VINI POCO CONOSCIUTI DEL PIEMONTE

VINI DOC DEL BIELLESE

Per accompagnare i piatti tipici, nel Biellese sono riconosciuti cinque vini DOC biellesi: il Bramaterra, il Lessona e il Coste del Sesia, prodotti nelle zone orientali, il Canavese e l’Erbaluce, tipici delle zone occidentali. La Provincia di Biella vanta un patrimonio viticolo di antica tradizione, caratterizzato dalla produzione di vini biellesi d’altissimo pregio con una specificità marcata. Tali vini presentano, infatti, un area di produzione limitato a pochi Comuni o addirittura (come nel caso del Lessona D.O.C.) ad un solo Comune.

Bramantera: Il Bramantera è un vino gustoso, vellutato, con un caratteristico colore rosso granato ed un gradevole sottofondo amarognolo. Nasce dal vitigno Nebbiolo che, grazie alla particolare natura dei terreni, ha in questa zona il suo habitat naturale. È ottimo abbinato a selvaggina e carne rossa in genere.

Canavese: Il Canavese può essere “Rosso”, “Rosato”, “Bianco”, “Nebbiolo” e “Barbera”. Quest’ultimo è apprezzato con le carni rosse, i salumi e i formaggi stagionati. Il Nebbiolo, rosso rubino o granato, talvolta con riflessi aranciati, ha un profumo leggermente floreale ed è ottimo con la cacciagione e i formaggi a pasta dura. Il Bianco, fruttato e gradevole, va preferibilmente abbinato con primi piatti a base di pesce.

Il Rosso invece con paste ripiene, come cannelloni e lasagne, carni rosse alla griglia, stracotti e salumi. Infine il Rosato si sposa ai minestroni di verdure, pasta e fagioli e ai formaggi vaccini non troppo stagionati.

Coste della Sesia: La denominazione d’origine controllata Coste della Sesia DOC è riservata ai vini rosso o rosato, al vino bianco ottenuto da uve provenienti da vigneti composti esclusivamente dal vitigno Erbaluce, al “Nebbiolo” o “Spanna”, al “Vespolina”, al “Bonarda” o “Uva rara”, al Croatina”. Il vino Coste della Sesia si accompagna bene all’intero pasto. Il tipo Rosso è ottimo con fritti o minestre di verdura, le carni bianche e rosse alla griglia, ma anche gli arrosti. Il tipo Rosato è ideale per i formaggi freschi e i salumi non troppo stagionati. Il tipo Bianco è ottimo per aperitivi e con minestre di verdura.

Tra le molte ricette regionali del Piemonte abbinabili al Coste della Sesia si consigliano ratatuja, tacchino al forno, noce di vitello ripiena di funghi e gnocchi alla Bava.

Erbaluce di Caluso: L’Erbaluce di Caluso o “Caluso” DOC è prodotto con uve provenienti dai vigneti composti esclusivamente dal vitigno Erbaluce, uno dei pochi vitigni bianchi presenti in Piemonte. Si tratta di un bianco con riflessi dorati, dal gusto secco e profumo delicato che ricorda i fiori di campo. È ottimo per minestre in brodo e di pesce e con i formaggi a pasta molle. Da questo vitigno si produce anche il Caluso Passito e l’Erbaluce Spumante Brut, dalla spuma leggera ed evanescente e il sapore fresco e asciutto.

Lessona: Il Lessona è un vino raro e prezioso, prodotto nell’omonima zona collinare a pochi chilometri da Biella. Questo vino deve essere invecchiato per un periodo di circa due anni e si presenta color rosso granato, con sfumature arancioni quanto più è invecchiato. Ha un sapore asciutto e un profumo caratteristico che ricorda la viola. È ottimo con grigliate di carni rosse, arrosti, spiedini, pollame e cacciagione. Per i primi piatti è perfetto con risotti, in particolare ai formaggi o con fonduta.

Meritano di essere ricordati anche i liquori d’erbe di Oropa ed il Ratafià di Andorno, un liquore ricavato dalla macerazione alcolica di ciliegie selvatiche secondo una ricetta vecchia di 500 anni. Una particolare menzione va alla birra “Menabrea”, più volte premiata quale miglior birra lager nel mondo, essendovi qui lo stabilimento.

