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ECCO UNA BUONA DECANTAZIONE PER TUTTI

La “decantazione” è la separazione materiale del liquido puro dalle eventuali particelle solide, i sedimenti, che si possono essere sviluppati e formati durante il medio o lungo processo di affinamento del vino stesso.

Tale operazione si rende necessaria quando si notano o se ne deduce la presenza, dalla data di produzione delle uve, cioè l’annata del vino. I sedimenti sono composti principalmente da tannini, pigmenti coloranti e minime quantità di sali minerali che il vino contiene naturalmente, in quanto precipitano a causa dell’evolversi del tempo di affinamento trascorso in bottiglia: non sono assolutamente sostanze nocive, ma sicuramente non belle da vedere che precipitano, miscelati al vino, nel nostro bicchiere! È normale, quasi, trovarle in grandi vini rossi molto affinati o anche in rossi di corpo che non siano stati sottoposti a più travasi e filtrazioni.

Anche in taluni vini bianchi si possono trovare alcuni sedimenti, anch’essi non nocivi e prodotti da tartrati: sembrano tanti piccoli cristalli trasparenti che gli sprovveduti considerano “zucchero che non si è completamente sciolto!!!” Tuttaltro, è la vera dimostrazione che tali cristalli, in quanto varie sostanze naturali polimerizzano tra loro e superato il peso specifico del vino, precipitano, è l’evidente prova che tale vino non ha subito alcuna sofisticazione, oppure, il vino stesso ha subito un raffreddamento troppo marcato e rapido. Il momento della decantazione conserva sempre un grande fascino, dato dall’arcano e l’imponderabile che circondano il vino, anche se per la maggior parte dei consumatori, è difficile accettare vini non perfettamente limpidi. Molte sono le scuole di pensiero a questo riguardo ed altrettante innumerevoli sono le discussioni sul corretto modo di operare la decantazione. Personalmente, ritengo che ossigenare i vini attraverso la decantazione, cioè come operazione conseguente, sia ottimale al fine di poter esaltare gli aromi di quelli resi preziosi, oltre che dalle intrinseche peculiarità, da un lungo affinamento.

Il “decanter”, normalmente di cristallo, si può presentare in numerose forme, ma tutti non superano mai il 1,5 l. di capacità. Alcuni esperti sommeliers scelgono tali forme a seconda della tipologia del vino in esame: austeri bordeaux, porto pluri-decennali, rari centenari madeira oppure un marsala stravecchio solera. Se il vino che proviene dalla cantina è freddo e non alla temperatura ideale di servizio di circa 18-20 °C., si provvede a versare acqua calda nel decanter stesso onde riscaldarlo per alzare la temperatura del vino che andremo a travasare successivamente: si eseguono alcune rotazioni per diffondere il calore dell’acqua stessa e poi la si vuota in un bricco, mentre, per eliminare l’acqua rimasta, vi si versa un poco di vino e lo si avvina ruotandolo decisamente e dopo tale uso, lo si travasa nel bricco dell’acqua. Si effettua la stappatura della bottiglia attenendosi alle più scrupolose attenzioni, si accende la candela, possibilmente bianca così non si diffondano riflessi che possono ingannare anche l’occhio più esperto. L’operazione di decantazione necessita di un polso estremamente fermo, grande e sicura manualità.

Quando la bottiglia in oggetto era posta coricata in cantina, dovrà essere posta in un cestello versavino, onde poter mantenere, almeno in parte, una minima inclinazione sufficiente a permettere, dopo la stappatura, la non fuoriuscita del vino stesso. Si impugnano sia il decanter che il cestino e si posiziona il collo della bottiglia, appena sopra la cosiddetta “spalla” della bottiglia medesima, in una ipotetica linea retta tra la fiamma della candela e gli occhi del sommelier che deve eseguire il travaso: si comincia a versare lentamente il vino evitando assolutamente che gorgogli, in quanto muoverebbe i sedimenti depositati sul fondo della bottiglia e solo così riuscirà a vedere quando i primi fondi in movimento che seguono il vino limpido tendono a superare la spalla per essere versati nel decanter stesso. Ulteriore verifica che tutto sia stato eseguito correttamente, è prendere il candeliere e farlo ruotare intorno al decanter per verificarne il colore, la limpidezza e la brillantezza del vino. A tal punto, sarebbe buona norma avvinare i maestosi e capaci bicchieri in cui va versato il vino: consiste nel versare un poco di vino – eventualmente il medesimo utilizzato per “pulire” il decanter, per cui va tenuto a parte – nel primo bicchiere e facendolo ruotare, si eliminano così eventuali presenze di residui di acqua o di profumi estranei e dannosi. Al termine si vuota il vino così utilizzato nel bicchiere successivo, e così via fino quando tutti sono stati avvinati.

