I GRANDI SPUMANTI DEL PIEMONTE

Ci sono grandi vini: vini rossi o bianchi, che occupano le nostre tavole non solo durante le festività. Da qualche anno, sulle nostre tavole appunto c’è un nuovo abitante; una bottiglia un po’ più spessa e all’interno un vino frizzante, fresco e , a seconda del nostro portafogli o dei nostri gusti, più o meno di pregio. Le così dette “bollicine”, (nomignolo da noi poco apprezzato) che distingue quel vino mosso e frizzante che un tempo era destinato alle osterie di bassa lega. Cosa è cambiato? Di certo la moda e il costo basso, rispetto agli Champagne, il gusto più beverino che abbraccia un pubblico che di solito non usa bere vino e, diciamolo, anche una platea femminile. In una giungla piena di bollicine (non tutte di qualità, purtroppo) fa capolino un prodotto di qualità eccellente, forse unica che, certamente può tenere il passo del collega francese Champagne ed è il Metodo Classico del Piemonte. Nell’articolo vorremmo, senza retorica, illustrare come un’eccellenza unica per gusto e qualità possa prepotentemente, occupare le nostre tavole ed accompagnare ogni pasto e ogni portata, dall’antipasto, ai primi, secondo, dolci e anche gli aperitivi senza badare a stagioni o festività, apprezzando ogni sorso di uno spettacolare prodotto. Vi sono una serie infinita di etichette e produttori e, purtroppo non possiamo che elencarne una piccola parte ma, certamente chi ci segue sa bene che è sufficiente farsi un bel giro sul web per trovare produttori e rivenditori di ogni specie.

METODO CLASSICO e CHARMAT di PIEMONTE

Alta Langa, denominazione dalla carta di identità giovane, visto che la Docg esiste da appena 16 anni, ma dalla lunga storia, oltre un secolo e mezzo, che parte quando nel 1850 Carlo Gancia iniziò a sperimentare con il metodo classico in Piemonte, a Canelli. Territorio d’eccellenza spumantistica italiana poco conosciuto, che guarda ad un rilancio che, gioco forza, deve passare per l’alta qualità, visto che i numeri lo impongono, con una produzione di vino intorno ad 1 milioni di bottiglie all’anno, che nascono da 217 ettari di vigneto (100 ettari in provincia di Asti, 100 in provincia di Cuneo e 17 in provincia di Alessandria), che diventeranno 350 nei prossimi 5 anni, divisi tra 75 famiglie di viticoltori e 25 di produttori (www.altalangadocg.com). Una denominazione in crescita e che ieri, al Castello di Grinzane Cavour, per la prima volta si è raccontata unita ad un pubblico di professionisti, mettendo insieme i produttori storici e che hanno dato via al progetto Alta Langa ormai tre decadi fa (Enrico Serafino, Fontanafredda, Gancia, Giulio Cocchi, Tosti, Banfi) ma anche i produttori che hanno unito le forze in questi anni contribuendo con il loro lavoro a strutturare sempre di più la denominazione (Avezza, Bera, Paolo Berutti, Brandini, Bretta Rossa, Colombo Cascina Pastori, Roberto Garbarino, Germano Ettore, Giribaldi, Pianbello).

“Nasciamo come un gruppo di viticoltori e di case produttrici che stringono un patto per rivalutare uno dei vini più storici del Piemonte – ricorda il presidente del Consorzio, Giulio Bava – e un territorio molto vocato e carico di fascino. La sfida era darsi le regole per fare grande il metodo classico piemontese, partendo dal territorio e dal metodo di produzione. Le capacità in vigna e in cantina erano consolidate ma mancava un indirizzo produttivo che desse riconoscibilità al vino e alla sua immagine. Si è partiti da un approfondito studio del territorio, dei terreni e delle esposizioni sperimentando una ventina di cloni di Pinot nero e Chardonnay sulle colline tra Monferrato e Langa. Una ricerca che ha portato a impiantare 40 ettari di vigneto e a produrre migliaia di ettolitri di vino e bottiglie per dieci anni, fino ad arrivare, nel 2002, ad avere le basi scientifiche per porre le regole di un disciplinare di produzione molto rigoroso”. Il territorio scelto alla luce della sperimentazione si colloca a cavallo di tre province ed è rappresentato dalle colline al di sopra dei 250 metri. “Pur avendo terreni simili – precisa il presidente Bava – la zona esclude il territorio dei grandi Nebbioli dove le uve maturano molto per le caratteristiche dei vini base spumante”.