VINI DOC VERCELLESE

Il Gattinara è l’unico vino DOCG del vercellese, mentre unito ad altre uve il Nebbiolo rientra nella composizione di tre dei quattro vini DOC di questa Provincia: il Bramaterra, il Canavese e il Coste della Sesia.
Il quarto vino DOC del vercellese è il bianco Erbaluce di Caluso. Dal colore limpido e dall’odore fine e fresco, è prodotto nelle tre varianti Bianco, Passito e Spumante, impiegando un vitigno autoctono, a bacca bianca, tra i più antichi in Piemonte. Il bianco si sposa bene con antipasti, come carne cruda e vitello tonnato, con minestre in brodo e di pesce; ma il tipico abbinamento regionale è con le rane, dal risotto con le rane, alle rane fritte o in zuppa.

Il Gattinara è un vino rosso granato, tendente all’aranciato, dal sapore asciutto e un caratteristico fondo amarognolo; il profumo fine ricorda quello della viola, specie se è molto invecchiato. Nella versione Gattinara DOCG “riserva” il tempo d’invecchiamento non deve essere inferiore ai 4 anni, di cui almeno 2 in botti di legno. Questo vino DOC del vercellese è indicato per tutti i tipi di brasati, umidi, stracotti e i formaggi, sposandosi bene in particolar modo con quelli salati.

Il Bramaterra DOC è un Rosso, si produce sia nella zona di Vercelli che di Biella ed è ottenuto partendo dalle uve Nebbiolo. Accompagna splendidamente selvaggina e cacciagione, arrosti e umidi; tra i primi piatti soprattutto i risotti e i tortellini in brodo di carne.

Il Canavese DOC può essere Bianco, Rosso, Rosato, Barbera e Nebbiolo. Concorrono nella formazione i vitigni Nebbiolo e Barbera, tranne per il Bianco che è invece dato da uva del vitigno Erbaluce. Il Rosso è ottimo con carni rosse alla griglia, stracotti e salumi, il Rosato con minestroni di verdure o pasta e fagioli, il Bianco invece con piatti a base di pesce.

Il Coste della Sesia Rosso è di color rubino, dall’odore intenso e il sapore asciutto, perfetto per i fritti di verdura, le minestre di verdura, le carni bianche o rosse. Il Rosato può avere sfumature più o meno intense e ha un gusto armonico e una fragranza caratteristica. Ottimo con formaggi freschi e salumi poco stagionati. Il Bianco è giallo paglierino e dal sapore secco. Ideale per aperitivi e minestre di verdura.

Altro vino DOC del vercellese ottenuto da uve del vitigno Nebbiolo (Spanna) è il Lessona, che prende il nome dalla Provincia omonima. Si tratta di un rosso granato con sfumature che tendono all’arancio con l’invecchiamento. Si lega bene con le carni rosse, ma anche con pollame e cacciagione, in particolare con i formaggi e la fonduta.

VALLI OSSOLANE DOC

La DOC Valli Ossolane interessa il territorio dell’Ossola. In queste valli, con terreni distribuiti geograficamente nella parte più a nord del Piemonte nelle zone dell’Alto Vercellese e dell’Alto Novarese, nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, si producono uve NebbioloCroatinaMerlot e Chardonnay. Già nel XIV sec. viene menzionato il nome Prunent, il vitigno autoctono ossolano per eccellenza. La composizione, in certi casi con caratteristiche molto disomogenee, dei terreni coltivati a vite nelle Valli Ossolane, le particolari forme di allevamento a pergola (topie) che garantiscono luce ed aerazione all’uva, le varietà di vitigno selezionate nel tempo dall’uomo e dalla natura quali i cloni di Nebbiolo (Prunent), esprimono in questo territorio una produzione unica ed irripetibile tipica dei vini delle Valli Ossolane.

La DOC Valli Ossolane è riferita alle tre tipologie BiancoRossoNebbiolo (con indicazione consentita Prunent). L’utilizzo di cloni di Nebbiolo come base ampelografica per questa tipologia fa sì che i vini siano ricchi di tannini e che presentino caratteristiche di longevità apprezzate sin dai tempi antichi. Si presenta di colore rosso rubino con riflessi granata. Profumo complesso con note di vaniglia e floreali. In bocca è asciutto, sapido, di buona struttura e persistenza con tannini leggermente marcati. Il Valli Ossolane Bianco è  costituito da minimo 60% di Chardonnay, ed è ottenuto con fermentazione in piccole botti di rovere. Il vino si presenta di colore giallo più o meno intenso, con carica aromatica di vaniglia, mandorle e frutti esotici. Pieno e pulito nel sapore, equilibrato nell’acidità, di buona persistenza. Il Valli Ossolane Rosso è costituito da un uvaggio di NebbioloCroatina e Merlot per un minimo del 60%. Il suo colore è rosso rubino più o meno intenso. Profumo fruttato, frutta a bacca rossa. In bocca asciutto, sapido, pieno, caldo e strutturato con leggeri tannini.

