sito amatoriale di gusto e retrogusto

Qui si entra in Piemonte!

Se non ti piace quel che facciamo, non ci sono corde a trattenerti.

Platone


Fausto Coppi

100 anni di leggenda, senza confini.


Se ne parla tanto e sempre se ne parlerà. Il Campionissimo o la Leggenda che, come nessuno mai si è insidiato nel cuore, non solo sportivo, della gente.

In questi giorni sono decine gli omaggi proposti in ogni dove. Montagne di parole, di aneddoti e immagini che ricordano il grande sportivo Alessandrino, Piemontese e Italiano. Il nostro omaggio vuole essere molto semplice ed essenziale; non vogliamo sovrapporci a parole già dette o già scritte. L’aneddoto ce lo abbiamo anche noi, quando, di passaggio verso il nostro capoluogo, Novara, intorno al 1947-48 si fermò all’allora Osteria del Falcone a bere un caffè con alcuni amici che lo accompagnavano. Testimoni dell’evento molti borgoticinesi che ora non ci sono più ma che, il loro racconto è ben fermo nei nostri ricordi.

TIMORASSO, IL VINO DI COPPI

Il vitigno Timorasso è considerato autoctono della zona del Tortonese. Sicuramente è riportato in zona fin dal medioevo, e nel corso dei secoli è arrivato a diventare il vitigno più coltivato del comprensorio, fino alla venuTa della fillossera ed al secondo conflitto mondiale. Sono seguiti anni di progressivo abbandono delle campagne e riduzione della superficie vitata a Timorasso a vantaggio di varietà più facili e produttive. Negli ultimi anni, un gruppo di viticoltori lungimiranti ha portato avanti  la riscoperta di questo vitigno e messo alla luce le sue caratteristiche enologiche, che consentono di ottenre vini di notevole struttura e freschezza, qualità che preludono ad una interessante propensione all’invecchiamento e all’affinamento in botte, ottenendo di grande qualità.

Il vitigno Timorasso è uno dei  Vitigni autoctoni a Bacca bianca della regione Piemonte, registrato ufficialmente dal 1970.

Colore bacca

Bacca bianca

Categoria vitigni

Vitigni autoctoni

Anno di registrazione

1970

Autorizzato regioni

Piemonte, Lombardia

Il vino che si ottiene dal vitigno Timorasso è di colore Giallo paglierino con riflessi dorati. Al palato è intenso, Fruttato, di corpo deciso.

  • TIMORASSO – CARATTERISTICHE COLTURALI E PRODUTTIVE

Ciascun vitigno possiede caratteristiche colturali e produttive ben precise, quali la produttività, la resa, l’epoca di maturazione, il tipo ideale di clima o di potatura, la sensibilità alle avversità o la maggiore o minore resistenza alle malattie e molte altre.

La robiola

E’ piacevole a merenda, è una risorsa a colazione, è tanto buona ai piedi di una siepe come sulla tavola dei padroni; la gradiscono i milionari, la decantano i professori , i farmacisti la consigliano per guarire il mal d’amore. Nino Costa

Di pur alta qualità che sia, un vino in bottiglia, non sarà mai buono come quello sfuso.

Luigi Veronelli

Origine della definizione Sommelier. Sembra che la parola sommelier abbia origine dall’abitudine dei soldati della sussistenza dell’esercito di Napoleone di legare (lier) le botti del generale su di un mulo da soma (somme) infatti “somme” più “lier” uguale a sommelier.

Tipi di vino nell’antica Roma. Vi erano quattro qualità di vino conosciute: albus (bianco), fulvus (biondo), sanguineus (rosso sanguigno), niger (nero).

Barolo

IL RE BAROLO. Nessuna zona nell’articolato panorama del vino italiano ha su di sé i riflettori puntati come la Langa del Barolo. Ci si avvicina Montalcino e se ne sta qualche attaccatura indietro la vicina Langa del Barbaresco, certo, ma per il resto oggi c’è un abisso, sia in termini di attenzione mediatica e di critica, sia di pubblico internazionale.


Il conte di Cavour e la Marchesa di Barolo. Nonostante i vitigni di Nebbiolo siano di casa da migliaia di anni tra le colline delle Langhe, il Barolo così come lo conosciamo deve molto al conte di Cavour, che nella prima metà dell’Ottocento chiamò in questo angolo di Piemonte l’enologo francese Luis Oudart, presentandolo alla Marchesa di Barolo. Da quanto si dice, pare che il primo vino Barolo (cosí come lo beviamo oggi) sia uscito dalle cantine dei Marchesi grazie all’interessamento del conte e, soprattutto, alla volontà della marchesa Giulia.

Quale Barolo scegliere. Se qualcuno pensasse che il termine Barolo sia già di per sé sinonimo di specificità non potrebbe sbagliarsi di più. La zona del Barolo, infatti, possiede ben 181 Menzioni geografiche approvate nel  2010. Una straordinaria ricchezza di declinazioni dovuta alla grande varietà di terreni e da un microclima particolarmente favorevole alla coltivazione delle uve.

Un vino Regale. Folgorato dal Barolo re Carlo Alberto di Savoia decise di comprarsi il castello di Verduno, dove il generale Staglieno, esperto enologo, realizzò un Barolo di prim’ordine. Sulle orme del padre anche Vittorio Emanuele II s’interessò alla produzione del Barolo a Fontanafredda, in una tenuta in cui accasò anche la sua amante più nota, Rosa Vercellana, elevata ai ranghi nobiliari con il titolo di contessa di Mirafiori e (appunto) di Fontanafredda.

Luoghi del Barolo. Il Barolo è prodotto da ben 11 comuni delle Langhe. Un viaggio per ammirare le cantine e fare degustazioni legate a questo fantastico vino non può prescindere – oltre al paese omonimo – da una visita anche a La Morra, Monforte d’Alba, Serralunga, Castiglio Falletto, Novello e Grinzane Cavour.

Vino senza fretta. Il Barolo è un vino che richiede un invecchiamento minimo di almeno tre anni e si esprime al meglio dopo dieci anni passati in bottiglia. Come ogni divo che si rispetti, anche il Barolo sa creare una grande attesa intorno a sé.

Abbiamo selezionato 4 produttori di alta qualità e meno conosciuti, per gli amici che ci seguono.

Barolo Lazzairasco Guido Porro
Serralunga d’Alba (CN)

Barolo Monvigliero Fratelli Alessandria
Verduno (CN)

Barolo Bricco delle Viole 460 Casina Bric
Vergne, Barolo (CN)

Barolo Cascina Fontana
Località Perno di Monforte d’Alba (CN)


Nebbiolo

IL “MAGNIFICO” NEBBIOLO. Considerato storicamente vitigno di altissimo pregio, il Nebbiolo ha dimostrato una rara dote di “fedeltà” alla propria terra d’origine. Ad oggi sono le Langhe e il Roero a dare i migliori risultati qualitativi con i vini prodotti da questa varietà. Ma ottimi esiti si hanno anche nell’alto Piemonte e in Valtellina, dove il Nebbiolo è chiamato “Chiavennasca“. In realtà la superficie complessiva dedicata in Piemonte al Nebbiolo, pur considerando tutte le aree in cui è presente, non supera il 3% del totale; un’inezia, ma quando si parla di Nebbiolo il discorso quantitativo diventa decisamente secondario rispetto al prestigio. E’ presente con una certa intensità anche nella bassa Valle d’Aosta e nella Franciacorta, in Lombardia.

Rientra, in purezza e combinano nelle seguenti denominazioni:  Barbaresco DOCGBarolo DOCGGattinara DOCGGhemme DOCGRoero DOCGAlba DOCAlbugnano DOCBoca DOCBramaterra DOCCalosso DOCCanavese DOCCarema DOCColli Tortonesi DOCColline Novaresi DOCColline Saluzzesi DOCCoste della Sesia DOCFara DOCLanghe DOCLessona DOCMonferrato DOCNebbiolo d’Alba DOCPiemonte DOCPinerolese DOCSizzano DOCTerre Alfieri DOCValli Ossolane DOC.

storie: Nell’epoca rinascimentale vi fu un grande interesse per i pregiati, forti, aromatici e dolci vini mediterranei. Ciò favorì l’esortazione e gli scambi commerciali con i Paesi del nord Europa, che prediligevano i suddetti vini. Oltretutto questi vini non inacidivano ed erano di facile conservazione. Si diffusero, pertanto, le viti a frutto più o meno aromatico, le cosiddette “uve greche”, particolarmente adatte, salvo rari casi, ai terreni a clima temperato-caldo, mentre elle regioni settentrionale, per ottenere i suddetti vini, si ricorse all’appassimento delle uve.

Dritti e sinceri, sono veramente come appaiono. Teste quadre, polso fermo e fegato sano. Parlano poco, ma sanno cosa dicono. E anche se camminano adagio, vanno lontano. Fabbri, muratori, selciatori, minatori e contadini, carradori e fabbri ferrai, anche se a loro piace gargarizzare qualche bottiglia di vino, non c’è nessuno che li superi nel lavoro.

Nino Costa

Nino Costa poeta dialettale per passione, ma laureato in medicina veterinaria e bancario di professione illustra, con parole semplici ma di una limpidezza affettuosa il carattere dei tanti nostri connazionali provenienti dal Piemonte e che tra fine Ottocento e inizio Novecento andarono a ingrossare la fiumana italica che si riversò in Sud America in cerca di fortuna. Gente semplice, che non inseguiva miraggi ma il desiderio di reinventarsi un’esistenza, affascinatr dalla prospettiva di grandi spazi, di una terra vergine, di potenzialità che sembravano infinite. I resoconti storici sono pieni delle loro peripezie di insuccessi e di grandi conquiste. Ci fu chi sgobbò tutta la vita nell’anonimato, ma anche chi si inserì talmente bene nel tessuto del continente da dare il proprio nome addirittura a un quartiere di Buenos Aires. Nulla però più di questa semplicissima lirica li descrive a pieno. E non per nulla questi versi hanno un testimonial d’eccezione. Papa Bergoglio, nipote di Giovanni e Rosa, piemontesi, sbarcati a Buenos Aires il 14 febbraio del 1929, li conosce a memoria e li tiene sempre con sé assieme al breviario.

“Mettere su la pasta” è una cosa semplice? Lo sanno fare tutti? Forse, ma ricordiamo di rispettare la regola: 10, 100, 1000…ossia: 10 grammi di sale, 100 grammi di pasta e 1 litro d’acqua. Non sbaglieremo più.

“Sono emigrato in America perchè mi raccontavano che le strade erano lastricate d’oro. Quando sono arrivato mi sono reso conto che non erano nemmeno lastricate, anzi, aspettavano noi per lastricarle.”

In una lettera di un emigrato piemontese 1897.


 

NOVARESI NELLA STORIA:

Tanti personaggi storici italiani hanno le loro radici nel novarese. Il loro ingegno a volte ha cambiato la storia nazionale, altre volte creato milioni di posti di lavoro ma, indubbiamente creato marchi mondiali, senza tempo.

Fatti di un tempo: Nel XV e XVI sec. Venezia diventò il più grande mercato di vini del Mediterraneo. Essa non si limitava a importare e commercializzare Malvasia ma aveva anche il monopolio dei vini dell’Adriatico e dell’entroterra veneziano. Nella Dalmazia, a Istria, a Fiume e nelle isole circostanti era molto diffusa la malvasia e la pratica di appassire le uve per ottenere vini alcolici e dolci.

Nella sera allestite indi le mense
per le tende, cibar le opime carni
di scannati giovenchi e ristorarsi
del vino che recato avean di Lenno
molti navigli e li spediva Eunèo
d’Issipìle figliuolo e di Giasone.

Omero

L’ vin a l’e’ bon quand l’osta a l’e’ bela 
Il vino è buono quando l’ostessa è bella
Un gentile complimento alla padrona di casa.

Il vino è la spia dell’amore.
Negava di essere innamorato, Nicàgora,
ma i brindisi lo hanno smascherato.
Piangeva, con la testa tremante
e lo sguardo abbassato.
Mentre la ghirlanda lentamente
gli scivolava dal capo.

Asclepiade

Formagg, pan bianch e vin pur, a fan ‘l pols dur
Formaggio, pane bianco e vino puro, fanno il polso duro
Prodotti semplici che hanno accompagnato i nostri nonni e le nostre nonne attraverso le prove della vita.


Luoghi…ci sono tanti luoghi che rimangono nel cuore. Belli o meno belli ce li ricordiamo per sempre. Vogliate perdonarci se noi prediligiamo la nostra terra ma l’Italia e grande e nessuno può occuparsi di tutta. Il Piemonte è Monferrato, Langhe, Roero, Colline Novaresi, Vercellese, Biellese, Verbano, ognuno con storie, vini e cibi unici.

La Fragola. Anche se dal punto di vista nutrizionale contengono vitamine e minerali, le fragole sono considerate dalla botanica un falso frutto, o meglio, un frutto composto. I veri frutti sono i semini gialli che si trovano sulla sua superficie, detti anche acheni. In media ogni fragola avrà circa 200 acheni. La famiglia a cui appartiene è la stessa delle rose: se ci avviciniamo ad una pianta in piena fioritura, ci accorgiamo del profumo che emana.

Storie di cantine, cavatappi e grandi personaggi. A noi piace mescolare la storia con il buon cibo. E il vino? Lega entrambe le cose.

Storie: Osiride, Dioniso, Saturno, Bacco… in qualsiasi modo la divinità legata al vino sia stata chiamata dalle diverse civiltà, il leitmotiv che le lega è sempre uno: la splendida bevanda che si portano appresso è sempre stata considerata un dono divino riservato agli uomini. Egizi, Greci, Latini, ogni popolo ha avuto la sua divinità da associare al vino e al divertimento, con una serie infinita di leggende a queste annesse. Quello che ci riguarda da più vicino, per una questione territoriale, è Bacco. Sarebbe stato lui a farci conoscere la bevanda chiamata “il nettare degli dei”, appunto.

Quinci Bacco, Amarilli e quindi Amore
mi fan con dolci vezzi invito a’ baci;
l’un ne le belle tue labbra vivaci,
l’altro in bicchier di porporino umore.
D’egual bellezza son, d’egual valore,
e son ambo del par dolci e mordaci;
onde ancora non so qual prima io baci;
chè tra doppio diletto è dubbio il core.

Anonimo XVI sec.