Terreni principalmente calcarei, bianchi, poco argillosi, con esposizioni diverse a seconda delle altitudini. Una vigna di Alta Langa, finché è tale, può produrre solo Alta Langa e i suoi vini non possono essere riclassificati ad altre produzioni. I viticoltori quindi sono i primi a dover produrre qualità, altrimenti le uve perdono quasi tutto il loro valore.
L’uva è raccolta a mano in casse, per una resa che in cantina non raggiunge il 65 % in mosto.
A differenza degli altri grandi territori degli spumanti di qualità, uno degli aspetti più importanti della denominazione è che non prevede una cuvée d’ingresso ma solo millesimati.
Alta Langa è un vino di grande longevità, che si valorizza nel tempo e con l’affinamento sui lieviti. Per lo Champagne sono necessari 12 mesi di affinamento per le cuvée d’ingresso, 18 mesi sono richiesti per il Franciacorta: l’Alta Langa prevede, per le sue cuvée più giovani, minimo 30 mesi di affinamento, spiega il Consorzio. Che per rilanciare il legame tra l’Alta Langa ed il suo territorio, ha stipulato un “Patto con la Terra”, progetto di studio messo a punto con Piercarlo Grimaldi, dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo) per difendere le radici storiche e antropologiche delle alte terre di Langa. “Il patto stipulato con la terra che impegna il Consorzio a custodire il territorio che i nostri antenati ci hanno consegnato con altruistico e generoso amore deve essere a fondamento di uno ereditato sviluppo antropico educato e civile che nel passato riconosce le ragioni logiche e affettive per progettare il futuro – spiega Grimaldi – occorre, dunque, impegnarsi a recuperare i gesti e le parole che ancora conservano la memoria attiva della tradizione. Si tratta di un lavoro di ricerca che deve riportare alla luce le forme e le pratiche del mondo contadino. I saperi di un passato che hanno sempre dialogato con la natura in un quadro di reciproco rispetto tra terra e uomo. È questa l’eredità materiale e immateriale che il Consorzio vuole contribuire a raccogliere e conservare per testimoniare la profonda conoscenza di queste colline che oggi si presentano con due destini a volte contrapposti. La campagna delle terre basse ha conosciuto uno sviluppo che non sempre armonicamente si e integrato nel paesaggio, originando una traiettoria spazio-temporale che ha abbandonato la circolarità del tempo della tradizione, per rappresentarsi come un retta che non conosce più il saggio e mitologico tempo dell’eterno ritorno che, invece, si conserva sulle terre alte”.

Il primo Metodo Classico italiano: “Quello piemontese è il primo metodo classico italiano”. A dirlo Alessandro Picchi, presidente di Gancia.” Già dall’inizio dell’Ottocento, i conti di Sambuy, influenzati dalla vicinanza geografica con la Francia e con le sue produzioni vinicole, diedero inizio in Piemonte alla coltivazione di alcuni vitigni francesi – Pinot Nero e Chardonnay in particolare – per produrre vini spumanti sul modello di quelli della Champagne.
Dopo gli studi di enologia, nel 1848 Carlo Gancia era partito per Reims con l’obiettivo di apprendere i segreti della produzione dello Champagne. Una volta rientrato a casa aveva avviato insieme al fratello Edoardo una piccola attività, dove aveva iniziato la produzione del primo spumante italiano utilizzando le tecniche di lavorazione del metodo “champenoise”.
La produzione era iniziata con le uve moscato, tipiche della sua zona d’origine, e nel 1865 uscì lo “Spumante Italiano”, il primo Metodo Classico fermentato in bottiglia. Nel 1850, convinto che il suolo piemontese fosse ottimale per la coltivazione e la produzione di uve da spumante, Gancia iniziò un periodo di intenso lavoro e sperimentazione, coltivando Pinot Nero e Chardonnay soprattutto nella zona di Canelli: questa attività di ricerca, mirata alla selezione delle migliori uve per prodotti di prestigio, è stata la base e la spinta per la successiva sperimentazione della produzione di quella che oggi conosciamo come “Alta Langa Docg”. Presto arrivò anche il primo spumante Metodo Classico secco – da uve di Pinot nero e Chardonnay appunto – e il successo della Gancia.”

LE DIFFERENZE

Metodo charmat o martinotti: Il cosiddetto “Metodo Charmat o Martinotti” infatti fu inventato alla fine del Diciannovesimo secolo da Federico Martinotti, direttore per l’Istituto Sperimentale per l’Enologia di Asti, il quale introdusse la fermentazione in grandi recipienti a tenuta stagna. Ma fu poi il francese Eugène Charmat che attorno al 1910 brevettò tale attrezzatura e quindi il metodo fu conosciuto nel mondo con il nome francese. In questo processo la fermentazione avviene in un’autoclave pressurizzata e a temperatura controllata, per un periodo breve che va dai 30 giorni ai 6 mesi, durante il quale gli zuccheri presenti vengono trasformati in alcol e anidride carbonica ad opera dei lieviti. Il prodotto della spumantizzazione viene quindi subito imbottigliato ed è pronto per essere consumato. Negli spumanti a Metodo Martinotti, grazie alla rapidità della lavorazione, vengono esaltate le note aromatiche e fruttate e da qui l’impiego per la produzione di vini meno strutturati ma più freschi e ideali per l’aperitivo, come il Prosecco, il Moscato d’Asti e lo spumante extradry.