Tale ulteriore operazione di avvinamento è sempre consigliabile, in particolare quando si tratta di vini di elevata qualità. Si inizia il servizio facendo assaggiare il vino al richiedente e dopo il consenso, agli altri commensali nel rispetto delle precedenze. Il decanter si pone sul gueridon o in tavola se manca, mentre la bottiglia vuota ed il piattino col tappo si posizionano in tavola di fronte al richiedente a riprova che tutto è stato eseguito con la massima professionalità. La decantazione si può effettuare anche per determinati vini bianchi, soprattutto quelli ottenuti con la fermentazione in bottiglia, per evitare eventuali sedimenti causati dallo sviluppo di residui zuccherini e lieviti, e per ossigenare quelli troppo e marcatamente barricati. La barrique, o carato francese, è una piccola botte di legno di rovere o castagno, capiente 225 l. che conferisce al vino profumi e sapori molto intensi e speziati – legnosità, radice di liquirizia e vaniglia – dovuti al processo di osmosi che avviene tra il primo strato interno a contatto col vino stesso. A riguardo dei periodi di ossigenazione del vino circolano le storie più strane e a dir poco, alcune veramente ridicole.

L’ossigenazione di un vino è compresa in un periodo che decorre dal momento di portare la bottiglia in tavola per quelle da aprire e servire immediatamente, ad un massimo di un’ora mezza o due se lungamente affinata. Ha invece senso e dimostrazione di professionalità, scegliere il bicchiere adatto al vino da versare, in modo tale che possa esprimere al meglio le peculiarità di aromi e gusti.

Con bottiglie particolarmente longeve, specialmente di vini dolci, per non sbriciolare l’altrettanto vecchissimo tappo, si usa “decapitare il collo” con una particolare pinza le cui lame sagomate a un quarto di luna, sono state arroventate: si abbranca il collo per riscaldarne la zona ed immediatamente appoggiarvi del ghiaccio, così il collo salta di netto senza lasciare nessun residuo vetroso.

PIEMONTE WINE

Cella Vinaria è stata inserita nel percorso FAI del territorio Novarese riferita a Borgo Ticino, luogo in cui è presente l’edificio nel centro storico. E’ un’altra piccola soddisfazione per noi e per chi ha volontariamente, collaborato con noi. Grazie

SITO FAI Fondo Ambiente Italiano

1683 I gesuiti piemontesi piantano le prime vigne in California

Sono soprattutto i gesuiti a esplorare la zona della California e a darne una dettagliata descrizione. La missione del 1696 annovera molti italiani (S. Ugarte, F.M. Piccolo, A. Carta, G. Minutoli, I.M. Napoli, M. Nascimbeni, Giovanni Salvaterra). Ed è un gesuita, Francesco Clavigero, a pubblicare in Venezia nel 1789 due grossi volumi sulla “Storia della California” senza esserci mai stato, ma servendosi della documentazione dei confratelli. E ancora sono i gesuiti i primi a trapiantare e a diffondere le vigne in quei territori producendo il pregiato Novitiate Jesuit Wine Black Muscat. TESTAROSSA WINERY

“Torino è la città più profonda, più enigmatica, più inquietante, non d’Italia ma del mondo”.
Giorgio De Chirico

“Sono emigrato in America perchè mi raccontavano che le strade erano lastricate d’oro. Quando sono arrivato mi sono reso conto che non erano nemmeno lastricate, anzi, aspettavano noi per lastricarle.”

In una lettera di un emigrato piemontese 1897

Il pregiato vino delle colline novaresi

Quando dici Novara, dici vino. Nelle Colline Novaresi la produzione di vino ha infatti un’origine antichissima, che risale addirittura all’epoca pre-romana.