La leggenda narra di un viaggio di Bacco in Arabia. Stanco del cammino, decide di fermarsi per un po’ di riposo sedendosi in un campo. Vicino a lui, trova una vite rigogliosa così bella che decide di portarla con sé al rientro a casa, sul monte Nisa. Ecco perché la sradica e, per tenerla al riparo dal sole cocente, la custodisce all’interno del piccolo teschio di un uccello. Durante il viaggio di ritorno a casa, la pianta continua a crescere, tanto che Bacco è costretto a trasferirla prima all’interno del teschio di un leone ed infine all’interno del teschio di un asino. Rientrato a Nisa, la divinità riesce a piantare nel suo terreno quella vite rigogliosa che finirà con il produrre un’uva fantastica. Uva dalla quale nascerà un vino dolce da far bere come dono agli uomini.

BORGHI PIU’ BELLI D’ITALIA…SEZIONE PIEMONTE.

Ricetto di Candelo (Biella)
Orta San Giulio (Novara)
Neive (Cuneo)
Vogogna (Verbano-Cusio-Ossola)
Garessio (Cuneo)
Mombaldone (Asti)
Garbagna (Alessandria)
Monforte d’Alba (Cuneo)
Ostana (Cuneo)
Cella Monte (Alessandria)

questa leggenda mostra un Bacco saggio, benevolo con gli uomini ma che al tempo stesso li ammonisce. Il vino nato da quella vite formidabile se bevuto in quantità moderata li farà diventare loquaci come uccelli, forti come leoni, ma esagerando diverranno simili agli asini.

HAC AD CELLAM VINARIA DESCENSS CAVE NE INCERTUS ASCENDAS

Di qua si va alla cella vinaria, bada di non salire vacillante.

Una donna e un bicchiere di vino soddisfano ogni bisogno,
chi non beve e non bacia è peggio che morto.

Johann Wolfgang von Goethe

Domande e curiosità:

I vini rossi invecchiati vanno decantati. Se quello precedente era il re dei miti legati al vino, questo è sicuramente la sua regina. Ma a cosa serve in realtà il decanter? A parte “fare figo”, il decanter ha uno scopo ben preciso: ossigenare un vino e ridurre la quantità di anidride carbonica contenuta nella bottiglia. Ma quali vini hanno un’eccessiva dose di anidride carbonica, al punto di avere bisogno di essere decantati prima di essere consumati? I vini invecchiati che, devono essere versati all’interno del decanter, per separare i sedimenti naturali che si formano con il passare del tempo. Ma (attenzione!) si può decantare anche un vino novello per aumentarne l’ossigenazione e valorizzarne il bouquet aromatico. Tranquilli però, solo il 20% dei vini rossi hanno veramente bisogno di decantare, per molti vini rossi anche discretamente invecchiati, è sufficiente utilizzare un calice con una pancia più grande, come il balloon con la massima apertura.

Più il calice è grande, più buono è il vino. Questo mito è direttamente discendente da quello precedente. Se è vero che un vino invecchiato ha bisogno di un calice grande, allora in un calice grande ci sta un vino buono, visto che i vini invecchiati sono sempre più pregiati. Un sillogismo storico per l’enologia, che contiene al suo interno numerose imprecisioni. Ogni vino ha bisogno di uno specifico calice per sviluppare il suo aroma… anche perché altrimenti un calice di Champagne non sarebbe un buon vino!

e’stato un monaco francese, Dom Pèrignon (1638-1715 d.C.), a scoprire nell’anno 1668, nell’Abbazia di Hautvillers nei pressi di Reims, il segreto della “champagnizzazione” e a produrre, servendosi di uve nere, il primo vino bianco spumante, da cui poi ebbe origine in Francia, nella Champagne, la produzione dello “Champagne”. Allora egli aveva costatato che i vini bianchi, soprattutto quelli prodotti con le uve Pinot, avevano tendenza a rifermentare in primavera con il ritorno dei primi caldi. Mise allora a punto una tecnica di ammostatura soffice e celere ed ebbe l’idea di fermentare il vino in bottiglia e in cantine interrate, per renderlo frizzante e mantenerlo giovane. Rimaneva, però il problema della fragilità delle bottiglie e della scarsa conoscenza del processo fermentativo e quindi del giusto dosaggio del residuo zuccherino per la presa di spuma.

Il vino ha dunque una vita più lunga della nostra?
Ma noi, fragili creature umane, ci vendicheremo ingoiandolo tutto.
Nel vino è la vita.

Petronio Arbitro

Cella Vinaria insieme

Annunci

L’AUTUNNO IN MONFERRATO

Langhe Roero e Monferrato

Pochi sono i luoghi in Italia che invitano ad un turismo autunnale come questi magnifici e leggendari luoghi do Monferrato, Langhe e Roero ove il vino è impareggiabile, il cibo non da meno e le location sono invitanti, colorate e di sicuro effetto. Centinaia di attività avvicinano alla tradizione curando la qualità sia dell’eno-gastronomia sia dei suggestivi luoghi e strutture ospitanti. Ville, castelli, antiche osterie dove quasi tutto è fatto a mano, cantine, infernot, vigne, produttori grandi e piccoli, carne fassona e tartufo, dolci e formaggi, grappe e liquori, paste ripiene e risotti ai mille gusti, confetture e miele, pane e grissini di ogni genere, accompagneranno il vostro soggiorno in luoghi unici ed esclusivi dove nulla è improvvisato, dove la fretta non esiste e la qualità è indubbia.

Qui sotto abbiamo cercato, non con poche difficoltà, di riassumere le numerose produzioni e possibilità che questi magici luoghi offrono anche se, siamo consapevoli che il lavoro svolto non è altro che un granello di sabbia ma, certamente può dare un’idea di ciò che ci si può aspettare visitando, per qualche giorno, questi luoghi.

Non esiste periodo migliore per un week end o una semplice gita in uno dei luoghi più suggestivi d’Italia dove il buon cibo, i grandi vini e la più importante architettura militare in Italia ti accompagnano in un vasto territorio immerso in paesaggi e natura che si perdono nel nostro sguardo. Gli itinerari sono pressochè infiniti e ogni esigenza viene soddisfatta da innumerevoli proposte: dell’osteria tipica al suggestivo bed and breakfast in collina, dalla drogheria storica al resort in castello da favola fino al paesaggio tra le viti. Il nostro non vuole essere un catalogo di luoghi o proposte, non è nostra intenzione perchè il web ne è pieno, ma solo un modo per consigliare un luogo da visitare a chi magari, non lo conosce dalla giusta prospettiva.

Sono trascorsi più di mille e cinquant’anni dalla nascita del Monferrato. Era il 967 quando il marchese Aleramo lo istituì con diploma imperiale oggi custodito all’archivio di Stato di Torino. Una ricorrenza che cadrà nel 2017 e che la Camera di Commercio di Asti si propone di onorare con un calendario di eventi, in via di definizione.

Langhe, Roero e Monferrato PATRIMONIO UNESCO DAL 2014

Un luogo magico dove il vino e’ davvero vino

Ottimo cibo, buon vino, storie e castelli, luoghi nobili e case militari, forti e manieri, ville e cantine, ci faranno immergere in un mondo unico collegato dal piacere della scoperta.

Il «Mon-frà»

In realtà del territorio che i discendenti di una delle più importanti famiglie marchionali del Medioevo governeranno fino al 1305 (dorsale collinare Torino-Casale Monferrato a Nord, Appennino ligure al Sud e ai fianchi Langa e Alessandrino) non è certo neppure l’etimo, dei tre supposti. Il preferito, guarda caso, è «Mon – frà», ossia il “mattone ferrato” usato per ferrare il destriero nella leggendaria cavalcata.

LA LEGGENDA DEL NOME “MONFERRATO. Merita qui proporre una sintesi di una nota leggenda di cui fa cenno anche il Carducci nel suo saggio “Gli Aleramici”. Si narra che Aleramo sarebbe figlio di una coppia di nobili Sassoni che, per adempiere un voto si recavano pellegrini a Roma. Giunti a Sezzadio nacque loro figlio che lasciarono in custodia ad una famiglia del luogo, per proseguire il viaggio. Non tornarono mai più. Aleramo crebbe e partecipò con l’Imperatore Ottone I ad una campagna condotta contro alcune città lombarde. Alasia figlia di Ottone si innamorò di lui e insieme fuggirono verso l’Appennino Ligure.

Qui prese nome dalla bella principessa la città di Alassio come illustrato anche da una serie di maioliche che l’Amministrazione Comunale ha collocato sul famoso “muretto di Alassio”. Tornati alla corte imperiale e perdonati grazie all’intervento del Vescovo di Albenga, ottennero la promessa di una Marca grande come tutto il territorio che Aleramo fosse riuscito a circoscrivere in tre giorni di cavalcata. Riuscì nell’impresa di percorrere tutto il territorio tra il Po ed il mare che era stato testimone della sua infanzia. Ancora il Carducci ci racconta che Aleramo non trovando strumenti adatti a ferrare il cavallo per il viaggio, adoperò un mattone che nel volgare locale si diceva mun e così il cavallo fu ferrato frrha da cui il nome Monferrato. Oltre alla citata leggenda, alcuni storici attribuiscono l’origine del nome alla città di Aysemberg in Sassonia dalla quale sarebbero venuti gli Aleramici e Il cui nome, tradotto in italiano, significa “Monte di ferro”. Secondo Galeotto del Carretto nelle sue “Cronache del Monferrato”(1493), l’etimologia sarebbe suffragata dagli stemmi e le armi dei conti di Aysemberg dove domina il rosso ed il bianco come in quelli degli Aleramici. Altri fanno risalire a “Mons ferax” l’origine del nome. 1035. Adelaide, figlia di Olderico Manfredi, marchese di Torino e di Susa, eredita la marca portandola in dote al terzo marito, Oddone di Moriana, figlio del Biancamano. Alla morte di Adelaide (1091), il marchesato di disgrega originando molteplici riferimenti comitali e marchionali, tra cui emergono quelli dei conti di Savoia, dei marchesi di Saluzzo e di Creva e dei marchesi del Monferrato. SEC. XI-XII. Fondazione di numerose abbazie come sostegno al prestigio delle famiglie marchionali. Le istituzioni monastiche fondate dai Cistercensi – tra cui S. Maria di Lucedio (1123, presso Trino) – occupano territori incolti, che provvedono a coltivare direttamente mediante aziende agricole, dette grange, i primi rilevanti insediamenti produttivi. 1150-1305. Gli Aleramici e con essi il Monferrato diventano protagonisti importanti della storia. Guglielmo V (1133?-1191) sposa Iulitta sorellastra del padre di Federico I Barbarossa, Imperatore che condusse una serie di guerre contro Milano e la Lega Lombarda. Al suo fianco come fedele alleato sempre lo zio Guglielmo tra i pochi Signori dell‟epoca fedeli all‟Imperatore.

Ad Occimiano si svolsero gli incontri preparatori dell‟assedio contro Milano. In funzioni anti-Marchese di Monferrato ed anti-Imperiale fu fondata con l‟appoggio di Papa Alessandro III la città di Alessandria (1168). I confini dei possedimenti monferrini di Guglielmo mutavano in continuazione. In tutto questo periodo Casale seguì vicende proprie, come comune ed in lotta continua con il Vescovo di Vercelli per i tributi a lui dovuti. Gli aleramici, le cui vicende sono, per ora, abbastanza distinte da quelle del comune di Casale Monferrato, continuano a sognare un regno. Come tanti europei Guglielmo V impegnò se stesso ed i suoi figli nella II e III Crociata con motivazioni religiose ma non solo. Si distinsero in Oriente il primogenito Guglielmo (detto “Lungaspada” che sposò Sibilla regina di Gerusalemme), Corrado ed in un secondo momento anche Bonifacio I. In Oriente morirono tutti anche Guglielmo V (detto il Vecchio) nel 1191. 3 Anche altri marchesi di Monferrato tentarono più volte di accrescerà le proprie fortune territoriali in Terra Santa durante la Crociate successive. Come già accennato in precedenza, i contrasti tra il Vescovo di Vercelli e Comune di Casale unitamente al Capitolo del Duomo erano frequenti. Nel 1215 truppe alleate vercellesi, alessandrine, pacilianesi (Paciliano era l‟attuale S. Germano frazione di Casale), unitamente anche a quelle inviate dal duca di Milano attaccarono il borgo, devastando e uccidendo. Appiccarono fuoco al Duomo e gli alessandrini rubarono le reliquie del santo trafugando anche il galletto, banderuola segnavento installata sul tetto della chiesa. I capifamiglia casalaschi furono deportati ed il borgo parve declinare irrimediabilmente. Solo l‟intervento provvidenziale dell‟imperatore Federico II che concesse aiuti e fece rientrare gli esiliati salvò il Casale di S. Evasio dalla rovina. Visse in questo periodo fra Ubertino da Casale (1259 – ?) frate francescano del gruppo degli intransigenti, citato nella “Divina Commedia” e nel “Nome della rosa” di Umberto Eco. Guglielmo VII (1240-1292), il “Gran marchese” fu anch‟egli un importante protagonista delle vicende storiche del suo tempo, conseguendo prestigio e potere per il ”Monferrato” su un territorio sempre più ampio che si estese su gran parte del Piemonte e della Lombardia. Sposò Beatrice figlia del re di Castigliia. Comandò l‟esercito della coalizione contro Carlo D‟Angiò sconfitto nella battaglia di Roccavione. Morì prigioniero ad Alessandria. Il di lui figlio Giovanni I morì senza eredi, lasciando il titolo marchionale a Iolanda Irene, sua sorella e moglie di Andronico II Paleologo imperatore di Costantinopoli. Viene quindi mandato dalla madre ad assumere l‟eredità monferrina, il secondogenito Teodoro che si afferma con non poche difficoltà, divenendo l‟iniziatore della dinastia Paleologa in Monferrato. Si deve evidenziare che diventa quasi impossibile tratteggiare per questo periodo un‟organica situazione del Marchesato di Monferrato causa l‟incessante succedersi di acquisizioni e perdite territoriali che ne trasformano continuamente l‟assetto. 1306-1434. Il giovanissimo Teodoro (16 anni) sposa Argentina Spinola di Genova e con l‟aiuto del denaro genovese si afferma come marchese. Nel 1316 anche Casale offre la sua “dedizione” a Teodoro. Il Marchesato subisce l‟occupazione dei Visconti di Milano (1370 – 1404). Da questi viene restituito ai Paleologi grazie all‟importante supporto che il Marchese Teodoro II ricevette dall‟intervento del casalese Facino Cane condottiero, capitano di ventura che riportò tra l‟altro a Casale le veneratissime reliquie di Sant‟Evasio (1403), trafugate dagli alessandrini nel 1215. Nella grandiosa basilica dedicata al Santo nella città di Casale, giunge anche il prezioso Crocifisso.