Metodo “classico” o champenoise: Nel “Metodo Classico” o tradizionale, diffuso in Francia nella regione della Champagne fin dal Seicento (Metodo Champenoise), la presa di spuma avviene invece in bottiglia con l’aggiunta anche qui di zuccheri e lieviti selezionati. Le bottiglie dovranno riposare in posizione orizzontale per permettere l’affinamento dei lieviti, per un periodo prolungato che solitamente dura dai 18 fino agli oltre 30 mesi. Trascorso tale periodo si comincerà il remuage, ovvero la rotazione quotidiana della bottiglia di 1/8 di giro con inclinazione tale che permetta la lenta caduta delle fecce verso il collo della bottiglia nell’arco di 1-2 mesi. Raggiunta la posizione quasi verticale si potranno eliminare le fecce raccolte sotto il tappo attraverso la sboccatura o degorment: un tempo si stappava la bottiglia e per effetto della pressione fuoriusciva il residuo da eliminare; oggigiorno vi sono macchinari appositi che congelano il collo della bottiglia in modo da intrappolare le fecce in un cilindretto di ghiaccio che viene espulso sempre per effetto della pressione, senza perdite eccessive di prodotto. Dopo la sboccatura bisognerà infine rincalzare la bottiglia con lo sciroppo di dosaggio, detto liqueur d’expèdition, costituito da vino e zucchero o molto raramente distillato.

Il risultato del Metodo Classico sarà un vino complesso, che valorizza i sentori di lievito più che dell’uva, dalla bollicina fine e persistente, poiché la lunga permanenza in bottiglia permette alle bollicine di legarsi alle proteine e amalgamarsi perfettamente al vino.

Vino

Produttore

Regione

Caratteristiche

Arturo Bersano Metodo Classico Brut Bersano Piemonte spumanteBiancobrut
Driveri Metodo Classico Cascina Fonda Piemonte spumanteBiancodolce
Brut Alta Langa Doc Millesimato Enrico Serafino Piemonte spumanteBiancobrut
Brut Alta Langa Doc Zero sboccatura tardiva Enrico Serafino Piemonte spumanteBiancopas dosé
Cuvée 18 M Classico Brut Gancia Piemonte spumanteBiancobrut
Cuvée 18 M Classico Brut Rosé Gancia Piemonte spumanterosatobrut
Alta Langa Brut Metodo Classico Germano Ettore Piemonte spumanteBiancobrut
Brut Alta Langa Bianc ‘d Bianc Giulio Cocchi Spumanti Piemonte spumanteBiancobrut
Gavi Spumante Pas Dosé La Chiara Piemonte spumanteBiancopas dosé
Millesimato Soldati Metodo Classico La Scolca Piemonte spumanteBiancobrut

Soldati La Scolca d’Antan Blanc De Blanc Brut Metodo Classico
La Scolca Piemonte spumanteBiancobrut
Soldati La Scolca d’Antan Rosè Brut Metodo Classico La Scolca Piemonte spumanterosatobrut
Soldati La Scolca Metodo Classico La Scolca Piemonte spumanteBiancobrut
Marcalberto Brut Marcalberto Piemonte spumanteBiancobrut
Marcalberto Brut Rosé Marcalberto Piemonte spumanterosatobrut
Alta Langa Brut Paolo Avezza Piemonte spumanteBiancobrut
Massìm Metodo Classico Piazzo Piemonte spumanteBiancobrut
Valentino Brut Zero Podere Rocche dei Manzoni Piemonte spumanteBiancosecco
Brut Metodo Classico Banfi Vigne Regali Piemonte spumanteBiancobrut
Dogma Blanc de Noirs Borgo Maragliano Piemonte spumante metodo classicoBiancobrut

Riserva Special Cuvée
Contratto Piemonte spumante metodo classicoBiancopas dosé
Marcalberto Extra Brut Millesimo Marcalberto Piemonte spumante metodo classicoBiancoextra brut
Caluso Spumante Cuvée 1968 Orsolani Azienda Agricola Piemonte spumante metodo classicoBiancosecco

COLLINE NOVARESI UN’ELITE MENO CONOSCIUTA

Brut Rosè – ROCCIA ROSSA

METODO CLASSICO 100% NEBBIOLO BRUT ROSE’ – ROCCIA ROSSA

spumante medoto classico rosè da 100% uve nebbiolo
Clementina Spumante Brut – TENUTE SELLA

CLEMENTINA SPUMANTE BRUT ROSATO – TENUTE SELLA

Il nebbiolo in versione bollicine colorate di rosa. Uno spumante agile, fresco.
Curticella Dosaggio Zero – BARBAGLIA

CURTICELLA DOSAGGIO ZERO – BARBAGLIA

Metodo Classico di Erbaluce Dosaggio Zero, vino elegante dalla incredibile freschezza.
Curticella Rosè – BARBAGLIA

CURTICELLA ROSE’ UVA RARA – BARBAGLIA

Lo spumante è un vino delicato di colore rosato ottenuto da uve del vitigno Uva Rara
Hallé Rosé V.S.Q – CROLA

HALLE’ ROSE’ V.S.Q METODO CLASSICO – CROLA

è un metodo classico VSQ da uve Nebbiolo 100% raccolte nella terza decade dell’agosto 2010
Jad’or Rosé – CA’NOVA

SPUMANTE METODO CLASSICO JAD’OR ROSE’ 100% NEBBIOLO – CA’NOVA

Non è solo uno spumante rosè…. è un nebbiolo
Medoto Classico Curticella – BARBAGLIA