I PREZIOSI VINI DELLE COLLINE NOVARESI.

La regione pedemontana del novarese presenta una particolarità di eccezionale caratteristica enologica: ogni collina, per microclima e le complessità della composizione del terreno, produce vini dalle tipicità veramente uniche e preziosissime. Sulla sponda sinistra del fiume Sesia, in terreni leggermente più calcarei, che da Grignasco e Maggiora scendono verso Novara attraverso Romagnano, Ghemme, Sizzano e Fara, permettono la produzione di vini di fama secolare. Il vitigno nebbiolo è il più nobile ed antico a bacca nera del Piemonte e sulle colline novaresi ha sicuramente trovato un habitat ideale per esprimere le peculiarità intrinseche che lo evidenziano. Concorre ampiamente ad imprimere le personali tipicità della docg ghemme e restanti doc quali, boca, fara, sizzano ed è presente nella quasi totalità delle sottozone “colline novaresi”.

Una copiosa serie di rinvenimenti archeologici di materiale per uso enologico di epoca romana, una critica di Plinio il Vecchio nel più famoso trattato di agronomia che sia stato mai scritto, “Naturalis Historia – libro XVIII°, cap. 25 -“, alla produzione del novarese, unitamente ad una lunga e meticolosa documentazione medioevale di come doveva essere coltivata e difesa la vite, testimoniano come la corona di colline vantino una tradizione vitivinicola antichissima. Da pergamene del 1268 in cui si pubblica che nei “Documenti sulla storia del Piemonte” tale vitigno era già coltivato nelle campagne novaresi, mentre Pier de’ Crescenzi, metà del 1300, nel trattato “Ruralium Commodurum” riferisce di una particolare uva “…nubiola meravigliosamente vinosa a far da vino ottimo et da serbare et potente molto”. Nel 1600, G. B. Croce qualifica il nebbiolo come “regina delle uve nere”. Personaggi illustri come Cavour, hanno potuto apprezzare il sizzano, mentre il ghemme era immortalato in un manifesto del 1859 inneggiante all’unione della Lombardia al Piemonte.

La varietà di questo vitigno è molto eterogenea, anche se a volte le diversità dipendono da fattori ambientali. La foglia è pentalobata di media grandezza e di colore verde chiaro, quasi glabra; il grappolo, di media grandezza, ha forma piramidale-alato e semicompatto con acino medio e sferoidale, avente buccia pruinosa di color violaceo scuro e brillante, resistente; polpa succosa di sapore semplice tendente al dolce con netta vena acidula ed astringente. È un vitigno vigoroso a germogliamento precoce con tralci lunghi e si coltiva solo al nord in terreni freschi ed argilloso-calcarei, ma in clima asciutto, soprattutto in zone collinari ottimamente esposte, onde evitare fenomeni di colatura ed ottenere così una buona maturazione dell’uva. Necessita di cure laboriose, ed è per questo che la sua coltivazione si è ristretta in zone dove, per l’alto pregio dei vini che si producono, tale vitigno non è mai stato ne abbandonato e nemmeno espiantato a favore di altri più pratici e meno laboriosi. La vendemmia è decisamente tardiva ed è eseguita prevalentemente a mano di questa uva che localmente è chiamata “spanna”.