Il Marchesato subì ancora una serie di evoluzioni. La massima espansione si può far coincidere con il governo di Gian Giacomo Paleologo (1395-1445) che spostò la sua capitale da Chivasso a Casale Monferrato (1434). Il territorio è diviso in due tronconi: Basso Monferrato con Casale, Trino, Moncalvo, Occimiano, Vignale, Fubine, Montemagno e Alto Monferrato con Acqui, Alba, Bergamasco, val Bormida di Spigno e la valle dell‟Erro. Divide le due parti del marchesato la valle del Tanaro tra Asti ed Alessandria. 1435-1559. Guglielmo VIII fratello di Gian Giacomo ottenne l‟erezione a diocesi della città .Con essa inizia l‟esistenza di un‟unità territoriale ancora oggi viva nel territorio monferrino. Con Bolla Pontificia di Sisto IV Casale diventa sede vescovile e con questo il Borgo diventa città e sede amministrativa del marchesato e fioriscono in tutto il territorio nuove chiese. Da ricordare la fondazione di San Domenico a Casale per adempiere ad un voto dei marchesi per propiziare la nascita di un erede maschio. Crea è oggetto di molte donazioni ed attenzioni sia di Guglielmo VIII che il fratello Bonifacio III ed il di lui figlio Guglielmo IX. Essi si dimostreranno signori illuminati, amanti delle arti e della cultura. La corte paleologa partecipa al grande movimento culturale che il Rinascimento Italiano avvierà in quegli anni.

L‟unico figlio maschio di Guglielmo IX muore giovanissimo e la Marchesa Anne D‟Alençon Valois reggente del marchesato durante il difficile periodo delle guerre tra Francia e Spagna vede, dopo la morte del figlio Bonifacio erede del marchesato, riapparire i Gonzaga di Mantova che avevano in precedenza ricusato una promessa di matrimonio tra Francesco Gonzaga e Maria Paleologa e che propongono le nozze tra Federico Gonzaga con la sorella di Maria, Margherita Paleologa, al fine di acquisire diritti ereditari sul Monferrato.

WHY IN ITALY

sito

Nel 1492, anno storicamente rilevante, lascia il segno anche in Monferrato. L‟editto di espulsione degli Ebrei dalla Spagna ne conduce a Casale un gruppo rilevante. La Comunità israelitica casalese aumenta e diventa prevalentemente Sefardita. Merita qui far cenno al fatto che, ancora ai giorni nostri, si discuta e si compiano ricerche circa la questione storica relativa alle origini del celebre Ammiraglio Cristoforo Colombo. Una nobile famiglia, i Colombo, possedeva il castello di Cuccaro. Da qui era partito nel 1578 Baldassarre Colombo di Cuccaro per rivendicare l‟eredità dell‟Ammiraglio il cui ultimo erede maschio (don Diego Colon y Previa) era morto a Madrid senza eredi. La questione si protrasse per molti anni e venne chiusa dal tribunale spagnolo 30 anni dopo riconoscendone il diritto ad un erede da parte di madre del suddetto Diego Colon. Non tutti si arresero asserendo che probabilmente la sentenza privilegiò la linea spagnola dell‟eredità. Ancora nel 2005 sono stati pubblicati tesi riguardanti la soluzione di questo enigma a favore della discendenza da Cuccaro, tesi suffragata comunque da documenti ritrovati nell‟Archivio di Stato di Torino. Forse non si riuscirà mai a conoscere del tutto la verità storica. Certo che questa tesi dei natali “cuccaresi” di Colombo affascina molto i Monferrini. Un altro grande viaggiatore, il conte Carlo Vidua di Conzano si occupò delle origini monferrine di Colombo. 1559-1713. Con il trattato di Cateau – Cambrésis il Marchesato di Monferrato diventa parte integrante del Ducato di Mantova. I Gonzaga impongono ai Monferrini un regime che non rispetta le secolari tradizioni di autonomia sempre conservate. Viene sventata una congiura ordita per uccidere il Duca Guglielmo capeggiata da Oliviero Capello. Nel 1574 Guglielmo ottiene il titolo Ducale per il Monferrato. Tra i Monferrini illustri da ricordare Guglielmo Caccia detto “Il Moncalvo”(1568-1625) e la sua bottega dove sviluppa anche la sua arte la figlia Orsola.Molte le opere in Monferrato. Con Vincenzo I alla fine del secolo Casale diventa la Cittadella più fortificata d‟Europa (nominata anche nel cap. XXVII dei Promessi sposi). Tutto il Monferrato paga grandissimi tributi per questa opera. La Cittadella più famosa d‟ Europa fu visitata nel 1656 anche l‟ex regina di Svezia Cristina, personaggio famoso in quegli anni per la sua cultura e personalità. Nel corso del „600 la città di Casale e tutto il Monferrato sono continuamente sottoposti ad assedi ed a passaggi di truppe che saccheggiano e devastano. Si susseguono due guerre di successione per il Monferrato dichiarate dai Savoia che da tempo anelavano al possesso del ducato e successive lotte tra Francia e Spagna che si affrontavano per motivi di dominio politico sull‟Italia (i Francesi con i Savoia da un lato e gli Spagnoli di Milano dall‟altro). Particolarmente colpiti Vignale con due saccheggi e Casale che con la sua Cittadella, che già era costata immani sacrifici economici ai casalesi, subisce ben 5 assedi. Non mancò neppure il flagello della peste che scoppiò nel giugno del 1630.

La Madonna del Pozzo a San Salvatore e la Madonna dell‟Assalto a Rosignano 15 maggio 1616: è in corso la guerra di successione del Monferrato tra il Duca di Savoia sostenuto dai francesi ed il Duca di Mantova sostenuto dagli spagnoli. Un soldato spagnolo passando nei pressi di San Salvatore cerca di bere un po‟ d‟acqua da un pozzo scavato nel terreno. Sorpreso da qualche nemico viene spinto nel pozzo. Prega la Vergine, di cui era molto devoto, e , miracolosamente, l‟acqua del pozzo si innalza fino a farlo affiorare, salvo, sul terreno. Sul luogo sorge ancora oggi il Santuario della Madonna del Pozzo. 21 aprile 1640 Casale e la sua cittadella sono assediate dalle truppe spagnole e difese dai casalesi e da un drappello di soldati francesi. Una delle poche località dei dintorni, non ancora occupate dagli spagnoli, è la rocca di Rosignano. Una batteria di cannoni viene collocata a Cella Monte e si intima la resa a Rosignano. Il presidio oppone rifiuto e viene sferrato l‟attacco. Quando la situazione sembra ormai completamente perduta un gruppo di assediati trasporta sui bastioni, dalla chiesa di Sant‟Antonio, la statua della Madonna del Rosario. Dice la tradizione che una parte dei soldati spagnoli smise di sparare ed una parte si diede alla fuga e l‟assalto venne sospeso. Si gridò al miracolo e la Madonna fu chiamata Madonna dell‟Assalto. La festa viene celebrata ogni anno il 21 aprile con celebrazioni civili e religiose. Come in parte già detto dopo un XVII sec. terribile per il Monferrato che ha subito passaggi continui di truppe straniere con assedi, massacri e devastazioni anche i rapporti tre il Duca di Savoia ed i francesi diventarono tesi. Nel 1705 i francesi conquistano la rocca di Verrua, dopo di che nel 1706 invece i Sabaudi con Vittorio Amedeo II, che ebbe il supporto delle truppe imperiali guidate dal Principe Eugenio Savoia Soisson, sventarono l‟assedio francese di Torino (episodio di Pietro Micca). Nel 1707 Le Renard, così veniva chiamato il Duca di Savoia, entra trionfante a Casale. L‟avanzata dei Savoia è inarrestabile. Nel 1708 il Duca Ferdinando Carlo di Gonzaga Nevers viene accusato di fellonia da parte dell‟imperatore e perde tutti i suoi poteri. 1713. Il Ducato di Monferrato passa al Duca di Savoia Vittorio Amedeo II. Con il definitivo passaggio al Ducato di Savoia terminano la gloriosa storia di indipendenza del marchesato di Monferrato, dei suoi Signori e dei quasi tre secoli di Casale Monferrato capitale. Fig. 9: Veduta di Casale assediata. Circa 1640 xiligrafia, firmata da Giangiacomi. Milano: raccolta Bertarelli 7 Con la pace Utrech (1713) il Basso Monferrato con Casale e Alto Monferrato con Acqui diventano territorio piemontese. Vittorio Amedeo II assume il titolo di re di Sicilia che in seguito diverrà di Sardegna. Le campagne sono comunque sempre più povere. Rifioriscono attività artistiche solo con la costruzione di chiese. Da ricordare l‟architetto casalese Francesco Ottavio Magnocavalli 1707-1789 (detto anche Magnocavallo) conte di Varengo che progettò molte chiese Monferrine: Varengo, Casorzo, Ottiglio Moncalvo, Solonghello, nonché Santa Croce (rifacimento) e palazzo Leardi a Casale e molti altri edifici civili e religiosi.

Casale, anche se privata di alcune sue peculiarità come il Senato (attuale Corte D‟Appello), vede fiorire alcuni splendidi palazzi voluti dalla nobiltà locale. Ne è uno splendido esempio la spettacolare via Mameli dove si incontrano tra altri i due palazzi Gozzani di Treville e Gozzani San Giorgio, palazzo Sannazaro e palazzo Magnocavalli.

Nel 1805 si ricorda la frase “Casale è una città di tutto riguardo” attribuita al conte Champigny, ministro di Napoleone Buonaparte, che percorreva via Mameli, preparando la visita dell‟Imperatore con la consorte Fig. 10: Moncalvo, Chiesa di Madonna delle Grazie (1758) Fig. 11: Casale Monferrato, Palazzo Gozzani San Giorgio (1778) 8 Giuseppina. Durante l‟occupazione napoleonica fu sindaco della città, o meglio Maire, Giorgio Rivetta (1753- 1826) che fu capace di salvare dalla demolizione il castello e scongiurare l‟abolizione del tribunale. Con la soppressione di tutti i conventi fu trasferita la sede municipale nel convento di Santa Croce (oggi sede del Museo Civico). Proprio durante il periodo napoleonico si ebbero notevoli ripercussioni anche nei territori piemontesi e quindi monferrini. Il Piemonte divenne territorio francese ed i Savoia ripararono in Sardegna. 1815. Con la restaurazione essi tornarono a Torino ed in Monferrato. Casale mantenne un ruolo di grande importanza nel Regno di Sardegna. Non si può dimenticare, per la rilevanza della sua opera, il casalese Luigi Canina (1795-1856). Architetto, nel 1814, giunse a Roma, dove, introdotto dal marchese Evasio Gozani di San Giorgio, entrò al servizio del principe Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte. Ottenne quindi una serie di importanti incarichi nella Roma papalina, ricevendo anche riconoscimenti dal Pontefice Gregorio XVI. Tornato a Casale per un breve periodo, salvò, con l‟aiuto di p. Antonio Rosmini fondatore dei padri rosminiani, la nostra cattedrale dall‟abbattimento già deciso. Morì a Firenze dove è sepolto, tra i grandi d‟Italia, in Santa Croce. 1848. Con il “48” anche Casale subisce le conseguenze della 1° guerra d‟indipendenza quando gli austriaci dopo aver sconfitto Carlo Alberto a Novara, dilagano anche nel resto del Piemonte ed a Casale tentano di entrare in città fermati solo da uno sparuto manipolo di soldati guidati dal valoroso tenente Carlo Vittorio Morozzo di San Michele che muore nello scontro. Per ricordare questo glorioso episodio in pz. Castello è stato eretto il Monumento alla Difesa di Casale di Francesco Porzio e il Gonfalone della città è stato insignito di medaglia d‟oro. 1870 IL REGNO D’ITALIA. Nel Risorgimento italiano Casale ed il Monferrato accompagnarono il processo di unità d‟Italia anche con il contributo di molti illustri personaggi. Certamente decisivo fu nel 1870 l‟impegno politico di Giovanni Lanza (Casale 1810 – Roma 1882) che, Presidente del Consiglio dei Ministri, diede avvio all‟operazione militare che permise, con la presa di Roma, la conclusione del processo di unità nazionale (breccia di Porta Pia). Anche Filippo Mellana (Casale 1810 – 1879) e Paolo Onorato Vigliani (Pomaro 1814 – Firenze 1900) ricoprirono incarichi ministeriali ed in parlamento.

IL PATRIMONIO DEGLI “INFERNOT” Gli infernot sono utilizzati per la conservazione domestica delle bottiglie e rappresentano vere e proprie opere d’arte legate al “saper fare” popolare. L’area selezionata dall’UNESCO comprende le principali cave da cui si estraeva il materiale lapideo che caratterizza anche l’architettura dei pregevoli borghi d’altura. In stretta connessione sono i territori vitati, storicamente legati alla coltivazione del vitigno Barbera – qui vinificato principalmente come Barbera del Monferrato DOCG – e di altri vitigni minori comunque caratterizzanti il patrimonio di uve piemontesi.

Caratteristica comune a cantine e infernòt è l’assenza di luce e di aerazione diretta. L’infernòt si distingue tuttavia dalla cantina vera e propria, rispetto alla quale occupa in genere una posizione inferiore e svolge una funzione sussidiaria, concentrata sulla conservazione del vino imbottigliato. Gli infernòt furono costruiti quasi tutti da contadini o cavatori senza alcuna nozione di ingegneria o architettura, ma sono ancora intatti grazie alla solidità e alla particolare resistenza del materiale di scavo.

L’Infernot di Palazzo Tornielli presenta tutte le caratteristiche tipiche di questa forma architettonica con la presenza di un ampia cantina dotata di Botti in rovere di fine ottocento e a seguire un meraviglioso Infernot scavato direttamente nel Tufo. Lo spazio recentemente ristrutturato è l’ideale per aperitivi o incontri conviviali volti alla riscoperta di tradizioni e culture caratterizzanti il territorio del Monferrato.