METODO CLASSICO CURTICELLA – BARBAGLIA

Almeno 60 mesi sui lieviti in bottiglia, prodotto secondo il metodo classico
Metodo Classico – ROCCIA ROSSA

BRUT METODO CLASSICO – ROCCIA ROSSA

la nostra prima bollicina, il nostro primo metodo classico 100% Chardonnay.
Metodo Classico Millesimato – PIETRO CASSINA

BRUT METODO CLASSICO MILLESSIMATO – PIETRO CASSINA

Vino Bianco secco da uve Erbaluce rifermentato in bottiglia per 3 anni
Rosè Metodo Classico Extra Brut – DELSIGNORE

Delsignore ROSE’ METODO CLASSICO EXTRA BRUT NEBBIOLO – DELSIGNORE

Brillante rosa tenue con note di buccia di cipolla rossa
Ricardo Rose’ Extra Brut – CASCINA ZOINA

RICARDO ROSE’ EXTRA BRUT – CASCINA ZOINA

Vino Spumante di Qualità prodotto con uva Vespolina 100%

GANCIA, LA DINASTIA DELLE BOLLICINE ITALIANE

La storia di Casa Gancia comincia nel 1829, con la nascita di Carlo Gancia che diventerà il fondatore “dell’impero dei vini” di Casa Gancia. Affiancando costantemente il padre nelle operazioni di cantina il giovane Carlo resta affascinato dall’abilità con cui il genitore riesce a trasformare i grappoli in vino, tanto che con il passare degli anni trasforma quest’attività in una vera e propria passione. A Torino inizia a frequentare gli studi di chimica e farmacia che gli danno l’opportunità di compiere esperimenti anche in campo enologico. Entusiasta cultore delle ricerche sul campo enologico, pur proseguendo gli studi, si fa assumere come apprendista in una delle più antiche liquorerie e caffetterie torinesi: la “Dettoni & C.”, posta nella centralissima Piazza Castello. In questo periodo, Carlo, attento conoscitore delle esigenze commerciali, inventa una nuova ricetta per affinare il gusto e l’aroma di un vino liquoroso molto di moda: il Vermouth. Utilizzando come base per l’infusione delle erbe, un particolare vino, il moscato, ottiene un prodotto assolutamente originale rispetto agli altri.

All’epoca il Vermouth, che era chiamato “Moscato Champagne”, ebbe una tale fortuna che per fare fronte alle richieste sorsero decine d’aziende tutte concentrate nel centro storico di Canelli.

L’innovazione enologica porta in primo piano la produzione dello Champagne e, verso la metà del 1800, la città francese di Reims s’impone come capitale della produzione. Ad un anno dalla nomina di “Direttore” nel negozio dove lavorava, Carlo si stabilisce a Reims per approfondire le nozioni di lavorazione degli champagne, facendosi assumere presso un’antica e rinomata casa di produzione locale, la Piper-Heidsieck. Vi rimane per due anni, ricoprendo le più svariate mansioni, dapprima adattandosi ad essere assunto come semplice operaio e solo successivamente passa al ruolo di tecnico specializzato ed infine a quello di esperto. Sperimentando direttamente i processi che consentono la realizzazione del prodotto si appropria dei segreti e delle tecniche del metodo classico di lavorazione, denominato dai francesi “champenoise”. Il suo intento è di riuscire a semplificare la lavorazione del metodo francese attraverso l’utilizzo delle uve moscato, consentendo un risparmio di tempo e lavorazione, per ottenere un costo di produzione inferiore che inciderebbe sul prezzo di vendita.

Con l’utilizzo delle uve Pinot sin dall’inizio si dovevano affrontare delle complesse operazioni, mentre con le uve moscato l’unico inconveniente era di riuscire a fermare la fermentazione in bottiglia per ottenere uno spumante dolce. La difficoltà stava nell’eliminare le sostanze azotate, indispensabili (come lo zucchero), per creare i lieviti: ma riuscire ad eliminare questi processi di fermentazione pareva irrealizzabile. Agli inizi del XIX secolo sorgono le prime cantine vinicole, e già nel 1830 i vini canellesi incominciano a conquistare i vicini mercati stranieri, soprattutto quello francese.

Nel 1850, Carlo torna in Italia. Con l’aiuto del fratello Edoardo si trasferisce a Chivasso dove affitta una vecchia cantina, iniziando gli esperimenti sulla possibilità di adattare il modello di vinificazione francese all’uva moscato che presenta caratteristiche simili al Pinot. Con il moscato, che è uno spumante dolce e con le uve provenienti dall’Oltrepò Pavese produce uno spumante secco, simile allo Champagne: nasce ufficialmente la Casa di produzione “Fratelli Gancia”. Chivasso è una cittadina poco distante da Torino ed è un punto di transito ferroviario indispensabile per allargare la produzione all’intera area, così nel 1861 lo stabilimento Gancia si collega con le Ferrovie Altitalia. Gli esperimenti sullo “Champagne italiano” proseguono con scarsi risultati sino al 1865, quando eliminando gli sciroppi che i produttori francesi aggiungevano al termine della lavorazione, ottiene un tipo di Champagne a base di moscato: nasce il “Primo Spumante Italiano”, superiore a quello francese e ottenuto a costi minori. Nel 1866 si ha la prima esportazione verso l’estero. Carlo ed Edoardo si trasferiscono a Canelli, sul luogo di produzione delle uve moscato, in una piccola cantina in affitto.