Boca: la produzione si ha, oltre che nel comune omonimo da cui prende la denominazione, a Maggiora, Cavallirio, Prato Sesia e Grignasco, con nebbiolo dal 45 al 75%, vespolina dal 20 al 40% e bonarda novarese per un max. di 20%. Invecchiamento minimo obbligatorio di tre anni di cui almeno due in botti di rovere o castagno, e successivo affinamento di nove mesi prima dell’immissione al mercato; titolo alcolometrico minimo del 12% ed è doc dal 18/07/1969. Fara, con uve di nebbiolo dal 30 al 50%, vespolina dal 10 al 30% e max. il 40% di bonarda veronese, prodotte a Briona e nel comune omonimo. Doc dal 13/08/1969, invecchiamento minimo di tre anni con passaggio obbligatorio di due in botti di rovere o castagno, ed affinamento di nove mesi; titolo alcolometrico minimo del 12%. Sizzano, doc dal 18/07/1969 con uve di nebbiolo dal 40 al 60%, vespolina dal 15 al 40% e max. 25% di bonarda veronese, prodotte esclusivamente nel comune omonimo. Maturazione ed invecchiamento minimo di tre anni in botti di rovere o castagno; titolo alcolometrico minimo di 12%.
Colline Novaresi, è stata l’ultima denominazione ad avere il riconoscimento della doc – 5/11/1994 – e vanta ben sette sottodenominazioni, di cui solamente una è bianca, che ci apprestiamo a riportare. La zona produttiva è molto vasta e comprende ventisei comuni dell’hinterland novarese, con utilizzo di tutte le tipologie dei vitigni riconosciuti ed autorizzati.

Bianco: vinificato in purezza con uve di erbaluce, localmente detto greco, ha titolo alcolometrico minimo di 11%. Degustato in stretti calici ed alla temperatura di 10-12°C per assaporarne la delicata freschezza ed i sentori di frutta matura e fiori appassiti, secco e tranquillo, in abbinamento con la robiola di Roccaverano, caprino fresco, pesce lacustre e di fiume, è piacevole e gradevole.

Rosso:
 perfetto uvaggio con minimo 30% di nebbiolo, uva rara minimo del 40% e di vespolina e/o croatina fino ad un max. del 30%; titolo alcolometrico minimo di 11%.
Barbera, almeno 85% del vitigno omonimo con eventuale aggiunta di uve nere raccomandate ed autorizzate, per un titolo alcolometrico minimo di 11%.

Croatina: ottenuta con le uve omonime almeno per 85% e restanti a bacca nere autorizzate e raccomandate; titolo alcolometrico minimo di 11%.
Nebbiolo – localmente chiamato “spanna”, è presente per almeno 85% con altre uve sempre a bacca nera autorizzate e raccomandate, per un titolo alcolometrico minimo di 11%.

Uva rara: denominata anche “bonarda novarese”, se ne utilizza almeno 85% e restanti uve a bacca nera autorizzate e raccomandate; titolo alcolometrico minimo di 11%.

Vespolina: vitigno prettamente autoctono, così chiamato nella tradizione e storicità agreste novarese in quanto l’acino ricorda la forma dell’addome dell’ape; presente almeno per 85% e restanti uve a bacca nera autorizzate e raccomandate; titolo alcolometrico minimo di 11%.

Ognuna di queste sottodenominazioni rosse, si possono produrre anche nella tipologia “novello”.
Questi ottimi rossi, strutturati e corposi, sapidi e ricchi di aromi di confettura di frutti boschivi e prugne cotte, morbidi e caldi di alcol, nonché piacevole finale e sottile retrogusto amarognolo, serviti alla temperatura di 16-18°C in ampi calici per evidenziarne la finezza ed il carattere, sono da sempre abbinati ai tipici piatti locali anch’essi ricchi di sapori e consistenza quali, il toma e bra stagionati, raschera, paniscia, ossobuco, bresaola di cavallo e tapulan.
Rosso rubino cupo di grande struttura e personalità, magnifici aromi di frutti maturi del sottobosco, caldo di alcol e morbido, elegante e fine per piatti saporiti quali, toma, raschera, bresaola di cavallo, tapulan, agnolotti di carne, bettelmont: rare unicità se bevuto in ampi calici a 18-20°C avendo premura di stappare la bottiglia circa due ore prima.

COLLINE TORTONESI

Dal 2002 la gestione del vigneto del Bonafous è affidata al Divapra, che vi compie un’intensa attività di ricerca e di sperimentazione sulla microvinificazione di vitigni rari e sulla conservazione della biodiversità. Le prove di microvinificazione svolte per la valutazione di vitigni rari piemontesi – in collaborazione con l’Associazione Vignaioli Piemontesi, la Regione Piemonte e il Cnr Vite – sono confluite al Bonafous nel 2000;e mentre alcune varietà tra cui la Montanera di Perosa, il Baratuciàt, la Slarina e la Malvasia Moscata stanno per essere impiantati, in contemporanea, in collaborazione con l’Istituto di virologia vegetale del Cnr Torino, si sta costituendo una raccolta di tutte le selezioni clonali di Freisa e Bonarda. Si cerca in questo modo di recuperare la biodiversità viticola piemontese e offrire un’opportunità per la diversificazione dell’offerta vinicola regionale. Contro l’omologazione del mercato anche nel settore enologico, proprio grazie ad un centro di eccellenza sulle colline della nostra città, magari presto brinderemo con uno dei vini prodotti dalle 60 rare varietà conservate dall’Istituto Bonafous, come il Becuet, o il Bian Ver (il nome si rifà alla colorazione degli acini dell’ uva), o con il Malvasia Bianco, vitigno diverso dal tutte le altre malvasie d’Italia, con acini grandi e di colore giallo intenso.