Da non perdere la visita al grande infernot che sorregge mezza piazza del campo di tamburello e a quello del Circolo comunale che al termine del percorso evidenzia un buco sulla volta. Ha il diametro di mezzo metro da cui calava il contrappeso del ponte levatoio dell’abbazia. Ma questa è un altra storia, nata circa 5-7 milioni di anni fa con l’emersione di fanghi d’argilla, marna, calcare e, solo in una ristretta fascia del Basso Monferrato, di un particolare sedimento saliceo-calcareo detto «pietra da cantoni». Una storia tutta da vedere, non senza degustare un sorso di Barbera e Grignolino, gemme preziose lì custodite.

STORIA DEL VINO IN PIEMONTE I vini del Piemonte: un lungo viaggio tra storia, cultura, millenarie tradizioni e stupendi paesaggi di lunghe distese di vigneti. Le origini della viticoltura piemontese risale alla media età del Bronzo, intorno al 1500 a.C., ma un contributo significativo lo si deve alla colonizzazione romana, infatti in Piemonte troviamo due interessanti stele funerarie del I secolo d.C. che rappresentano nella decorazione un venditore di vino, segno evidente dell’importanza del commercio vinicolo nella regione.

MAPPA DEL VINO
MAPPA DEL VINO

Il panorama ampelografico della prima metà dell’800 era segnato da una grande complessità e da una certa confusione. Ci si rendeva conto della difficoltà di destreggiarsi tra i vitigni, i loro nomi, i loro sinonimi locali, i termini dialettali, c’era incertezza su quali fossero i più adatti alla vinificazione, su quale fosse la loro produttività, la loro adattabilità alle condizioni pedoclimatiche. L’esigenza di un miglioramento delle conoscenze fece nascere in ambito piemontese diversi studi ampelografici e varie sperimentazioni viticole. I nomi che spiccano in questo campo sono quelli del conte Nuvolone Pergamo, del marchese Filippo Asinari di San Marzano, del marchese Leopoldo Incisa della Rocchetta, di Leardi e Demaria e, naturalmente, quello del conte Giuseppe di Rovasenda, che diventò celebre in tutta Europa.

Le vigne del Monferrato, accuratamente coltivate, erano una delle poche zone dove a partire dal 1840 era iniziata la lenta diffusione dell’uso del filo di ferro. In Piemonte la prima utilizzazione del filo di ferro su scala importante si deve al farmacista Martino Moschini, assistente di fisica al collegio di Novara. A Barolo quest’uso apparve nel 1850, al posto delle tradizionali pertiche e canne orizzontali. Tuttavia non avendo ancora idee sufficientemente chiare su questa pratica, gli inconvenienti riscontrati indussero ad abbandonarla per almeno un decennio. A partire dal 1860, i proprietari sperimentarono la novità applicandola in diversi modi. C’era chi tirava un solo filo, chi persino tre. Il conte di Mirafiori nella sua celebre tenuta di Fontanafredda aveva adottato il sistema a tre fili e sopra il più basso metteva una cannetta per evitare lacerazioni ai germogli. Presso un suo podere di La Morra il dottor Matteo Ascheri ideò una palizzatura che univa la pratica tradizionale e l’innovazione. Aveva predisposto ai capi del filare due robusti pali fra i quali aveva tirato due fili di ferro a una distanza di 50 cm. Sotto ai fili erano piantati diversi corti pali di sostegno affioranti 70 cm dal terreno. Tutti questi pali erano uniti alla sommità da una lunga traversa inchiodata. La vite si legava con un vimine al palo tutore e si faceva passare sopra la traversa, con la punta rivolta all’ingiù. I nuovi tralci man mano che si allungavano si legavano al primo, poi al secondo fil di ferro. Sempre con la mente necessariamente rivolta al contenimento delle spese, si sottolineava che i pali ai capi dei filari dovevano essere nuovi, mentre i paletti di sostegno potevano anche essere gli “scaluss”, ovvero i pali già usati.barolo

Primo Congresso enologico italiano Tutti i soggetti legati alla viticoltura e all’enologia rivestivano un grande interesse economico e sociale, cosicché il Comizio Agrario di Torino ritenne necessario uno scambio di idee pubblico, in modo da diffondere le buone pratiche di vinificazione e migliorare in modo sensibile la qualità dei vini. Propose quindi che, in occasione dell’annuale Fiera di Carnevale di Torino si tenesse un Congresso Enologico. Nel febbraio 1875, sotto la presidenza del Conte Ernesto di Sambury, si svolse nel capoluogo piemontese il I° Congresso Enologico Italiano. Fu l’occasione di confrontare i diversi punti di vista sul futuro dell’enologia, sia da un punto di vista tecnico che commerciale.

Fondazione della scuola enologica di Alba Nel 1881 l’esigenza di formare del personale tecnicamente preparato e specializzato nell’ambito del vigneto e della cantina portò alla fondazione della Scuola di Viticoltura ed Enologia di Alba. All’atto della sua istituzione la scuola possedeva un podere in collina di circa sei ettari coltivato per lo più a vigna, con un caseggiato rustico, una cantina, una tinaia. Il suo primo direttore fu il professor Domizio Cavazza, docente preparato ed entusiasta che offrì un grande contributo non solo all’affermazione e ai progressi della Scuola, ma diede anche impulso alla sperimentazione di nuove tecniche nell’ambito della viticoltura e dell’enologia locale. Il suo nome è inoltre legato alla creazione della tipologia secca del Barbaresco. La scuola albese oltre all’insegnamento impartito agli alunni diede istruzioni ai viticoltori per combattere la peronospora, la tignola dell’uva, diffuse la pratica dell’innesto e dell’ibridazione delle viti americane con le viti locali. Nel 1889 si dotò di un laboratorio chimico per l’effettuazione delle analisi enologiche, dei terreni e dei prodotti della viticoltura. Il laboratorio funzionava anche per conto terzi. Dal 1886 la Scuola ospitò una Mostra permanente di Macchine agrarie, allo scopo di diffondere la conoscenza delle diverse macchine utilizzabili in agricoltura, con speciale riguardo alla viticoltura e all’enologia.

Gianduja Nei primi tempi dell’occupazione napoleonica nacque la maschera popolare destinata a diventare famosa: Gianduja, con tricorno, codino, giubba marrone orlata di rosso, calzoni verdi e calze rosse. Aveva un carattere sagace, satireggiava volentieri, perciò i Francesi non lo amavano, vedendolo come un oppositore. Ma oltre al suo spirito patriottico Gianduja era contraddistinto da un’indole allegra, generosa ed era sempre pronto a brindare con la sua douja piena di buon vino.

La trasformazione agraria dell’epoca napoleonica L’epoca napoleonica fu un periodo di importanti trasformazioni della proprietà agraria. I cambiamenti erano già iniziati all’inizio del 1700 con la politica sabauda che mirava a ridurre le immunità feudali ed ecclesiastiche. L’attacco alle immunità doveva portare a valorizzare il reddito agrario rispetto a quello puramente di proprietà. In effetti il reddito dei terreni allodiali era superiore a quello delle terre fiscalmente privilegiate. A partire dal giugno 1800 il governo francese indisse numerose vendite di beni ecclesiastici dichiarati nazionali. La maggior parte degli acquirenti era costituita da ceti medio-alti, con un’ampia percentuale di professionisti, commercianti e di un buon numero di borghesi che avevano già come unica attivitàquella di proprietari terrieri. Accanto a questi si registrava naturalmente la presenza della nobiltà fondiaria e dell’aristocrazia della corte e dell’esercito.

Cavour Nell’ottobre del 1850 Camillo Benso conte di Cavour entrò nel ministero d’Azeglio come ministro dell’Agricoltura, Commercio e Marina. Le sue conoscenze tecniche e gestionali, maturate a Leri e a Grinzane, si rivelarono proficue al suo nuovo incarico: la produzione di riso, olio e vino aumentò, l’agricoltura piemontese conobbe anni positivi. Il 19 aprile 1851 Cavour aggiunse il ministero delle Finanze a quello dell’Agricoltura e Commercio. Poi divenne primo ministro: in quel periodo si attuò la riforma generale delle tariffe doganali e del commercio con l’estero.

I primi trattati commerciali furono stipulati con il Belgio e l’Inghilterra. Seguirono Grecia, Zolverein, Svizzera e Paesi Bassi. Il 18 ottobre 1851 si firmò un trattato con l’Austria, che stabiliva una riduzione delle tariffe sull’esportazione dei vini piemontesi. Un accordo commerciale dello stesso tipo stipulato con la Francia il 14 febbraio 1852, permetteva un’esportazione più facile di olio, bestiame e formaggi piemontesi, in cambio di una riduzione dei dazi di importazione sui vini francesi.


La viticoltura mirata alla qualità più che alla quantità del prodotto, è stata dettata dalla particolare conformità morfologica del territorio e dalle condizioni ambientali di regione ai piedi delle montagne. Ciò ha anche permesso alla regione di essere riconosciuta a livello mondiale come zona vinicola di grande importanza grazie ai suoi 46.500 ettari di superficie vitata che rappresenta circa il 7% del vigneto Italia.

Il Piemonte può vantare 18 docg e 42 doc che rappresentano l’85% della produzione regionale. Il suo patrimonio ampelografico dispone di un grande numero di vitigni, il Barbera con 16 mila ettari è il vitigno più diffuso sul territorio regionale (35%) seguito da Moscato, Dolcetto e Nebbiolo. Sono presenti poi numerosi vitigni autoctoni minori come Avanà, Ruchè, Timorasso, Quagliano su cui si concentrano alcune iniziative per incrementarne la superficie coltivata e migliorarne il livello qualitativo.

Numeri che le politiche regionali hanno potenziato attraverso percorsi di valorizzazione: nel 1980 attraverso la costituzione delle Enoteche regionali e delle botteghe del vino, strutture che sono finalizzate alla valorizzazione del vino e del territorio di produzione. In aggiunta sono state create le Strade del Vino, ben 7 percorsi destinati a fare conoscere le zone vitivinicole, e precisamente Strada del vino del Canavese, dell’alto Monferrato, Astesana, Colli tortonesi, Barolo e dei grandi vini di Langa e l’ultima nata la reale strada dei vini di Torino.

Questi tracciati attraversano le maggiori zone vitivinicole piemontesi:
Canavese, l’area settentrionale della regione che comprende le province di Biella, Vercelli, Novara e Verbano Cusio Ossola è meno conosciuta nonostante il vitigno Nebbiolo sia largamente utilizzato per produrre Ghemme, Gattinara, Carema nella parte occidentale ed in prossimità della valle d’Aosta. Una interessante uva a bacca bianca di questa zona è l’Erbaluce, capace di produrre anche un passito straordinario.

Langhe suddivise in bassa, alta e Langa astigiana: una vasta zona collinare, tra Asti e Cuneo sulla destra del fiume Tanaro, caratterizzata dalle caratteristiche colline allungate, dove si coltivano principalmente Barbera, Nebbiolo, Dolcetto e Moscato e si producono vini come il Barolo ed il Barbaresco. Sulla sinistra del fiume Tanaro, il Roero, anche qui l’uva più diffusa è Il Nebbiolo, tuttavia importante è l’Arneis e la Favorita.

Nella parte sud-orientale della regione troviamo il Monferrato, tra Asti ed Alessandria, che può ancora essere suddiviso in basso Monferrato d’Asti che comprende tutti i comuni della provincia di Asti, il cui vitigno più celebre è il Moscato bianco, con cui si produce l’Asti spumante; Monferrato casalese e prima di arrivare all’Oltrepo pavese, si estendono i Colli Tortonesi dove troviamo Cortese e Timorasso.

La collina torinese che collega il basso Monferrato a Torino produce Freisa, Bonarda, Malvasia nera e il Cari. Più a nord troviamo la Valle di Susa ed il Pinerolese con i suoi vitigni rari come Avanà e Neretta, Avarengo e Doux d’Henry.


ALTA LANGA METODO CLASSICO – Le bollicine di classe.
Piace molto ed è particolarmente indovinato, il claim della campagna, che recita “orgoglio piemontese”, perché credo che i piemontesi debbano essere davvero orgogliosi di questa denominazione bollicinara piemontese che designa metodo classico esclusivamente millesimati con almeno 30 mesi di affinamento sui lieviti da uve, a predominanza Pinot nero, con una parte minore di Chardonnay, coltivate in collina e alta collina, in provincia di Alessandria, Asti e Cuneo.
Trovo giusto che i miei amici “piemunteis”, che sono stati storicamente i primi a produrre in Italia vini prodotti con la tecnica champenoise della rifermentazione in bottiglia cerchino di recuperare il tempo perduto e proporsi, con una produzione ancora piccola, circa 300 mila bottiglie proposte da una decina di soggetti produttivi, all’attenzione degli appassionati. E non trovo casuale né sbagliato, né tantomeno “provinciale”, che con questi numeri la campagna pubblicitaria che parte ora si rivolga ai potenziali acquirenti, semplici appassionati o addetti ai lavori come enotecari e ristoratori, piemontesi.
In moltissime carte dei vini, splendidamente fornite, dei ristoranti di Langa e Roero trovano (giustamente) spazio svariate etichette di metodo classico italiani (soprattutto Franciacorta) e di Champagne. Sarebbe cosa buona e giusta se questi stessi ristoratori che danno spazio, accanto a grandi rossi locali base Barbera, Dolcetto, Nebbiolo, alle “bollicine” che vengono da fuori dessero spazio, perché svariati prodotti lo meritano, anche ai metodo classico dell’Alta Langa docg.
Una denominazione che rimarrà per diversi anni ancora di nicchia, e che potrebbe crescere (escludendo però lo sviluppo di zone come Franciacorta e Trentino) se accanto agli attuali aderenti a questo piccolo Consorzio si andassero ad aggiungere altri produttori che attualmente realizzano una microproduzione molto parcellizzata. Proposta attualmente in maniera generica come spumante Vsq o vsqprd, che non si avvale di una denominazione peculiare. Oppure in qualche caso si avvale di una denominazione non precisamente di grande allure come la Doc Piemonte Spumante.
Nulla mi impedisce di pensare che in futuro anche un grande nome come Bruno Giacosa, se la Docg Alta Langa crescesse, invece di approvvigionarsi per i suoi eccellenti Extra Brut in Oltrepò Pavese potrebbe piantare un paio di ettari di Pinot nero in Langa. Diverso il caso di chi invece, per i propri metodo classico, come ad esempio Erpacrife ha scelto la strada, legittima, della produzione di vini a base Nebbiolo in purezza.
Il disciplinare attuale dell’Alta Langa Docg limita l’uvaggio ai soli Pinot nero e Chardonnay e non credo si potesse fare diversamente, visto che dalla Champagne in poi in tutto il mondo i metodo classico si producono prevalentemente con queste uve. E non penso che l’Alta Langa avrebbe dovuto puntare sul Nebbiolo come base per le sue “bollicine”. Magari si potrebbe rivedere il disciplinare e consentire l’utilizzo, accanto a Pinot nero e Chardonnay, anche del Nebbiolo.