Dopo la conquista dei mercati francesi, i vini canellesi nel 1870 conquistano anche quello dell’America del Sud, e dell’America del Nord agli inizi del ‘900. Il 5 giungo 1870, da Firenze, allora capitale, Re Vittorio Emanuele concede alla Gancia di fregiarsi del Regio Stemma. Le cantine vinicole perdono la loro caratteristica artigianale divenendo delle industrie. Intanto lo Spumante prodotto a Canelli dall’Azienda dei fratelli Gancia acquista sempre più notorietà sui mercati sino a necessitare di un nuovo sistema di vendite adattabile alla crescente situazione commerciale. Nel 1880 nasce la società “Fratelli Gancia e C.”, che da allora influenzerà profondamente la vita degli abitanti e la storia delle sue terre che porteranno nel mondo la cultura e la civiltà del bere. Carlo Gancia sposa Marietta Barbero da cui avrà cinque figli: Adelina, Camillo, Giuseppina, Carlo Edoardo e Gaspare Giacomo.

Come in uso nelle famiglie di quel secolo spetterà al primogenito maschio, Camillo, l’eredità dell’azienda divenendo il suo diretto successore quando, alla morte del padre, nel 1897 subentrerà a dirigere l’azienda per continuare a diffondere il prestigioso marchio in ogni parte del mondo. Camillo Gancia, erede di quello che diventerà l’impero del vino, capisce l’importanza di creare dei nuovi approvvigionamenti in cui reperire le uve moscato e quindi la necessità di impiantare in loco dei vigneti esclusivamente di uve moscato. Gancia e Arnaldo Strucchi, socio e consulente, studiano, in zona, le aree idonee alla produzione delle uve moscato e con l’aiuto di Camillo Benso Conte di Cavour (che acquistò il castello), cercano inutilmente di modificare le leggi in favore dell’ampliamento delle varie zone di coltura destinate ai differenti tipi d’uve. Va ricordato che i primi vigneti del moscato erano contenuti in uno stretto spazio collinare e frammisti ad altre uve, inoltre questo vino era usato quasi esclusivamente per produrre un vino aromatico usato per la messa o per le mense dei nobili. Ai loro vani tentativi giunse in aiuto l’epidemia di filossera che nel 1916 causò l’estirpazione dei vecchi vigneti e il nuovo impianto di vitigni a moscato con innesto su basi americane. “Gancia Bianco”, il primo Vermouth italiano, nasce nel 1913. Nel 1924 Casa Gancia diventa “Fornitore Ufficiale dei Sacri Palazzi Apostolici”, e nel 1937 è il fornitore della Real Casa. Il 1950 inizia con il brindisi al nascente “Bitter Americano” e l’ascesa della Gancia segna nuovi traguardi per quella che è la sua avventura nel mondo dei grandi vini…

Circa 150 anni sono trascorsi da quando nel 1860 Carlo Gancia trasferisce la sua attività sulle colline di Canelli trasformando un piccolo borgo rurale in una zona dedita alla coltivazione del vitigno moscato e alla cultura del vino tra le più importanti d’Europa. L’attuale Azienda si estende su una vastissima area scavata nella roccia dove si trovano le Storiche Cantine che, nel 1865, furono silenziosi testimoni degli esperimenti che si conclusero con la produzione del primo spumante italiano con il Metodo Champenois (oggi denominato Metodo Tradizionale Classico).

Adiacente alle Cantine si può vedere l’infernot che da diversi anni fa parte integrante della cantina, oggi adibita a museo degli oggetti e dei preziosi documenti di Casa Gancia, in cui sono conservati gli attestati Reali e dello Stato Pontificio che la Gancia riforniva nei primi anni del’900, oltre a tutte le tipologie dei prodotti: dal Primo Spumante Italiano a quelli attuali.

La cantina storica, culla del primo spumante in Italia, ospita, oltre il “Gancia Club”, una parte che custodisce il “Museo Gancia”, e un’altra parte dedicata alla degustazione dei prodotti, riservata agli ospiti di Casa Gancia: un luogo di piacevole ritrovo per riunioni e cene ufficiali, dove l’eleganza e la calda tonalità dell’arredamento delle sale offrono un tocco di raffinatezza.

Consci dell’importanza della strategia di comunicazione pubblicitaria, i Gancia hanno sempre operato, sin dal 1870, nella ricerca profonda e accurata in questo settore. Nello stesso tempo la conservazione di tutto il materiale storico dell’Azienda ha consentito agli attuali eredi di aprire al pubblico il “Museo Gancia” nelle antiche cantine di Canelli, patria d’origine, offrendo al visitatore un patrimonio storico d’inestimabile valore culturale. Il nucleo centrale, destinato all’arte della cartellonistica, presenta un centinaio di manifesti pubblicitari.
In occasione del centenario dell’Azienda, per festeggiare l’anniversario, Casa Gancia ha lanciato sul mercato un aperitivo e l’artista francese Lucien Cayol ha realizzato un manifesto estremamente moderno nell’immagine e nei tratti stilizzati, dal titolo “L’Aperitif centenaire”. Il Museo è meta quotidiana di visitatori a cui offre spunti storici non solo su Casa Gancia, ma anche sulla storia e la cultura del mondo contadino e della viticoltura.