Timorasso: Scarsamente remunerativo e coltivabile solo a prezzo di grosse fatiche, difficilmente sopportabili dalle esigue forze rimaste in un territorio soggetto a progressivo  spopolamento. Il destino del Timorasso, un’autentica “perla” tra i vitigni piemontesi ma legato purtroppo ad una viticoltura “di frontiera”, era ormai  segnato quando è intervenuta la determinazione di Walter Massa,  vignaiolo in quel di Monleale, nella bassa valle del Curone, in provincia di Alessandria. A questo “cocciuto romantico”,  come è stato definito dalla Guida del Gambero rosso, si deve non solo  il recupero del Timorasso ma anche la rinascita della viticoltura dei Colli Tortonesi.  Stimolata dal suo esempio, infatti,  si è fatta strada a poco a poco una nuova generazione di viticoltori che hanno deciso di investire in vigna, nonostante  i problemi legati ad un’attività divenuta col tempo marginale  e al diffondersi della temibilissima flavescenza dorata. Ma pochi sanno che la nostra regione ha una ricchezza – infinita quanto semisconosciuta –  di vini e vitigni rari. Piccole coltivazioni e produzioni ridotte che però rappresentano un tesoro da scoprire e valorizzare.

VAL SUSA

Da sempre nelle valli Chisone e Germanasca la viticoltura è praticata sui ripidi versanti delle montagne, sino ad altitudini considerate estreme per la vite. Vecchissime vigne plurivarietali sono preziose raccolte di biodiversità: vitigni quasi estinti sopravvissuti in pochi esemplari, che è stato possibile rempiantare per studiarne le caratteristiche in vigna e in cantina. Alcuni vecchi vitigni autoctoni costituiscono la base del vino Ramìe, dal 1996 “Pinerolese DOC”.

Prodotto principalmente con i vitigni Avanà, Neretto, Averengo, ed altri vitigni a bacca nera non aromatici, è un vino dal sapore fresco e asciutto, con sentori di frutti di bosco e di colore rosso intenso. Da abbinare a salumi e formaggi locali, frittate e torte salate.

Per saperne di più sul Ramie: I documenti riferiscono della presenza di vigneti fin dal XIV secolo. Nel dialetto locale significa cataste di legno: probabilmente deriva dalle ramaglie accumulate sui versanti rocciosi per creare un substrato adatto ad ospitare le viti. In diverse zone della Valle si possono ancora ammirare i terrazzamenti sostenuti da muretti a secco che testimoniano la presenza di una viticoltura eroica in Valle di Susa sin dal XVI secolo, quando le azioni belliche in fondo alla vallata costrinsero la popolazione ad insediarsi nelle fasce più scoscese.

Terra di passaggio, la Valle di Susa ha mantenuto nella Storia un panorama enologico ricco di vitigni caratteristici quali Avanà, Becquét, Baratuciàt, Chatus, Grisa Rousa, Grisa nera, Gros blanc, Carcairùn ‘d Fransa (o Gamay). Nel 1997 è stata approvata la DOC Valsusa, e due anni più tardi si è costituito il Consorzio per la tutela e la valorizzazione del Valsusa DOC.

Risale al 739 d.C. il “Testamento di Abbone”, fondatore dell’Abbazia della Novalesa, da cui emerge l’importanza della viticoltura nella valle: il suo lascito era costituito anche da terreni coltivati a vite. Altre testimonianze storiche risalgono all’anno mille quando, nel comune di Chiomonte, vi erano terre coltivate dalla Prevostura di Oulx col vitigno Avanà nella regione Segneur.