Chi invece mi sembra debba percorrere tanta strada, salvo che per un vino, il Blanc de Blanc da 100% uve Chardonnay provenienti dalla zona di Costigliole d’Asti, che al momento avrebbe tutte le carte in regola per esserlo, per diventare eventualmente Alta
Al momento, da quello che si può leggere dalle schede dei vini presenti sulle pagine Web,  tutti i vini , tranne il Rosè ed il Blanc de Blancs, sono un assemblaggio di circa 80 % di Pinot Noir e 20% di Chardonnay.
Ecco perché mi sembra un po’ arrischiato e corrisponde ad un’idea della geografia molto personale, che la proprietà attuale della Contratto si proponga, sul sito Internet e su pubblicità via manifesto affisse in giro per la regione, come “Le bollicine piemontesi”. Quantomeno bisognerebbe aggiungere anche la dicitura “e oltrepadane”.
Ecco perché l’orgoglio piemontese per le bollicine metodo classico mi sembra dover essere appannaggio esclusivo dell’Alta Langa Docg e non di altri…
Negli anni successivi sono usciti un blanc de blanc ed un rosè entrambi Brut Zero senza aggiunte di liqueur. Da due anni i Metodo Classico dell’azienda riportano la dicitura MADE IN LANGA a voler sottolineare e rafforzare la propria origine.
Spero possano presto entrare nel cartello dell’Alta Langa Docg.

Note tecniche Alta Langa metodo classico:

Vitigni con cui è consentito produrlo: Pinot nero e/o Chardonnay minimo 90% e altri vitigni non aromatici idonei alla coltivazione nella regione Piemonte.

Tecniche di produzione: Sono ammessi solo vigneti collinari (altitudine non inferiore a 250 m s.l.m.

Per i nuovi impianti e i reimpianti la densità non può essere inferiore a 4.000 ceppi/ha. Le forme di allevamento consentite sono il Guyot tradizionale ed il cordone speronato. È vietata ogni pratica di forzatura, ma è consentita l’ irrigazione di soccorso. Tutte le operazioni di vinificazione debbono essere effettuate nella zona DOC. È consentita esclusivamente la rifermentazione con il metodo classico metodo champenoise. La durata del periodo di elaborazione in azienda non può essere inferiore ai trenta mesi a decorrere dalla vendemmia.

Caratteristiche organolettiche:

spuma: fine e persistente; colore: da giallo paglierino tenue ad oro intenso; odore: fragrante, complesso, caratteristico della rifermentazione in bottiglia; sapore: sapido, fine ed armonico;

Informazioni sulla zona geografica:

La produzione dei vini spumanti sotto la denominazione Alta Langa include una vasta area del Piemonte che abbraccia tre province formando una lunga fascia collinare nelle province meridionali del Piemonte alla destra del fiume Tanaro. L’ambiente di coltivazione da la preferenza alle aree a moderata insolazione, dotate di buone escursioni termiche e con umidità relativa contenuta. Normalmente a tali ambienti corrisponde un indice bioclimatico (Huglin) compreso tra 1700 e 1800,con la fascia altimetrica oscillante tra 280 e 550 metri sul livello del mare. Gli ambienti viticoli piemontesi manifestano, a fianco di una variabilità pedologica non troppo accentuata, una considerevole alternanza di situazioni climatiche e colturali. I terreni marnosi devono essere calcareo-argillosi, a fertilità moderata, con giacitura esclusivamente collinare e con l’esclusione di quelli di fondovalle, umidi e pianeggianti. L’altitudine non deve essere inferiore a 250 metri sul livello del mare.

Cenni storici: Attorno al 1850, il Marchese Leopoldo Incisa aveva incluso diversi vitigni francesi nella sua collezione ampelografica localizzata nei vigneti di Rocchetta Tanaro, in quella che allora era la provincia di Alessandria (che includeva anche Asti). Questi vitigni non incontravano, però, molto favore soprattutto presso i viticoltori. L’avversione dei contadini verso i vitigni stranieri era testimoniata ancora verso la fine del secolo dalle lamentele del proprietario succeduto al Marchese Incisa, che non trovava alcun agricoltore disposto a coltivarli. In realtà, a metà dell’800, non mancavano in Piemonte impianti di Pinot. Già dai primi decenni del 1800 i Conti di Sambuy avevano incominciato ad introdurre alcuni rinomati vitigni francesi con il preciso scopo di migliorare la produzione vinicola locale. Carlo Gancia, però, aveva favorito la diffusione dei Pinot e Chardonnay tra i viticoltori del circondario di Canelli per averne una certa quantità da impiegare nella produzione dei suoi spumanti. Con il Progetto Spumante Metodo Classico in Piemonte, del quale la denominazione “Alta Langa” è nata, l’industria spumantistica piemontese ha reso al suo territorio un contributo di impegno economico e tecnologico prezioso ad una vocazionalità che per decenni era rimasta inespressa al di fuori del mero ambito scientifico. Si è dimostrato che le colline piemontesi dove la vite aveva nel tempo sedimentato una presenza significativa e duratura, disponevano anche della vocazione per le varietà specializzate alla produzione di spumanti Metodo Classico, secondo un modello di sviluppo che affiancasse di continuo all’enunciazione teorica la sperimentazione pratica. La stessa strategia della vendemmia, basata essenzialmente sulla manualità dell’operazione e sulla raccolta esclusiva delle uve in piccole cassette forate utilizzate anche per il convogliamento alla vinificazione, comporta un impegno specifico, a volte anche rilevante che ripaga con un prodotto che rappresenta gli spumanti piemontesi eccellenti nel mondo.


LANGHE E MONFERRATO HOSPITALITY

In Piemonte, ad un’ora di viaggio da Milano, Torino e Genova e poco più distante dai confini con la Francia e la Svizzera, tra le Alpi ed il Mar Ligure, ci sono la provincia di Alessandria e la provincia di Asti, che rappresentano uno dei cuori culturali, artistici ed economici del Piemonte. L’ospitalità in questa regione e la qualità del servizio è di altissima qualità e richiama, ogni anno, milioni di turista da ogni parte del mondo.

È una terra da attraversare, con lentezza e attenzione, poiché l’accoglienza e l’ospitalità eguagliano la bellezza dei paesaggi. Montagna, fiumi e colline dove fermarsi per conoscere e apprezzare, attraverso il racconto discreto delle cose e delle persone, uno stile di vita che si rivela nelle tradizioni, nella storia dell’arte, nella ricchezza della cucina, nelle acque termali. La primavera e l’estate sono i periodi migliori per chi desidera godere dei paesaggi più suggestivi e dedicarsi ad attività sportive all’aria aperta. Autunno ed inverno, invece, sono i mesi prediletti dai buongustai che potranno assaporare, in abbinamento ai pregiati vini, i prestigiosi “frutti” del territorio: tartufi, funghi, castagne, nocciole. Cercheremo, anche se a fatica, di indicare i siti che secondo noi possono dare una mano nella scelta anche se, data la vastità del territorio e le innumerevoli situazioni offerte da queste zone rischiamo di risultare una goccia nel mare.


Torre di Barbaresco (CN)

Qualche link utile per viaggiare e visitare

Castello di Fossano (CN)


GASTRONOMIA E PRODOTTI TIPICI: E’ praticamente impossibile elencare i prodotti e i piatti tipici di una regione dove essi sono innumerevoli, ne dimenticheremmo di certo molti. Per non sbagliare, proprio come per i vini ci limitiamo a citare il Re, come nel caso del Barolo, cioè il Tartufo bianco d’Alba.

IL TARTUFO:  Plutarco azzardò l’affermazione alquanto originale che il “tubero” nascesse dall’azione combinata dell’acqua, del calore e dei fulmini. Simili teorie, condivtartufo

ise o contestate anche da Plinio, Marziale, Giovenale e Galeno, avevano come unico risultato quello di generare lunghe diatribe. Molto probabilmente il loro “tuber terrae” non era il profumato tartufo di cui noi oggi ci occupiamo, bensì la “terfezia Leanis” (Terfezia Arenaria) o specie consimili. Esse abbondavano, allora più di oggi, in Africa Settentrionale ed in Asia Occidentale, raggiungendo il peso di tre-quattro chilogrammi; è comprensibile che fossero molto apprezzate (al punto da essere chiamate “il cibo degli dei”), visto che a quei tempi erano del tutto sconosciuti i tuberi di origine americana, quali la patata ed i tapinambur. Il Tuber magnatum Pico non entrò mai a far parte delle raffinatissime ricette romane, nonostante Roma ebbe per imperatore anche un cittadino albese, Publio Elvio Pertinace. I tartufi che deliziavano i palati dei patrizi romani erano scadenti solo nella qualità, perché, per quanto riguardava il prezzo, questo era salatissimo. Lo scrittore Apicio nel suo “De Re Coquinaria” inserì sei ricette al tartufo nel VII libro, quello che trattava le pietanze più costose.

Nel frattempo, gli studi sul tartufo si moltiplicarono. Plinio il vecchio lo definì “callo della terra”, mentre Giovenale si infatuo’ a tal punto da affermare che “era preferibile che mancasse il grano piuttosto che i tartufi”. Il tartufo evitò per tutto il Medioevo le mense frugali dell’uomo e rimase il cibo di lupi, volpi, tassi, maiali, cinghiali e topi. Il Rinascimento rilanciò il gusto della buona tavola ed il tartufo si mise in marcia per conquistare il primo posto tra le pietanze più raffinate. Il tartufo nero pregiato apparve sulle mense dei signori francesi tra il XIV ed il XV secolo, mentre in Italia in quel periodo si stava affermando il tartufo bianco.Nel ‘700, il tartufo Piemontese era considerato presso tutte le Corti europee una prelibatezza.
La ricerca del tartufo costituiva un divertimento di palazzo, per cui gli ospiti e gli ambasciatori stranieri in visita a Torino erano invitati ad assistervi.Da qui forse nasce l’usanza di utilizzare per la cerca un animale elegante come il cane, al posto del maiale, utilizzato soprattutto in Francia.Tra la fine del XVII ed inizio del XVIII sec., i sovrani Italiani Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III si dilettavano nell’organizzare vere e proprie battute di raccolta. Un episodio interessante riguarda una spedizione tartufiera avvenuta nel 1751 ed organizzata da Carlo Emanuele III presso la Casa Reale d’Inghilterra. Durante la giornata, furono trovati diversi tartufi, ma erano di valore estremamente inferiore rispetto a quelli Piemontesi.logo-giuliano-tartufi

Il Conte Camillo Benso di Cavour, durante la sua attività politica, utilizzò il tartufo quale mezzo diplomatico, il compositore Gioacchino Rossini lo definì “Il Mozart dei funghi”, mentre Lord Byron lo teneva sulla scrivania perché il profumo lo aiutasse a destare la sua creatività e Alexandre Dumas lo definì il Sancta Santorum della tavola.

Nel 1780 venne pubblicato a Milano il primo libro riguardante il Tartufo Bianco d’Alba, battezzato col nome di Tuber magnatum Pico (Magnatum – ossia dei “magnati”, per persone abbienti, mentre Pico si riferisce al piemontese Vittorio Pico, il primo studioso che si occupò della sua classificazione).

Un naturalista dell’orto botanico di Pavia, il Dottor Carlo Vittadini, pubblicò a Milano nel 1831 la “Monographia Tuberacearum”, la prima opera che gettò le basi dell’idnologia, la scienza che si occupa dello studio dei tartufi, descrivendone 51 specie diverse.

Lo studio dei funghi ipogei fu in seguito approfondito dai ricercatori italiani ed attualmente in Italia, ed in particolare in Piemonte, risiedono i migliori centri di studio.


La Banca del Vino e UNISG University of Gastronomic Sciences

Pollenzo BRA (CN)

Il 30 aprile ha aperto a Pollenzo la Banca del Vino. Si tratta di un’istituzione unica nel suo genere e destinata a cambiare approccio col pianeta vino.
Nelle storiche cantine che hanno assistito alla prima codificazione dei moderni metodi di vinificazione dei grandi rossi piemontesi ad opera di Francesco Staglieno, su una superficie di 2500 mq, saranno stoccati i vini delle più prestigiose firme dell’enologia nazionale.

BANCA del VINO

Sono 300 nomi scelti con la massima attenzione per la qualità del prodotto da un’apposita commissione. Il 50% delle aziende selezionate è piemontese, in omaggio alla “piemontesità” di Pollenzo e del suo complesso storico-culturale; l’altra metà è costituita dai nomi principali delle più blasonate aree di produzione italiane.
La Banca del Vino funzionerà come un vero e proprio museo del vino d’eccellenza: con percorsi di visita per il pubblico, quindi, con un sistema interattivo di audioguide in 5 lingue (pronto entro il primo anno), un sito Internet dedicato alle aziende della Banca e ancora – e soprattutto – con una dinamica e costante attività di promozione dell’immagine e della cultura enologica.
Da questo punto di vista la Banca del Vino organizzerà degustazioni, stages, verticali con annate ormai introvabili, week-end enologici a Pollenzo, offerte di vendita per i soci (oltre 700) della Banca del Vino.
Alle cantine partecipanti si chiede un gettito annuale, sotto forma di deposito, di 180 bottiglie all’anno, spalmate su un massimo di tre etichette aziendali proposte anche in formato magnum.
Si comincerà stoccando 60.000 bottiglie e ogni anno aumenteranno dello stesso numero fino ad un massimo di 200.000. Queste bottiglie, di proprietà del produttore, entrano in questo modo a far parte del circuito promozionale della Banca del Vino con, in aggiunta, la possibilità di essere prenotate.

La prenotazione di vino presente nella Banca costituisce una sorta di “acquisto dilazionato”: l’acquirente diventa il nuovo proprietario del vino ma si impegna a tenere stoccate le bottiglie nelle cantine di Pollenzo per un periodo determinato.
Proprio in questo sta la grande differenza concettuale della Banca del Vino rispetto a tutte le strutture commerciali o promozionali: la filosofia di fondo è creare quella memoria storica del vino italiano che ad oggi non esiste, se non in forma molto “casalinga”, nelle cantine di qualche collezionista o degli stessi produttori.

