di dirigere una famiglia di nove fratelli e sorelle e di sostenere una madre molto sopraffatta. Stava supervisionando una grande azienda vinicola con poca esperienza e in pochi anni aveva a che fare con il proibizionismo e la realizzazione e la pressione di molti dipendenti e famiglie che contavano su di lui per tenere insieme il business. Ha fatto proprio questo, in un periodo molto impegnativo. “

La colonia svizzera italiana fu venduta nel 1942 a National Distillers Corp., che la vendette nel 1953 a United Vintners. Allied Grape Growers, un’associazione di circa 1.300 agricoltori, subentrò nel 1959. Gli United Vintner alla fine si trasformarono in Heublein, che all’epoca possedeva anche Beaulieu Vineyard e Inglenook nella Napa Valley.

I discendenti di Pietro Rossi si sono incontrati nella casa di Asti per una riunione di famiglia ad aprile. Circa 200 hanno partecipato, dai bambini ai nonni di terza generazione nei loro anni ’90.

Ancora oggi i discendenti della famiglia Rossi producono vini, in California come BRANDT ROSSI FAMILY VINEYARD.

“I miei nonni vedevano il vino come parte di una vita equilibrata”, ha detto Dolan. “Equilibrato in termini di salute, tempo di famiglia condiviso e vino come contributo al pasto. Il mio sogno per la casa di famiglia ad Asti è che continui ad essere apprezzato dalle generazioni future, e che ricordiamo l’importanza e l’impatto di forti valori familiari. “

Asti Rouse California

Viva le ricette di Cella Vinaria

Quattro pagine di ricette proposte, nel tempo da Cella Vinaria. Cos’hanno di diverso dalle migliaia che si trovano sul web? Forse la selezione accurate, forse l’originalità o forse la raccolta di alcune molto tradizionali che oggi stanno tornando prepotentemente di moda ma, spesso, sono molto difficili da trovare in originale.

Cella Vinaria

Le pagine dedicate alla tavola che nel tempo, vi abbiamo proposto, sono sempre legate alla tradizione, in primis del nostro territorio novarese, poi del Piemonte e infine al Paese intero. Oggi abbiamo deciso di riunirle in quattro pagine di ricette che possono tranquillamente coprire i gusti di coloro che ci seguono da ogni parte del mondo.

Quasi sempre, le grandi idee nascono in provincia.

Auguste Escoffier


RICETTE PER CHI CI SEGUE:  ricercate, semplici, complesse per feste comandate, tipiche, in piedi, tra amici e simposi. Scegliete voi quella che vi piace e come abbinarla.


RICETTE MISTE DEL PIEMONTE:  una regione incredibilmente ricca di varietà di prodotti e di ricette molte delle quali fanno ormai parte del panorama eno-gastronomico italiano. Proponiamo una serie di ricette storiche e poco conosciute adatte a cene numerose e calorose.


TIPICITA’ DOLCI E SALATE DELLA TERRA NOVARESE: il novarese non è solo terra di riso ma di grandi vini, salumi, formaggi, dolci e piatti tipici che incrementano la già ricca terra di Piemonte con ulteriori ottime scelte in tavola.


LE RICETTE POVERE D’ITALIA:  l’Italia  è terra di grandi chef ma anche si numerosissimi di piatti della provincia contadina, di una tradizione di necessità e rusticità in tavola. Tanti antichi piatti sono un po’ caduti nel dimenticatoio e noi cerchiamo di rimetterli al loro posto, sulla tavola di tutti.


Le Ricette