Alle porte di Torino, sui pendi della Sacra di San Michele, è nata l’ Associazione tutela Baratuciat e vitigni minori. Il Baratuciat è un vino bianco che nasce in circa 8 ettari di vigneti nei territori della bassa Valsusa fra Trana, Buttigliera, Condove, Giaveno, Villarbasse: vinificato in purezza, ha profumi erbacei di sambuco, mela e eucalipto, ben strutturato..si beve che è un piacere. Se ci spostiamo in provincia di Cuneo ecco la Nascetta di Novello, vitigno semiaromatico coltivato in 85 aziende vitivinicole per un massimo di 390mila bottiglie. Il vino si accompagna bene con  antipasti freddi, formaggi, pesce crudo, crostacei e carni bianche.  Dall’ Astigiano arriva il Gamba di Pernice coltivato nei vigneti di Calosso, un rosso con profumo speziato, morbido al palato, di medio corpo tendenzialmente amarognolo. Quest’ anno viene messo in commercio, dopo 3 anni di affinamento, il prodotto del 2016, poche migliaia di bottiglie da non perdere.  E ancora l’ astigiano Uveline Uceline, vino di lusso che un tempo si regalava al dottore, al parroco, al podestà o al farmacista.

Solo per citarne altri – sempre segnalati dalla Coldiretti – per la provincia di Alessandria il Slarina o Cellerina della Val Cerrina e dal Vercellese il Clone Cobianco di Ghemme.

Insomma, è una vera e propria caccia al tesoro quella che si può fare alla ricerca di vitigni e vini rari del nostro Piemonte. L’ invito è di provarli e di segnalarcene altri.

UVALINO, UN VITIGNO QUASI SCOMPARSO

Le uve dell’Uceline (Uvalino) sono state raccolte a fine ottobre, a piena maturazione, trasferite in fruttaio ventilato e a temperatura controllata, dove sono rimaste per più di un mese a subire un leggero appassimento.

Dopol la pigiatura e una parziale diraspatura, si è avviata la fermentazione, durata circa 3 settimane a 22-25 °C con frequenti rimontaggi. La fermentazione malolattica e la successiva maturazione si sono svolte in tonneaux di rovere da 5 hl.

Dopo un anno di affinamento in bottiglia eccolo nel calice, con un colore rubino intenso e profondo venato di riflessi porpora; al naso si coglie facilmente l’effetto dell’appassimento in un frutto ampio che richiama la confettura, ma solo a tratti, nulla di eccessivo bensì aspetti di maggiore complessità, privi di stucchevolezze. La mora, la visciola, l’amarena, sono affiancate da sfumature vegetali mature e delicati rintocchi speziati, dalla cannella al ginepro, dal cacao alla liquirizia. Il vino è stato battezzato con il nome “Uceline”, la scritta serigrafata sulla bottiglia è stata ideata per rappresentare simbolicamente un volo di uccelli, il colore vuole richiamare la terra sabbiosa dove cresce questa varietà. Il nome ha origini antiche, infatti nell’Astesana già nel Seicento venivano chiamate così le uve rosse di quello che probabilmente era l’antenato dell’attuale Uvalino; essendo le uve raccolte più tardi di tutte le altre, diventavano una ghiotta attrazione per gli uccelli.

RUCHE’

Il Ruchè viene attualmente vinificato da una trentina di aziende con una produzione annua di circa 700 mila bottiglie e una superficie vitata di circa 136 ettari. Un vino di nicchia, è vero, riscoperto e valorizzato dalla recente attenzione ai vitigni autoctoni, che oggi lo colloca tra le piccole DOCG italiane più apprezzate e ricercate. Per capire come è cresciuta la “sete” di Ruchè bastano due dati: nel 1988 gli ettari coltivati erano dieci, diventati 103 nel 2011.

Oggi vogliamo ripercorrere i principali snodi della storia di questo vitigno «misconosciuto e simpatico», come lo definì lo scrittore Mario Soldati, amante del buon cibo e appassionato di vino.

Origini storiche: Le notizie sono poche e nebulose, ma è certo che i terreni del Monferrato ospitassero il Ruchè già nel Medioevo. Come questo vitigno sia arrivato e quale sia l’origine del suo nome è invece meno chiaro. C’è chi vuole siano state alcune truppe Spagnole a portarlo, durante l’occupazione del XVII, c’è chi dice che il nome derivi da “rincet”, termine piemontese che identifica una degenerazione infettiva che attaccò i vitigni a fine dell’Ottocento e alla quale solo il Ruchè sopravvisse. Tuttavia, l’ipotesi più accreditata vuole che un gruppo di monaci francesi, originari della Borgogna, piantassero proprio questo vitigno intorno al convento di San Rocco (da qui anche il nome), ora distrutto.