UNIVERSITA’ degli STUDI di SCIENZE GASTRONOMICHE

Pollenzo offre, con la sua Banca del Vino, la possibilità di costruire un passato a un settore che guarda per sua natura al presente e al futuro. Lo fa con tutta l’esperienza e l’autorevolezza acquisite da Slow Food in campo enologico, un’autorevolezza oggi riversata nell’istituzione Banca del Vino, che lavorerà con un proprio staff, un proprio ufficio, una propria forma giuridica autonoma nell’ambito delle diverse realtà insistenti sull’Agenzia di Pollenzo.

ALBERGO dell’AGENZIA


IL SANTUARIO NELLA TERRA DEL BAROLO

A 6 km da Mondovì, in una piccola valle ai piedi di Vicoforte, sorge il Santuario Regina Montis Regalis, meta di pellegrinaggio per la venerata immagine della Madonna con Bambino.

Gioiello architettonico-urbanistico, il Santuario si fregia della più grande cupola ellittica del mondo.

Fu costruito a partire dal 1596 come luogo dedicato al culto della Vergine e, nelle intenzioni, per ospitare le tombe dei Savoia. L’opera fu affidata all’orvietano Vitozzi; nel ‘700 un nuovo slancio venne da Francesco Gallo e dal progetto della cupola; le decorazioni furono il risultato di una lunga sfida… I lavori si conclusero solo nel 1891, dopo vari interventi di completamento di facciate e campanili; ed è appunto negli esterni che resta più leggibile l’avvicendarsi di epoche e fasi costruttive. Tutto nacque da un pilone votivo del ‘500 fatto costruire da un fornaciaio per l’avvenuto miglioramento dei suoi affari.

Un giorno il pilone fu colpito per sbaglio da un cacciatore e dall’affresco della Madonna con Bambino sgorgarono gocce di sangue. L’episodio miracoloso innescò pellegrinaggi che in breve divennero veri flussi da Italia, Francia, Spagna, Svizzera e Paesi Bassi. Il pilone e lo schioppo sono ancora lì; intorno sorse il santuario. Il progetto della cupola ellittica fu perfezionato da Francesco Gallo nel 1732, con il parere favorevole di Filippo Juvarra. Alta 76 metri nel centro, con un asse maggiore di oltre 36, la maestosa cupola da primato ricopre una superficie interna di 6036 mq. (quasi un campo da football!). Per le decorazioni si alternarono diversi artisti, tutti volti a rappresentare il più grande affresco esistente a tema unico: la Vergine, la sua vita terrena, l’attesa della redenzione e l’assunzione in cielo. Il grande lavoro pittorico fu portato a termine nel 1752 da Mattia Bortoloni di Rovigo e Felicino Biella di Milano.

L’annesso convento è sede della Casa Regina Montis Regalis, struttura per pellegrini e turisti.


Qui sotto abbiamo voluto pubblicare una nostra ricerca di qualche tempo fa. Siamo riusciti a riunire, tutti insieme, creando un dettagliato elenco, tutte le strutture militari storiche del Piemonte, dalla più famosa a quella sconosciuta. Molto utile a chi vuole costruirsi un percorso di visita, in anticipo o semplicemente sapere se, in un dato luogo esiste un castello o un forte militare d’epoca.

I CASTELLI DEL PIEMONTE scelti da Cella Vinaria

I più bei castelli del Piemonte in un viaggio attraverso la storia, il grande vino e il buon cibo.

Molte immagini e descrizioni le trovi su Su Twitter #cellaecastello cliccando i due link sottostanti:

Clicca per accedere a #cellaecastello PHOTO TWITTER

Castelli, dimore storiche, forti e fortini caratterizzano questa Regione da sempre, una Regione piena di storia pregna di violenza e forza ma anche di architettura, grandi vini e buon cibo prodotto dalla tradizione che ha saputo mantenere e rendere internazionale un territorio che cresce turisticamente, di anno in anno.

Marchesi del Monferrato

IMBOTTIGLIARE VINO SFUSO

Il vino sfuso nella nostra cantina

L’ARTE DI IMBOTTIGLIARE IN CASA.

Sempre più persone optano per la cantina di casa e sempre più appassionati acquistano vino sfuso in damigiana o in box usa e getta. I vari produttori e le varie cantine sono ormai tutte, o quasi, attrezzate per le consegne a domicilio a mezzo proprio o mediante corrieri. Le damigiane in vetro, ormai quasi sparite fino a qualche anno fa, stanno prepotentemente tornando alla ribalta. Veronelli diceva che nessun vino, per quanto di qualità, possa competere con quello sfuso. Verissimo. Il vino sfuso, quasi esente da correttivi chimici, versatile e disponibile in una gamma quasi infinita è di certo un prodotto che, oltre ad essere di qualità e costare molto meno della stessa versione venduta in bottiglia, ci permette di realizzare una nostra cantina personalizzata, versatile e divertente, in qualunque momento. Chiunque di noi, con qualche piccolo accorgimento, può diventare un buon cantiniere, imbottigliare con amici o parenti e prepararsi uno stock di vini, bianchi, rossi o frizzanti per rallegrare i personali simposii invernali in casa. Bottiglie in vetro, facilmente riciclabili, tappi in sughero a costi modesti, attrezzature semplici ci permetteranno di passare divertenti pomeriggi in compagnia. Come fare e da dove partire? Semplice, leggiamo qui sotto.

Come pulire bene una bottiglia.

Detersivo e acqua potrebbero non essere sufficienti per pulire perfettamente una bottiglia di vetro. Per ottenere una pulizia efficace, possiamo adottare i buoni vecchi metodi di una volta e le nostre bottiglie torneranno perfette. 

E’ possibile pulire a fondo le bottiglie di vetro utilizzando prodotti del tutto naturali. Oltre ad ottenere delle bottiglie perfettamente pulite, eviteremo così anche di inquinare. In sintesi si tratta di utilizzare acqua mista ad altri elementi, a seconda del tipo di sporco da rimuovere.

  • ACETO, SALE GROSSO, RISO E SABBIA – In generale ricordiamo che bicarbonato e aceto servono a togliere gli odori, sale grosso, chicchi di riso o sabbia aiutano a rimuovere i residui attaccati alle pareti del  Nel caso di residui sul fondo che non si riesce ad eliminare tramite risciacquature, versiamo nella bottiglia dell’acqua mista ad aceto e lasciamo riposare per circa un quarto d’ora, in modo che i residui si ammorbidiscano. A seconda di cosa abbiamo a portata di mano, aggiungiamo del sale grosso, dei chicchi di riso o della sabbia, agitiamo bene fino a che il fondo non sarà completamente rimosso. In mancanza d’altro, per l’azione abrasiva possiamo utilizzare anche dei guscio d’uovo triturati non troppo finemente.

  • AZIONE SGRASSANTE – Il miscuglio sopra indicato riesce a rendere pulite le bottiglie quasi in ogni caso, l’aceto ha anche un ottimo potere sgrassante e sarà in grado di rimuover le tracce di unto anche dalle bottiglie che hanno contenuto olio. Se la bottiglia non è perfettamente sgrassata al primo passaggio, ripetiamo l’operazione inserendo di nuovo acqua e aceto puliti che serviranno ad eliminare i residui rimasti. Nel caso in cui la bottiglia presenti delle macchie di liquidi quali vino, aceto o altro, possiamo procedere semplicemente con un mix di acqua e bucce di patata spezzettate. agitare tutto fino a che le macchie scompariranno.

  • SPORCO OSTINATO – Per lo sporco molto ostinato, particolarmente oleoso e vecchio, possiamo procedere con un trattamento d’urto. All’interno della bottiglia inseriamo segatura, soda, crusca, sabbia e carta assorbente ed infine una modica quantità di acqua calda. Facciamo in questo caso molta attenzione a proteggere le mani con dei guanti. Anche in questo caso agitare tutto ben bene. Una volta ripulita la bottiglia con uno dei composti di cui sopra, risciacquare bene con acqua corrente e mettere ad asciugare.

CONSIGLI PER L’IMBOTTIGLIAMENTO DEL VINO SFUSO. Sono tanti i dubbi che intervengono quando arriva il momento di imbottigliare, ma con alcuni semplici accorgimenti l’imbottigliamento del vostro vino vi regalerà grandi soddisfazioni!
Di seguito vogliamo fornire alcune risposte alle principali domande riguardanti l’imbottigliamento del vino sfuso.

IL MIGLIOR PERIODO PER IMBOTTIGLIARE. La fermentazione si attiva con il caldo, i mesi adatti per imbottigliare sono da Febbraio ad Aprile/Maggio.

Entro 2/3 giorni da quando vi hanno consegnato il vino, consigliamo di imbottigliare. Nell’impossibilità di fare questo, travasatelo all’interno di damigiane avendo l’accortezza di riempire le stesse totalmente. E’ comunque necessario imbottigliare entro 8/10 giorni, altrimenti il vino inizia già a rifermentare. Il nostro consiglio è di imbottigliare il vino al più presto dopo averlo acquistato. Consigliamo di ordinare il vino sfuso da Febbraio ad Aprile, dopo il mese di Aprile è meglio recarsi direttamente in cantina, perché il vino può fermentare durante il trasporto.

Imbottigliare il vino sfuso. Strettamente collegato al tema della vendita del vino sfuso vi è quello dell’imbottigliamento. Il vino sfuso viene acquistato e versato tradizionalmente in capienti damigiane o dame e poi deve avvenire il travaso in bottiglie e il seguente imbottigliamento che comprende l’inserimento del tappo per sigillare al meglio il vino.

I periodi. La tradizione secolare fa coincidere i periodi di imbottigliamento con le fasi lunari,anche se questo metodo non è basato su dati scientifici. I periodi di luna piena, si ritiene, siano adatti per l’imbottigliamento di qualunque vino senza distinzioni. Le differenze maggiori si riscontrano per quanto riguarda il primo quarto di luna e l’ultimo quarto di luna. Durante il primo quarto di luna la tradizione e le credenze popolari suggeriscono di imbottigliare i vini così detti vivaci o frizzanti, mentre all’ultimo quarto di luna si imbottigliano i vini che andranno ad invecchiare. Esiste un vero e proprio calendario lunare che ogni anno viene aggiornato per stabilire i periodi migliori di imbottigliamento.

Per quanto attiene i periodi dell’anno in cui si imbottiglia, questi sono legati al periodo di acquisto. Non è mai consigliabile acquistare vino sfuso in damigiana e tenerlo li a lungo. Quindi i periodi ritenuti migliori sono i mesi di marzo e settembre. A marzo si imbottigliano i vini giovani che hanno una maturazione più veloce. Ciò avviene anche per evitare i depositi che si andrebbero a formare durante l’inverno. Quindi chi acquista vini bianchi e vini da consumare entro l’anno dovrà farlo in questo periodo e imbottigliare subito dopo. I vini da invecchiamento possono essere imbottigliati in autunno, tenendo come mese di riferimento ottobre. In ogni modo si consiglia di effettuare il travaso e l’imbottigliamento in una giornata di bel tempo e senza vento.

L’attrezzatura necessaria. Una volta che si possiedono le damigiane piene di vino si deve passare all’imbottigliamento. Gli elementi di base sono ovviamente le bottiglie che devono essere scure per evitare ai raggi ultravioletti di filtrare e danneggiare il vino. Altri elementi indispensabili sono i tubi travasatori dotati di rubinetti. Le bottiglie devono essere ben pulite, così come tutta l’attrezzatura utilizzata, per questo ci si deve dotare delle spazzole che si inseriscono all’interno del contenitore per ripulirlo con cura. Non si deve trascurare l’importanza dei tappi. Ci si può dotare di tappi di sughero oppure di tappi a corona per sigillare nel modo migliore le bottiglie. In base alla scelta fatta si deve avere, ovviamente, il giusto macchinario, ovvero le tappatrici, attrezzi abbastanza semplici ed economici che si azionano manualmente. Se si usano tappi di sughero è meglio che questi siano nuovi, poi esistono anche i tappi sintetici che si inseriscono con lo stesso macchinario dei tappi di sughero.

Come effettuare l’imbottigliamento. Il metodo è molto semplice ma va effettuato con attenzione. Prima di tutto assicurasi che le bottiglie siano ben pulite. Seconda cosa disporre la damigiana in una posizione sopraelevata rispetto alle bottiglie poiché il travaso dalla stessa alle bottiglie avverrà semplicemente grazie alla forza di gravità. Il tubo per il travaso, anche quelli più semplici, ha un tubicino in cui si soffia e il vino comincia a fluire dalla damigiana alla bottiglia. Basterà regolarsi con le valvole o rubinetti del tubo per interrompere il travaso quando la bottiglia sarà piena al punto giusto. Non si deve, infatti, riempire la bottiglia fino all’orlo perché occorre dare al vino dello spazio utile. Se tale spazio non vi fosse il rischio di perdite è molto alto. Anche le bottiglie riempite solo in parte non possono essere conservate a lungo quindi saranno le prime a essere consumate.

Il travaso può essere effettuato anche con delle pompe, in questo caso la damigiana e le bottiglie possono essere poste allo stesso livello perché il passaggio del vino viene forzato dalla pompa.

Una volta riempite le bottiglie si deve passare alla tappatura che avviene grazie alle tappatrici. Queste consentono di appoggiare la bottiglia su una base e di applicare il tappo a pressione abbassando la leva. Alcune macchine sono ambivalenti e consentono di tappare sia con tappi a corona che in sughero. I tappi da utilizzare cambiano in base alla destinazione del vino. Se il vino è destinato ad invecchiare è sempre meglio utilizzare dei tappi di sughero.

L’ultima fase. A questo punto occorre ancora avere qualche accortezza. Dopo aver effettuato l’imbottigliamento bisogna tenere le bottiglie in posizione verticale per almeno un giorno. Questo vale soprattutto se si usano tappi in sughero perché in questo breve periodo il tappo si adatterà meglio alla bottiglia e quindi, a questo punto, la stessa potrà essere posta in posizione orizzontale come avviene normalmente nelle cantine. Ultimo dettaglio, ma in realtà molto importante, riguarda la rimanenza nella damigiana. Non è consigliabile tenere delle damigiane semi vuote perché il vino si rovinerebbe. Meglio imbottigliare tutto il contenuto della damigiana in una sola volta.