Sono quattro le Doc prodotte in provincia: Ghemme, Sizzano, Fara e Boca, che nel 1969 hanno ottenuto la Denominaziona di origine controllata. Le 4 Doc sono caratterizzate e definite dalla presenza di vitigni tipici del Novarese e da una precisa area di produzione che fa capo al comune proprio. Nel 1997 il Ghemme Doc ha inoltre ottenuto il riconoscimento della Docg (Denominazione di origine controllata e garantita).

Il vitigno principe delle Colline Novaresi è il Nebbiolo, che entra in modo preponderante in tutte le Doc e caratterizza profondamente il territorio.

Oltre alle 4 Doc, nel 1994 è stata istituita ache la Doc Colline Novaresi in sette tipologie diverse: Colline Novaresi, Colline Novaresi Bianco, Colline Novaresi Nebbiolo, Colline Novaresi Uva Rara, Colline Novaresi Vespolina, Colline Novaresi Croatina, Colline Novaresi Barbera. La zona di produzione, forma una sorta di quadrilatero ed è rappresentata dal comprensorio collinare che raggruppa 25 comuni: Barengo, Boca, Bogogno,Borgomanero, Briona, Cavaglietto, Cavaglio d’Agogna, Cavallirio, Cressa, Cureggio, Fara Novarese, Fontaneto d’Agogna, Gattico, Ghemme, Grignasco, Maggiora, Marano Ticino, Mezzomerico, Oleggio, Prato Sesia, Romagnano Sesia, Sizzano, Suno, Vaprio d’Agogna, Veruno. I vitigni costituenti il vigneto devono essere quelli tipici, con prevalenza, almeno 85%, del vitigno che dà il nome alle singole tipologie.

HAC AD CELLAM VINARIA DESCENSUS CAVE NE INCERTUS ASCENDAS

Di qua si va alla cella vinaria, bada di non salire vacillante.

BAROLO e CIOCCOLATO…una lunga storia

Quella piemontese è una terra davvero molto ricca dal punto di vista enogastronomico. Nebbiolo, Arneis, Barbera e Barolo sono solo alcuni dei nettari più famosi di questa regione. In particolare quest’ultimo è un vino che con la dovuta lavorazione può rivelare sorprese inaspettate.

Il Barolo DOCG, ovvero di Denominazione Originale e Garantita, è un vino intenso che necessita di almeno 38 mesi d’invecchiamento, di cui 18 devono avvenire in botte. Dal punto di vista olfattivo si presenta curiosamente complesso con note fruttate, floreali e altre speziate. Al palato rimane persistente, donando un gusto pieno e gradevole.

Si sposa benissimo con piatti a base di carne – selvaggina o brasati –, formaggi a pasta dura e molle, pietanze a base di tartufo. In quest’articolo scopriremo invece le caratteristiche del Barolo chinato e il cioccolato, due grandi protagonisti dell’ eno-gastronomia piemontese.

LE FASI DI LAVORAZIONE DEL VINO PER IL BAROLO CHINATO

Il Barolo chinato non è altro che il classico vino al quale sono stati aggiunti zucchero, alcol etilico e diverse spezie, grazie alle quali possiamo assaporarne il gusto caratteristico: radici di genziana e rabarbaro, semi di cardamomo e dulcis in fundo China calisaia, pianta arborea originariamente diffusa nelle Ande, oggi coltivata in Borneo, Giava e Camerun, il cui frutto è di un colore rosso-marrone tendente al ruggine.

Le fasi di lavorazione del vino Barolo chinato prevedono dopo l’aromatizzazione, la miscelazione – si procede con un rimescolamento per dodici ore –  e una prima decantazione, che dura all’incirca una settimana, seguita da una seconda di 2-3 settimane che avviene in una seconda couve. Infine, si lascia invecchiare il prodotto per il periodo medio di un anno.

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CASTELLI e FORTI del PIEMONTE

In Piemonte, a pochi passi da Torino, per scoprire posti incredibilmente suggestivi, castelli, fortezze e luoghi sacri.

Tutto il territorio piemontese è costellato da ricordi del Regno dei Savoia, come le immense Residenze Sabaude circondate da immensi parchi. Allo stesso tempo, spostandosi da Torino verso ovest si possono trovare anche luoghi dotati di un incredibile potere evocativo e magico, come la Fortezza di Fenestrelle e la Sacra di San Michele. Il patrimonio storico è unico e inimitabile adatto a costruirsi un itinerario affascinante ricco di suggestione, grandi vini e cibo eccellente.