Non lontano da Canelli, nel territorio della vicina località di Santo Stefano Belbo, sorge un’altra struttura, la “Locanda Gancia”. Originaria “stazione di pesa” delle uve che vi confluivano giungendo dalle colline circostanti, era un luogo d’incontro delle genti che qui recavano il prodotto delle loro vigne e che ancora oggi si ritrovano in questo rinnovato punto per incontri, manifestazioni e degustazioni in cui si celebra la cultura del vino e dell’enogastronomia. Nelle Cantine Storiche della famiglia Gancia più di 150 anni fa è nato il primo spumante d’Italia. Oggi quelle Cantine che hanno fatto la storia enologica italiana e mondiale restano a testimoniare l’ingegno e la caparbia di un uomo che cambiò per sempre la storia e la cultura della viticoltura, ma anche la vita e le tradizioni di molti uomini e di un intero Paese.

MOSCATO PIEMONTE DODG, IL VINO DEGLI DEI

Da sempre il vino ha richiesto una particolare cura della vite che viene accudita quasi amorevolmente, e dei grappoli che vengono raccolti ad uno ad uno, quasi con sacralità. Le cure che il contadino pone provengono dalla cultura e dalla tradizione, ma sono anche quelle particolari attenzioni indispensabili per un buon raccolto. Il vino ha sempre avuto un ruolo importante nella cultura e nella civiltà popolare. Non a caso attorno a sè ha sempre conservato un’aura di sacralità e di mistero e non solo il culto cristiano, ma molte altre culture e religioni gli riconoscono una religiosità in grado di mettere l’uomo in contatto con gli Dei o di rappresentare il proprio Dio.

Dalla Messa ai riti di Magia, sino al più semplice gesto nel versarlo o nell’offrirlo, il vino ha sempre conservato un “rituale” quasi maniacale. Vino, Magia e Superstizione hanno sempre fatto parte della cultura dell’uomo. Il succo dei grappoli era particolarmente sacro a Dioniso, il dio greco, figlio di Zeus che insegnò agli uomini la coltivazione della vite. Nella religione dei misteri gli veniva attribuita l’arte della divinazione e delle guarigioni. Le feste in suo onore erano celebrate con riti orgiastici (i baccanali), che nell’Italia romana erano simili a quelli greci del culto misterico di Dioniso-Bacco, in cui i riti notturni degeneranti in orge furono proibiti nel 186 a. C.

Bacco era anche uno dei nomi con cui veniva identificato e le “baccanti” o “folli”, nell’antica Grecia erano le donne che partecipavano ai riti orgiastici in suo onore e… protagoniste della tragedia “Le baccanti” di Euripide di cui l’ultima sua rappresentazione avvenne nel 406 a.C. Secondo San Bernardino da Siena versarlo in terra o sulla tavola porterebbe “Abbondanza” a… quell’oste che ogni volta riempiva il bicchiere degli avventori sino all’orlo, poi fingendo d’inciampare urtava la tavola per versare il vino e felice urlava “Divizia, divizia” (Abbondanza, abbondanza).
E “abbondanza” cessò, quando un avventore, stufo, stappò una botte all’oste e alla vista del gran quantitativo di vino sparso si mise ad urlare anch’egli “Divizia, divizia”. Ma questa volta non fu “divizia” per l’oste che denunciò l’avventore. Fortuna volle che il capitano di giustizia, uomo saggio, diede torto all’oste affermando che la gioia e il buon augurio non devono derivare solo dal danno degli altri … Nella superstizione, per rendere meno sgradevole un fatto spiacevole, un’ inconscio pensiero “consolatore” vuole che versarlo porti fortuna. Giuda, nella cena del tradimento, lo versò tenendo la bottiglia alla base, quindi la superstizione vuole che si versi afferrando la bottiglia per il collo. Un tal Belgrano, commentando un codice di medicina e scienze occulte genovese, del XV secolo, affermava che stemperando la feccia del vino vecchio nell’olio, e facendone un unguento da spalmare su tutto il corpo, rallegra il cuore dell’uomo facendogli vedere cose straordinarie… Sempre in un codice genovese del XV secolo, si legge una disgustosa cura che prescriveva di sciogliere il fiele di una lepre in un bicchiere di vino e darlo da bere a chi pativa d’insonnia, mentre un’altra formula consigliava: “Beva del vino con rastiature di corna di giovenca, bruciate quando la luna è in quintadecima, chi ha difficoltà nel parlare”. Questi, alcuni esempi di vino-magia e medicina, ma per scrivere magiche formule o empirici medicamenti a base di vino occorrerebbero interi capitoli.