IL VINO FRIZZANTE. Imbottigliare il vino in proprio può essere una buona fonte di risparmio, e, se piace il “fai da te” anche un’occasione di divertimento, magari facendosi aiutare da amici e familiari e concludendo con un bel pranzo. Se si conosce bene il vignaiolo di fiducia dal quale si è acquistata la damigiana, oltre al risparmio può esserci una maggiore sicurezza di bere vino genuino. Naturalmente è possibile imbottigliare solo vini giovani, per poi farli eventualmente invecchiare nella propria cantina, se è adatta. Normalmente, però, l’imbottigliamento casalingo è usato per vini che non richiedono un particolare invecchiamento, come ad esempio il vino frizzante.

L’anidride carbonica prodotta dalla fermentazione in bottiglia dei vini frizzanti produce una pressione che può superare le tre atmosfere e arrivare fino a otto o nove atmosfere. Per questo la bottiglia da utilizzare deve essere robusta, in grado cioè di sopportare tali pressioni. Molto adatte sono le bottiglie che si usano per lo Champagne, chiamate “sciampagnotte“. In Emilia, per i loro noti vini vivaci si usano le cosiddette “emiliane“, anch’esse caratterizzate da una elevata robustezza.

Il tappo dovrà essere di ottima qualità. Oltre alla robustezza, qui è importante che non siano presenti microorganismi che possono portare alla formazione di tricloroanisolo, l’elemento responsabile del temuto “sapore di tappo“. Sono consigliati i tappi di sughero chiamati “0+2”, che presentano due rondelle di sughero poste da un lato del tappo, quello che andrà all’interno della bottiglia. Per le “sciampagnotte” e per le “emiliane” il diametro corretto del tappo è di 27.5 mm.
Per evitare che la pressione faccia saltare il tappo, è utile considerare l’applicazione di una gabbietta metallica agganciata al bordo di vetro del collo della bottiglia, in modo simile a quella che si usa per i vini spumanti. Sebbene non molto eleganti, si possono usare anche i tappi di plastica. Un’alternativa molto pratica ma ancora meno “glamour”, la ricoprono i tappi a corona, che esistono anche per le “sciampagnotte”. Il vantaggio di queste ultime due soluzioni è che il vino non saprà mai di tappo. Naturalmente, in ogni caso, la tenuta stagna del tappo è indispensabile.

Quando imbottigliare il vino frizzante. Il periodo considerato migliore per imbottigliare il vino frizzante va da Gennaio a Maggio. In questi periodi, l’ottenimento di vini più frizzanti si ha quando la luna è crescente (primo quarto), mentre è sconsigliabile imbottigliare con la luna nuova (cioè quando la luna non è presente in cielo). C’è da segnalare, comunque, che non tutti sono d’accordo sulla scientificità di questa tradizione, però, in mancanza di altre indicazioni, meglio non rischiare.
Come per gli altri tipi di vini, l’imbottigliamento va effettuato in giornate preferibilmente senza pioggia o vento. La temperatura ambientale non deve essere inferiore a 15 gradi

Alcune regole per un imbottigliamento corretto. Le regole per imbottigliare il vino frizzante comprendono anche quelle generali, adatte a qualsiasi tipo di vino. Quindi, le bottiglie dovranno essere perfettamente pulite e asciutte. Poiché nella damigiana i vini frizzanti tendono a rifermentare velocemente, è indispensabile effettuare l’operazione di imbottigliamento entro pochi giorni dalla messa in damigiana. La bottiglia sarà riempita in modo che, una volta tappata, rimanga una piccola camera d’aria tra il livello del vino e il tappo, così si eviteranno pressioni troppo alte all’interno della bottiglia. Questo particolare è vero anche per i vini fermi, ma per quelli frizzanti questo spazio è bene sia di qualche millimetro superiore.

Dopo l’imbottigliamento la bottiglia deve essere tenuta in posizione verticale per qualche giorno. Solo successivamente possono essere messe in posizione coricata, in modo che il vino bagni il tappo. Quest’ultima accortezza è più utile per i vini da invecchiamento. Quelli frizzanti, che sono “da pronta beva” si possono lasciare in posizione verticale. L’importante è che stiano in luoghi freschi, senza variazioni notevoli di temperatura e al riparo dalla luce.

RIASSUMENDO:

Imbottigliare vini rossi e da invecchiamento. Il periodo più indicato per imbottigliare vini per il lungo invecchiamento è senza alcun dubbio dopo i mesi estivi, quando il vino,completati tutti i processi di affinamento e fermentazione è pronto per essere imbottigliato,evitando in tal maniera, il verificarsi al momento del consumo vini vivaci o frizzanti che pregiudicano qualità  e caratteristiche stesse.

Imbottigliare vini frizzanti come spumante o prosecco. Il Prosecco e tutti i vini frizzanti è consigliabile imbottigliarli con il primo quarto di luna, se non che la luna crescente per avere la maggior spinta in bottiglia,deve essere tappato il più velocemente possibile una volta acquistato in quanto le aziende lo conservano in contenitori refrigerati in maniera da mantenere inalterate le caratteristiche qualitative.

Il tappo di sughero. Chi opta per l’uso del tappo in sughero quando sceglie di confezionare un vino in bottiglia non si sta semplicemente votando ad una scelta di facciata o alla cieca tradizione. Se il sughero nel mondo enologico ha avuto e continua ad avere tanto seguito un motivo ci sarà; in verità di motivi ce ne sono ben 3:

  • elasticità: il tappo in sughero è vivo e grazie alla sua elasticità riesce a svolgere una soddisfacente funzione di chiusura ermetica della bottiglia. Estratto ritorna alle proprie dimensioni originali in pochi secondi e la pressione sul collo della bottiglia è tale da garantire la salvaguardia del prodotto contenuto anche per lunghi periodi;

  • impermeabilità: nonostante il tappo in sughero sia continuamente nutrito e bagnato riesce a mantenersi elastico e non consente la fuoriuscita del liquido. Non a caso le bottiglie chiuse con tappi in sughero vengono conservate leggermente inclinate, per mantenere un perenne contatto fra sughero e vino;

  • chiusura ermetica: riesce a trattenere l’ossigeno contenuto nel vino permettendo una buona conservazione (ed eventualmente evoluzione) della bottiglia. E’ il trattamento di superfice che riceve o la lavorazione che gli consente di non sbriciolarsi, adattandosi alle continue modificazioni del collo della bottiglia che in base alla temperatura potrebbe espandersi o contrarsi.

Queste sono le principali caratteristiche che hanno fatto del sughero la corona delle bottiglie a cinque stelle. Vista la duttilità del materiale gli studi per creare tappi sempre più conformi alle necessità del vino si sono letteralmente sprecati. Oggi esistono almeno 7 tipologie di tappi di sughero:

  • sughero naturale monopezzo. E’ ottenuto da sugheri con spessore elevato grazie all’uso di perforatrici che salvaguardano le caratteristiche fisiche e chimiche della materia. Questo genere di tappo lo si usa per vini tranquilli e aiuta l’affinamento delle bottiglie grazie soprattutto alle sue caratteristiche di elasticità;

  • sughero naturale multi pezzo. Si realizza sovrapponendo due o più pezzi di sughero uniti con una colla alimentare. Dato che la densità del tappo può essere determinata dal produttore, questo genere di tappi normalmente viene scelta per la chiusura di bottiglie grandi;

  • sughero naturale colmato. E’ caratterizzato da fori naturali ben chiusi con l’uso di polvere di sughero. Questo procedimento garantisce una chiusura perfettamente ermetica della bottiglia;

  • sughero naturale per champagne. Ideale per vini frizzanti, per champagne e per spumanti questo tappo si realizza in maniera industriale unendo un corpo principale (formato da granuli di sughero) e due o più rondelle di sughero naturale. Il diametro è caratteristicamente più largo del solito dato che la pressione che il tappo è chiamato a sostenere alta;

  • sughero tecnico. Ideale per i vini che devono essere consumati entro tre anni dall’imbottigliamento si crea con l’uso di rondelle di sughero naturale incollate. Si tratta di un prodotti parecchio resistente;

  • sughero agglomerato. In questo caso ci si riferisce ad un prodotto industriale fabbricato con gli scarti dei tappi naturali. Si tratta ovviamente di un tappo economico e si usa per la chiusura di vini da consumarsi entro un anno dall’imbottigliamento;

  • sughero incapsulato. Si tratta di un tappo di sughero naturale con una parte superiore in legno, pvc, porcellana, ma anche metallo o vetro. Lo si usa per l’imbottigliamento di liquori che dovranno essere richiusi parecchie volte.

LA CANTINA. La vita del vino non dipende soltanto dalla qualità del vitigno, dalla corretta lavorazione e dall’annata più o meno fortunata. Può dipendere anche, e soprattutto, dalla sua conservazione. Grandi vini destinati a un lungo invecchiamento vengono irrimediabilmente distrutti dalla permanenza in ambienti caldi, luminosi o, peggio, soleggiati.

Il vino, in altre parole, vive più a lungo se lo si tiene in un luogo fresco, a temperatura costante, buio, lontano da vibrazioni e traumi.

Si tengano presenti alcuni punti fondamentali. La cantina ideale dovrebbe essere dislocata a nord, sotterranea o seminterrata, lontana da rumori e vibrazioni, asciutta, ma non secca, bene aerata, con impianto di illuminazione tenue e indiretto, a temperatura costante attorno ai 14 °C e, comunque, oscillante fra i 12 °C e i 16 °C.

Per ottenere queste condizioni, e garantire anche una certa escursione igrometrica, i muri migliori sono quelli in cotto e il pavimento dovrebbe avere un sottofondo ghiaioso ricoperto di cotto o di terriccio pressato. Gli scaffali, per questioni di temperatura e di vibrazioni, devono essere di legno, a maggior ragione se la cantina si trova in città, vicina a una strada trafficata dove più facilmente le bottiglie possono essere disturbate.

Per gli stessi motivi le bottiglie, sempre coricate, non devono assolutamente toccare i muri e tanto meno il pavimento. Anche quelle sistemate nella parte inferiore dovranno quindi essere appoggiate su assi. È infine importante ricordare che le bottiglie vanno deposte con l’etichetta verso l’alto, in modo da sapere sempre su quale lato possono essersi depositati nel tempo gli eventuali sedimenti ed evitarne l’uscita quando si versa o si decanta il vino in caraffa.

Orizzontali o verticali. AI momento di sistemare le bottiglie in cantina nasce sempre il dubbio. Quali vanno messe orizzontali e quali verticali?

Si dice in genere che i rossi vanno orizzontali e i bianchi verticali. In realtà potrebbero stare benissimo tutti orizzontali. Molti pensano che nella bottiglia coricata, il vino, a contatto con il tappo, possa prenderne il sapore e deteriorarsi. Non è così. Il difetto si verifica solo con i tappi di cattiva qualità o danneggiati.

AI contrario il contatto con il liquido consente al sughero di mantenersi umido e compatto, e impedisce all’aria di entrare nella bottiglia. Per lo stesso principio la bottiglia conservata in posizione verticale troppo a lungo rischia l’essiccazione rapida del tappo e di conseguenza l’entrata dell’aria. La regola, quindi, è semplice. Le bottiglie destinate a riposare abbastanza a lungo in cantina vanno messe coricate. Appartengono a questa schiera tutti i vini rossi e quei vini bianchi dotati di particolare struttura e di buon grado alcolico in grado di invecchiare qualche anno, per esempio certi Tocai, Sauvignon o Verduzzi friulani, i bianchi da uve nere, gli Champagne e gli spumanti, i Vin Santi, tutti i vini da dessert come la Malvasia di Lipari, il Moscato di Pantelleria ecc.

In posizione verticale possono essere tenuti tutti i vini (generalmente la maggior parte dei bianchi, i vini novelli e qualche rosso leggero) che vengono consumati nell’arco di qualche mese o, al più, di un anno dalla vendemmia.

In ogni cantina bene organizzata è importante avere a disposizione un portacandele con una candela e una scatola di fiammiferi. Quando si esaminano le bottiglie, infatti, l’osservazione in trasparenza contro la fiammella della candela consente di controllare la limpidezza del vino, il livello di precipitazione dei sedimenti e aiuta a capire se quel vino è pronto per essere stappato oppure se deve rimanere ancora a riposare.

LA CANTINA BEN FATTA.

È noto che il vino non è una bevanda inerte ma qualcosa di vivo, in lenta e continua trasforma zione, poco incline al viaggio e sensibilissimo agli sbalzi di temperatura.

L’importante è, infine, che una volta giunto a destinazione il vino trovi un ambiente il più possibile simile a quello che ha appena lasciato. Quest’ultima regola vale anche, sia chiaro, se il vino lo comperiamo in un’enoteca a due passi da casa. Dato a questo punto per assodato, come già accennato, che la cantina dev’essere asciutta, fresca, buia e dotata di una temperatura costante, estate e inverno, sui 14 °C (e comunque mai inferiore a 12 °C o superiore a 16 C) bisogna pensare a come alloggiare il vino. Prima regola assoluta: il vino non deve mai essere a contatto diretto con il pavimento per un problema termico, prima di tutto, ma anche perchè le vibrazioni provocate dal traffico.

Le belle piramidi di bottiglie che si notano nei servizi fotografici di certe grandi cantine sono molto spettacolari, ma se ci si fa caso si nota che alla base c’è sempre un rilievo in legno sul quale appoggiano. Talvolta semplici assi. Il legno, in assoluto, è l’elemento da preferire nella costruzione degli scaffali di una cantina fatta bene. I cantinieri più esigenti preferiscono quelli realizzati con legno di abete o di castagno per la loro maggiore capacità di stabilizzare l’umidità (a San Daniele del Friuli le sale ideali di stagiona tura dei famosi prosciutti erano interamente foderate, dal pavimento al soffitto, di legno di castagno proprio per questo motivo). Legno sia, quindi, per una cantina ideale.

Ma gli scaffali devono essere realizzati ad arte, in modo da ricavare degli spazi quadrati, alti e larghi quel tanto che basta per ospitare ognuno un massimo di 24 bottiglie. Questo allo scopo di poter dividere meglio i diversi vini e avere più sotto controllo il consumo e il cosiddetto “giro” della cantina. Su queste assi andranno inchiodate delle assicelle alla distanza di pochi centimetri, per non far ruotare la bottiglia adagiata. Sul primo strato di bottiglie se ne potranno appoggiare altri, con la garanzia di una buona stabilità.