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Abbiamo voluto creare un vero e proprio indice online di tutti i castelli e i forti distribuiti sul territorio piemontese. L’archivio che abbiamo realizzato è molto completo e se, qualcosa abbiamo dimenticato, aspettiamo una vostra segnalazione.

Consultando questo elenco, in qualunque punto del Piemonte vi troviate, potrete individuare il comune con il relativo castello o forte più vicino.

IMMAGINA IL PIEMONTE

I Campi Rauddi degli antichi romani o la Grande Terra dei Celti, il Piemonte. Un territorio unico, diversificato dove che tutto sembra essere il contrario di tutto. I grandi vini e la cucina storica che riunisce il numero più alto di piatti in Italia.

Abbiamo riunito splendide immagini che, senza scritte, inviti o descrizioni mostrano il Piemonte, le sue differenze e le sue bellezze da amare e, ancora di più, gustare.

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La continua crescita turistica, forse di quel turismo straniero d’elite che evidenzia il prestigio dei luoghi di questa Regione. Le grandi Alpi che creano la corona con il monte Rosa (Ros in lingua Celtica), il Monviso, simbolo storico di Paramount, la grande piramide del Cervino e il Gran Paradiso costituiscono la prima parte, quella rocciosa come rocciosi sono i suoi abitanti. I laghi, quei laghi che Forbes ha inserito nei 10 laghi più belli al mondo: lago d’Orta, intimo e incredibilmente bello, lago Maggiore, maestoso e storico, lago di Mergozzo che allo sguardo pare una tela di pittore e le decine di laghi e fiumi distribuiti lungo il territorio. Arriviamo al patrimonio unico al mondo, quello dei grandi vini Piemontesi. Colline novaresi, vercellesi, biellesi, Ossolane, che offrono vini prestigiosi e tanto diversi uno dall’altro, il Monferrato, Langhe e Roero luoghi duri e aspri dove il panorama è costellato di castelli, vigneti, antiche dimore, casali e torri, dove il vino è talmente pregiato da essere tutelato come un gioiello. I sacri monti, luoghi di culto immensi e austeri dove la storia vi ha messo le mani e la gente il lavoro, fino alle grandi torri dell’architetto Antonelli.

Cibo di indubbia qualità dove la carne Fassona, i formaggi dal sapore e diversificazione unica in Italia, il tartufo bianco, il riso dal colore brillante e vicino alla perfezione, ravioli e agnolotti dal ripieno alle 4 carni, frutta, verdura, nocciole da cui nasce la famosa crema piemontese oggi chiamata Nutella. Le decine di antichi castelli, manieri e casali oggi offrono ospitalità con percorsi tra le vigne, nei borghi e nelle città vicine per far provare a tutti cosa vuole dire amare la propria terra, in ogni suo angolo.

I BIRRIFICI ARTIGIANALI PIEMONTESI

In Italia il commercio della birra di importazione (da Francia, Germania ed Inghilterra) si sviluppò in modo consistente nel corso dell’ultimo decennio del Settecento ed il Piemonte, grazie all’influsso delle culture del centro Europa , risentì in modo particolare di questa nuova “moda” di consumo. Per tutto il 1800, però, l’apprezzamento della birra fu limitato alle fasce di popolazione più benestanti, mentre non trovò diffusione in sostituzione del vino. Considerando la crescita del mercato, seppur con volumi ancora limitati, nel 1845 Giacomo Bosio costruì il primo birrificio in Piemonte e tra i primi in Italia: si trattava non di un semplice laboratorio, ma di una vera e propria fabbrica, ispirata ai grandi impianti tecnologici della Germania.

L’impianto produttivo nacque lungo il torrente artificiale “Canale di Torino”, che forniva acqua pura per la birra, ma anche energia a basso costo. Successivamente alla prima brasseria, diventata Bosio & Caratsch, a poca distanza nel medesimo borgo industriale torinese nacque la Metzger e nella oggi centralissima Via Vittorio Emanuele II fu fondato il birrificio Boringhieri.

Le produzioni dei tre stabilimenti, spinte da un buon trend di mercato e dalle esigenze dei raffinati consumatori, privilegiarono produzioni di qualità ed una politica industriale innovativa, tanto da essere premiate con la medaglia d’oro all’Esposizione dell’Industria Italiana, svoltasi a Torino nel 1898.

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