La vendemmia iniziava dopo la Madonna del Rosario, il vino si travasava il Venerdì Santo e tutta la comunità offriva le uve che sarebbero servite a fare il Vino per le messe. A Santo Stefano Belbo, nelle Langhe albesi, sul confine con la provincia di Asti, da quasi cento anni nel monastero delle Figlie di San Giuseppe, le suore producono uno speciale “Moscato da Messa” che servirà ai sacerdoti di tutta l’Italia per officiare il servizio liturgico. Da sempre la Madre Superiora è la responsabile della vinificazione, coadiuvata da un enologo e dalle “consorelle”.

I segreti della vinificazione vengono tramandati oralmente da quando Clemente Marchisio, parroco di Rivalta Torinese (TO), in visita al Pontefice Leone XIII (1810-1903), venne invitato a produrre nella propria zona il vino indispensabile per la messa. Nelle colline torinesi nacque quindi una prima congregazione specializzata nella coltura e trasformazione del vino. Nel 1906 che un gruppo di suore si trasferì a Santo Stefano Belbo(CN) proseguendo la produzione del “Vino bianco per la Messa”.

Oggi si può parlare di un’azienda specializzata… al servizio della liturgia cristiana, una sorta di cantina-monastero, una delle tante aziende gestite da frati e monache che, non solo in Italia, producono marmellate, mieli, conserve, vini, tisane, liquori e altre “sante ghiottonerie”. La scelta delle uve migliori, da acquistare sui mercati locali, e la parte tecnica della lavorazione sono affidate all’enologo ma, per tradizione, la parte “segreta” che si riferisce alla trasformazione, viene eseguita dalle suore-enologhe-cantiniere, senza altro intervento esterno. Il vino prodotto serve esclusivamente per uso liturgico e per questo, per evitare la vendita a privati, viene confezionato in bottiglie particolari, con speciali tappi, capsule ed etichette.

Un tempo in quasi tutte le vigne venivano impiantati alcuni filari di uva moscato da cui ricavare il vino per le grandi occasioni. Ogni famiglia conservava alcuni grappoli appendendoli alle travi della cucina o ponendoli su speciali ripiani, per poi consumarli a Natale. Le bottiglie dell’annata migliore si custodivano nei “crotin” o “infernot” (cantine), per “stapparle” il giorno del battesimo dei figli e se nasceva maschio, quelle dell’annata venivano conservate per festeggiare la “leva”…18 anni dopo.
Era davanti ad un bicchiere di vino che si suggellava un accordo, si rafforzava un’amicizia o si accoglieva un ospite, si stipulava un patto matrimoniale… quando a scegliere la sposa… erano il padre e il “bacialè”… A chiedere ufficialmente la mano della “morosa” era il padre che accompagnava il figlio e se il padre della ragazza acconsentiva li invitava ad entrare e a sedersi alla loro tavola per “destupè” (stappare), una bottiglia di “quello buono”.

La provenienza del “Moscato bianco” ha origine dal bacino orientale del Mediterraneo. Il nome “moscato” deriva dalla particolare dolcezza dei suoi grappoli che appunto… attira le mosche. Il caratteristico sapore “moscato” deriva da “muschio” ed era già anticamente coltivato in una vastissima area compresa tra Asia Occidentale ed Europa, ma si diceva che era nato “per volere degli Dei”… Già i Romani, tre secoli prima di Cristo conoscevano questo vino aromatico. Catone (Marco Porcio detto il Censore, 234-149 a. C, e autore di “Agricoltura”), lo chiamava “Apicius”. Per Columella (Lucio Giunio Moderato, I sec. a. C, che scrisse un trattato sull’agricoltura), e Plicio, era “Apianae”, nome che indicava come le api prediligevano quest’uva dolcissima. Si sa per certo che i Romani conoscevano i vini spumeggianti ottenuti dalla fermentazione in recipienti chiusi. Nel biblico libro dei Salmi (raccolta di 150 composizioni di carattere sacro), si parla di “una coppa dove spumeggia un vino”. Virgilio (70-19 a.C.), scrive di un vino spumeggiante. La mancanza di recipienti robusti, adatti al contenimento del vino, fa dedurre che la produzione si limitasse a quelli leggermente frizzanti, almeno sino al 1600. In seguito la produzione dello spumante fu possibile solo grazie all’uso di bottiglie capaci di resistere alla forte pressione interna e a quello dei tappi di sughero. Pare che proprio verso la metà di quel secolo alcuni commercianti londinesi riuscirono a produrre il primo spumante con caratteristiche simili a quelle dei nostri giorni, utilizzando vino francese proveniente da Champagne, a cui aggiunsero alcune spezie: cannella, melassa e chiodi di garofano. I francesi producevano i primi spumanti attorno al 1700, ma ci vollero due secoli per migliorare e perfezionare la tecnica di produzione.

I primi vini prodotti, non ancora secco, vennero posti in bottiglie resistenti alla pressione interna, ma spesso l’effetto era disastroso in quanto a quei tempi si usava fermentare i vini in piccoli fusti, poi s’interrompeva la fermentazione ai primi freddi, per riprenderla in bottiglia durante la primavera. La conseguenza era che il gas sviluppato provocava una pressione tale da fare scoppiare le bottiglie.
Il vino rifermentando produce un sedimento che altera la limpidezza del vino. Verso la fine del ‘700 si tentò di rendere più limpidi gli spumanti semplicemente travasandolo da una bottiglia all’altra e filtrandoli. Poi si perfezionò un metodo già descritto nel 1813 e che è tutt’ora in uso: il “remuage” e il “degorgement”.