Bottiglie più comuni.

  1. Bordolese (per vino rosso)
  2. Renana (per vino bianco)
  3. Albese (per vino bianco o rosso)
  4. Emiliana o Extral (per vino frizzante)
  5. Champagnotta o prosecco (per vino frizzante o spumante).

Assaggiare, apprezzare, gustare. Ecco come si fa.

noi tutti vogliamo essere esperti in qualcosa. In questo caso ci vuole passione, concentrazione e un bicchiere sempre pronto. Tutto inizia con i sensi. È un’esperienza che utilizza le tue conoscenze che si sviluppano nel corso degli anni. Ad ogni sorso è importante riconoscere le diverse caratteristiche di ogni vino, portando il palato più vicino ad una maggiore consapevolezza.È importante ricordare che cosa ti è piaciuto e che cosa non ti è piaciuto quando degusti un vino. Forse può essere utile prendere appunti o creare un registro che aiuti a rintracciare i sapori, colori e profumi che ti sono piaciuti, ma anche quelli che non fanno per i tuoi gusti. Dopo tutto, la prossima volta sceglierai di bere quello che più hai amato. Ora è il momento di fare il vero lavoro, godersi la degustazione e il suo abbinamento perfetto. L’importante è l’umiltà, non si può nascere “imparati” come si sente dire, bisogna applicarsi, ascoltare, leggere e provare. Non sempre i nostri gusti sono il gusto di tutti e, non sempre quello che ci hanno insegnato i nostri amici è quello che in realtà, pensa l’esperto. L’Italia è una nazione con tante possibilità viti-vinicole ma, spesso, a seconda delle zone, ci sono gusti e preferenze diverse. Rispettiamole e così potremo imparare e divertirci con il vino. Non ascoltiamo la massa ma facciamoci un’idea in base alle nostre esperienze, proviamo, frequentiamo e non scendiamo a compromessi; il prosecco? Non è il re dei vini, è semplicemente una realtà di moda. Il rosso, il rosato o il bianco? Nessuno è meglio dell’altro, sono ottimi tutti nel contesto giusto. Regione e territorio? Nessuno prevale, ognuno ha prodotti adatti al territorio e a realtà mirate. Carne o pesce? Dipende dai gusti, non esiste una realtà assoluta. Nord, Centro o Sud? Ottimi territori tutti ma le crociate territoriali sono bandite. 

Consigli per diventare esperto di vino.

Apri i sensi e preparati a essere consapevole di ciò che stai guardando, annusando e degustando. È ora di fare un’analisi sensoriale completa.

Colore del vino. Le prime impressioni sono importanti, anche in fatto di vino. Il colore del vino non è solo rosso, bianco o rosato, al contrario ha molte sfumature. I vini rossi possono avere riflessi violacei e i vini bianchi paglierini o giallo dorato. Il colore del rosso può variare dal rosa tipico di un rose’ fino a un colore profondo quasi opaco. Il colore del vino può anche farci risalire alla sua età. In generale, i vini bianchi diventano più scuri con il passare del tempo, mentre i vini rossi diventano più chiari. Il rivolo giallo/marrone che si può notare a volte sui bordi del vetro del calice può essere un segnale che indica che il vino ha perso le sue caratteristiche ottimali.

Colore del vino. Per valutare la limpidezza, inclina il calice a 45 gradi su una superficie bianca. Per determinare il livello di gradazione alcolica solleva il bicchiere verso la luce e tenendo una leggera angolazione, agita il vetro in modo che il vino ne rivesta le pareti. A questo punto noterai dei piccoli rivoli lungo il lato del bicchiere, si tratta dei tipici archetti che si formano a causa della glicerina presente e che indicano il contenuto di alcol; più sono spessi, più un vino è alcolico.

L’odore del vino. La complessità aromatica è costituita da tutti i profumi che possono essere presenti in un vino. Per non interferire con l’aroma, impugna il calice dallo stelo, porta il bicchiere vicino al naso e inspira profondamente. Ruota il calice e inspirando di nuovo cerca di riconoscere le note che caratterizzano il vino, come fiori, spezie, erbe aromatiche. -L’analisi olfattiva può anche determinare l’età del vino. I vini maturi sono generalmente caratterizzati da una maggiore intensità olfattiva e un bouquet ricco e ampio, i vini giovani invece tendono ad essere più fruttati.

Degustare il vino. Sorseggiare il vino può essere la parte più eccitante, in quanto ora si combinano tutti i sensi. In questa fase, le caratteristiche riconosciute dalle papille gustative sono: l’amarezza, la dolcezza e l’acidità. La dolcezza di un vino è di solito percepita per prima, per poi trasformarsi in un retrogusto amarognolo. Un buon livello di dolcezza con grande persistenza al palato è sinonimo di alta qualità, mentre la predominanza di note amare non è quasi mai un buon segno. I tannini producono un senso di ruvidità e secchezza, che ben si sposa con piatti succulenti e molto sugosi oppure liquidi come le zuppe. I tannini sono presenti nelle bucce e nei semi dell’uva, per questo il vino rosso, dato che le sue bucce vengono tenute più a lungo nel processo di fermentazione, ha tannini più alti rispetto al vino bianco. Questi sono i tre sensi più importanti che ti aiuteranno a diventare l’esperto di vino a cui stai ambendo. Il mondo del vino è così vasto, con una lista infinita di tipi di uva, regioni, terreni, che tutte insieme creano il delizioso succo che tanto amiamo versare nei nostri calici.

1) NON è necessario riconoscere i vini alla cieca come cani da tartufo.
2) NON è necessario conoscere tutte le etichette di tutte le annate di tutte le denominazioni di tutto il mondo.
3) NON è necessario avere una cantina ben fornita.
4) NON è necessario avere un super-naso, super-papille o più in generale super-poteri. (Tutte cazzate).
5) NON è necessario avere amici che ricadano nelle categorie 1), 2), 3), 4).

Diventare buoni esperti di vino non è diverso dal diventarlo di altre discipline come cinema, musica o teatro. Basta solo seguire alcuni passaggi obbligati:

1) Formazione: dotarsi degli strumenti.
Per apprezzare una cosa bisogna capirla e per capirla bisogna sapere cosa e come cercare. Quindi per apprezzare un bicchiere di vino bisogna studiare? Un po’ sì, per apprezzarne certe sfumature può aiutare. Fare un corso sul vino, dotarsi di una grammatica, strutturare le proprie percezioni e l’elaborazione su di esse è una condizione importante ma non sufficiente.

2) Confronto: affinare gli strumenti.
Ok, hai il tuo diplomino da sommelier e pensi di essere il re del mondo. In verità, non sai un cazzo. O meglio: ti illudi di sapere a grandi linee un po’ di tutto ma il problema è che la bellezza sta nelle linee sottili, dettagli e sfumature che distinguono questo da quello, scarti minimi di senso che aprono squarci sulla bellezza di un vino (o sulla banale bruttezza di un altro). L’unico modo per tararsi è bere insieme ad altre persone e sparare qualche cavolata in allegria, confrontarsi con esperti quando possibile e sentire come la pensano (partendo dal presupposto che dargli credito è giusto ma prenderli per oracoli sbagliatissimo, sempre). Studiare teoricamente, esplorare luoghi, mettere accanto liquidi è un intreccio di pratiche divertente e suggestivo, molto accattivante. Ma non basta ancora.

3) Espressione: personalizzare gli strumenti.
È senza dubbio la parte più delicata. Hai studiato, ti confronti, bevi e ribevi ma… Qual è il tuo gusto? Avere un gusto proprio, formato, consapevole, solido e coerente è la parte più divertente dell’essere appassionati di vino, e anche quella più difficile: significa esporsi, esprimere la propria soggettività e motivarla, uscire dal coro se necessario e rischiare in proprio: è esattamente il motivo per cui molti preferiscono stare nel gregge fermandosi al punto 2), non sbilanciarsi, non scontentare nessuno.

Secondo alcuni è solo una moda, per altri è la riscoperta delle nostre radici e tradizioni, fatto sta che sempre più persone in tutta l’Italia, si muovono alla scoperta o, alla riscoperta, del vino frequentando corsi di degustazioni, visitando cantine e organizzando le proprie vacanze scegliendo luoghi tradizionalmente votati alla produzione vitivinicola.

Figura di riferimento per tutti questi appassionati è sicuramente il sommelier. 

Chi è il sommelier? Il Sommelier è una figura di esperto al quale rivolgersi per le notizie sulle caratteristiche dei vini e degli abbinamenti. Un bravo sommelier è in grado di fornire risposte a domande di vario genere sul vino, dalle caratteristiche organolettiche agli abbinamenti gastronomici. Ovviamente il vino è una materia in continua evoluzione, nascono sempre nuove cantine, le tecnologie apportano aiuti sempre nuovi e, per questo, un buon sommelier deve essere sempre aggiornato.

Come si diventa sommelier? Per diventare sommelier è necessario frequentare un corso di formazione apposito, organizzato da associazioni riconosciute e che prevedono il superamento di un esame finale. Diventare sommelier è un lungo percorso ma, chi volesse saperne di più sul vino senza diventare necessariamente un esperto, può pensare di frequentare un corso di degustazione. Ne esistono di vari tipi e costi ma la cosa fondamentale è ricordare di fare tanta pratica e in modo costante.

Diventare sommelier è un lungo percorso ma, chi volesse saperne di più sul vino senza diventare necessariamente un esperto, può pensare di frequentare un corso di degustazione. Ne esistono di vari tipi e costi ma la cosa fondamentale è ricordare di fare tanta pratica e in modo costante.

  1. Vero appassionato. Sembra scontato ma lo è molto meno di quello che potrebbe sembrare. Il sommelier, infatti, si diploma dopo aver seguito un corso più o meno lungo e aver assaggiato parecchi vini. Ma questo non basta. Quando il neo sommelier ritira il suo diploma non è che all’inizio della sua carriera. Per diventare davvero un buon sommelier, infatti, la strada è ancora lunga. Bisogna continuare ad assaggiare, leggere e studiare. E per farlo una grande passione è indispensabile.
  2. Attento osservatore. Conosco persone che assaggiano o più semplicemente bevono vino ogni giorno. Ma lo fanno senza la necessaria attenzione e non acquisiscono mai una vera esperienza. Il bravo sommelier, al contrario, quando assaggia un vino dedica sempre qualche secondo all’analisi di quello che sente. Annota mentalmente o su carta le proprie sensazioni e arricchisce il suo bagaglio di esperienze. Questo non vuole dire che un sommelier non possa mai bere per il semplice piacere di condividere una bottiglia con amici. Ma già che c’è, perché sprecare un’ulteriore occasione di arricchimento personale? Ovviamente in certe situazione è meglio evitare di ammorbare tutti i presenti con le proprie riflessioni e supposizioni. Ma questo è un altro discorso…
  3. Buon comunicatore. A che cosa serve accumulare tanta esperienza se poi non si è in grado di condividerla con gli altri? Il sommelier deve essere prima di tutto capace di descrivere un vino con parole semplici e comprensibili. Chi che ascolta la descrizione di un vino fatta da un sommelier deve essere in grado di capire se quella bottiglia è adatta a lui. Ma non solo. Il sommelier deve saper raccontare le storie che stanno dietro a ogni etichetta. Deve conoscere i territori, i vitigni, le tecniche e magari anche i vignaioli che hanno lavorato per mettere sullo scaffale quella particolare bottiglia.
  4. Buona forchetta. Amare la cucina è un’altra delle caratteristiche essenziali per un buon sommelier. Perché parte importante del suo lavoro è anche quello di consigliare il vino giusto da abbinare a un certo piatto. E al di là delle regole che si imparano durante i corsi, non c’è nulla di meglio dell’esperienza personale per dare certi consigli.
  5. Naturalmente curioso. La quinta dote del bravo sommelier è un po’ la somma di tutto quello che abbiamo detto fin qui. La curiosità, insieme alla passione e al metodo, è la caratteristica che permette all’appassionato di vino di fare il salto di qualità. Solo grazie alla curiosità si può andare oltre l’etichetta e scoprire tutto quello che c’è da scoprire attorno a una bottiglia di vino.

Se siete giunti fino a questo punto, e siete ancora convinti di voler diventare dei sommelier, non vi resta che scegliere il vostro corso. In Italia le associazioni serie sono tante e c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Io, per esempio, ho seguito un corso professionale con Fondazione Italiana Sommelier che ha sedi in tutte le regioni e corsi impegnativi ma di ottimo livello

Viva le ricette di Cella Vinaria

Quattro pagine di ricette proposte, nel tempo da Cella Vinaria. Cos’hanno di diverso dalle migliaia che si trovano sul web? Forse la selezione accurate, forse l’originalità o forse la raccolta di alcune molto tradizionali che oggi stanno tornando prepotentemente di moda ma, spesso, sono molto difficili da trovare in originale.

Cella Vinaria

Le pagine dedicate alla tavola che nel tempo, vi abbiamo proposto, sono sempre legate alla tradizione, in primis del nostro territorio novarese, poi del Piemonte e infine al Paese intero. Oggi abbiamo deciso di riunirle in quattro pagine di ricette che possono tranquillamente coprire i gusti di coloro che ci seguono da ogni parte del mondo.

Quasi sempre, le grandi idee nascono in provincia.

Auguste Escoffier


RICETTE PER CHI CI SEGUE:  ricercate, semplici, complesse per feste comandate, tipiche, in piedi, tra amici e simposi. Scegliete voi quella che vi piace e come abbinarla.


RICETTE MISTE DEL PIEMONTE:  una regione incredibilmente ricca di varietà di prodotti e di ricette molte delle quali fanno ormai parte del panorama eno-gastronomico italiano. Proponiamo una serie di ricette storiche e poco conosciute adatte a cene numerose e calorose.


TIPICITA’ DOLCI E SALATE DELLA TERRA NOVARESE: il novarese non è solo terra di riso ma di grandi vini, salumi, formaggi, dolci e piatti tipici che incrementano la già ricca terra di Piemonte con ulteriori ottime scelte in tavola.


LE RICETTE POVERE D’ITALIA:  l’Italia  è terra di grandi chef ma anche si numerosissimi di piatti della provincia contadina, di una tradizione di necessità e rusticità in tavola. Tanti antichi piatti sono un po’ caduti nel dimenticatoio e noi cerchiamo di rimetterli al loro posto, sulla tavola di tutti.

 

Le Ricette