Le testimonianze sulla conoscenza delle uve moscato in tempi remoti sono molte.Nel XIII secolo si menziona la compravendita di vigne e poderi negli Atti e negli Statuti del comune di Canelli (AT), mentre in Liguria, particolarmente a Taggia, provincia d’Imperia, come in Sicilia, era coltivato il Moscato bianco, in versione amabile o liquoroso, molto apprezzato dalle corti europee. Nel 1511 negli Statuti di La Morra (CN), si cita il “Muscatellum”. Il Duca di Mantova nel 1579 richiede “talee” alla comunità di Santo Stefano Belbo. In una lettera datata 5 aprile 1593, tra il Magistrato di Casale Monferrato (AL), e il Comune di Santo Stefano Belbo (CN), si parla di “barbatelle di Moscatello” destinate al Duca di Mantova e Marchese del Monferrato. L’alto costo per il trasporto lo rendeva accessibile solo ai nobili, ai potenti, ai ricchi mercanti e ai banchieri piemontesi che gareggiando con l’aristocrazia feudale non facevano mancare sulle proprie tavole l’aromatico vino. Questo favorì l’introduzione del vitigno in Piemonte, anche se non sempre con esiti favorevoli. Agli inizi i filari si trovano accanto ad altre coltivazioni, per lo più si trattava di pochi filari vitati a moscato. Nel XV secolo il vino Moscato dolce, si ottiene solo con l’appassimento delle uve, diversamente il prodotto ottenuto sarebbe risultato di qualità scadente.

I vini dolci liquorosi, e quelli rossi e corposi prendono il sopravvento tra il Cinquecento e il Seicento segnando il declino del Moscato che invece guadagna il mercato nell’area classica di Canelli, Santo Stefano Belbo e Calosso, come dimostra il commercio intrattenuto nel XVI secolo con il Duca di Savoia e la corte dei Gonzaga di Mantova (a cui apparteneva Santo Stefano). L’idoneità del territorio di Canelli portò queste zone ad una coltura prevalentemente a uve moscato, in grado di fornire la fiorente attività vitivinicola nell’esportazione all’estero.

L’UNICO SPOT PUBBLICITARI DI ALBERTO SORDI FU PER GANCIA

Pochi lo sapranno e ancor meno se lo ricordano ma il 3 febbraio del 1957 avvenne la prima messa in onda di Carosello. Una notizia che per un certo verso tocca da vicino la realtà locale canellese perché in quell’ anno, proprio all’ interno di questo indimenticabile contenitore televisivo, fu proposto il primo spot dell’ azienda Gancia di Canelli. A rendere eccezionale la notizia, il fatto che ad interpretarlo fu il grande Alberto Sordi.

Come è noto, l’ attore e regista romano, scomparso nel 2003, è passato alla storia anche per la sua ritrosia a girare spot pubblicitari commerciali. Unica eccezione, quindi, sarebbe quello a cui avrebbe prestato il volto alla nota Casa spumantiera con la quale, l’ Albertone nazionale, pare intrattenesse stretti rapporti di amicizia. D’ altronde era nota la sua passione per il vino. In un’ intervista del 2002 rilasciata al Vinitaly di Verona dove l’ attore fu ospite in qualità di testimonial dei vini del Lazio, dichiarò: «Ho amato il vino perché sono di una generazione che ha fatto la guerra e il vino non mancava, mancava il resto. Insomma, c’ era più vino che acqua. Così, in quegli anni, mi sono nutrito di solo vino. Anzi, mi sono fatto anche il bagno perché dicevano che faceva bene».

Un prodotto che ci è piaciuto molto Le Bollicine del Roero di CANTINE FRANCO COSTA

Fresco e piacevole, questo Brut prodotto dalle cantine Franco Costa di Castellinaldo (CN) ci è davvero piaciuto molto. Le fantastiche colline del Roero, culla dei grandi rossi non poteva che produrre un ottimo brut metodo charmat dal sapore pieno, che si trova a suo agio quasi con ogni portata. Ci ha colpito molto anche il prezzo che fa di questo prodotto un vero affare, per la qualità e il prezzo, appunto.

Cantinecosta

VINO SPUMANTE BRUT “Bollicine”

Vitigni: uve bianche vinificate con metodo “charmat.” Colore: brillante, solare, luminoso con tonalita´ giallo paglierino scarico e riflessi verdolini. Profumo: Si avvertono sentori floreali ed al tempo stesso fruttati che ricordano fiori d’acacia, pesca ed albicocca, sono seguiti dall’aroma di crosta di pane e lieviti. Sapore: secco, gradevole e piacevolmente armonico. Fine ed intenso.

Temperatura di servizio: 8-10° C. Abbinamenti gastronomici: eccellente come aperitivo, si accompagna perfettamente ad antipasti e primi piatti leggeri a base di verdura. Ottimo in abbinamento anche con piatti a base di pesce o carni bianche.

Segnaliamo uno splendido sito: ALTALANGADOCG.COM