GRANDI IDEE e GRANDI NOVARESI

Chi sono i grandi novaresi entrati nella storia? Sono persone comuni che grazie al loro ingegno, inventiva, fantasia, lavoro e a volte testardaggine hanno segnato un’epoca. Le loro idee e i loro prodotti ancora oggi sono tra i piu’ conosciuti al mondo nonostante, molti di loro non siano piu’ legati al nostro territorio ma, in ogni caso grandi lo saranno sempre.

Il nostro percorso è strutturato attraverso i secoli senza distinguere l’ambito in cui ognuno di loro ha lavorato o le epoche in cui sono vissuti ma riferendoci semplicemente alla loro provenienza.


giuseppe TOSI

BORGO TICINO (NO) – 25 MAGGIO 1916 – ROMA, 10 LUGLIO 1981tosi_giuseppe

Maresciallo dei Corazziere, nato a Borgo Ticino (NO) 25 maggio 1916 – Roma, 10 luglio 1981, atleta Azzurro del lancio del disco.Pioniere dell’Atletica leggera italiana e dell’Arma dei Carabinieri; è stato il primo carabiniere-atleta e la prima Medaglia Olimpica nella storia sportiva della Benemerita.In servizio come Corazziere e molto abile anche nella Pallavolo e nel getto del peso, ottenne i massimi risultati in campo nazionale, internazionale e olimpico, praticando il lancio del Disco. Coevo dell’imbattibile Adolfo Consolini che, in diverse occasioni relegò Tosi al secondo posto, fu soprannominato “l’eterno secondo”. Non ebbe rivali, invece, nei vari Campionati Nazionali e Mondiali Militari (CISM). Testimonial della straordinaria carriera agonistica del Maresciallo Tosi che gareggiò ad altissimi livelli dal 1948 al 1956, è l’altrettanto prestigioso palmares. Il top del successo, il “grande” Corazziere, lo ottenne proprio 1948 nel corso del quale si aggiudicò la medaglia d’Argento alle Olimpiadi di Londra (dietro Consolini) e, con la misure di mt 54,78 e successivamente con 54,80 fu primatista Europeo. Ancora secondo lo fu ai Campionati Europei del 1946, 1950 e 1954 dietro Consolini). Partecipò anche alle Olimpiadi di Helsinki (ottavo); ha vinto 5 Campionati Militari Internazionali Cism ed altrettanti titoli italiani; nonché una edizione dei Campionati inglesi e dei Giochi Panatenaici. Grazie alla notorietà, alla sua simpatia ed alla prestanza fisica, Giuseppe Tosi fu chiamato da Totò a partecipare come attore in due film e, come Corazziere a far parte del drappello che il 4 ottobre 1964, scortò l’allora Presidente della Repubblica Antonio Segni alla cerimonia di inaugurazione dell’ Autosole.

MEDAGLIERE:tosi palmares

 

 

 

 

CARABINIERE, CORAZZIERE E CAMPIONE OLIMPICO. Fu un discobolo italiano (in precedenza praticò la pallavolo e il getto del peso) che conseguì importanti risultati sia a livello nazionale che internazionale. Prestò servizio come corazziere al Quirinale. Venne soprannominato “l’eterno secondo” poiché in diverse occasioni ottenne la seconda piazza alle spalle dell’altro italiano Adolfo Consolini. Fu primatista europeo nel 1948 con 54 e 78 cm e successivamente con 54 e 80, poco prima, nello stessoanno si aggiudicò la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra del 1948, conseguendo lo stesso risultato ai Campionati europei di atletica leggera del 1946, 1950 e del 1954 (in tutte e quattro le occasioni vinse Consolini). Partecipò anche ai Giochi olimpici di Helsinki dove si classificò ottavo. Si aggiudicò anche 5 titoli italiani rispettivamente nel 1943, 1946, 1947, 1948 e 1951, i Giochi del Mediterraneo e i Campionati inglesi in quest’ultimo anno, i Giochi Panatenaici in quello successivo e 5 Campionati Militari Internazionali Cism. La sua popolarità di atleta lo portò a partecipare come attore a due film con Totò e a presenziare come scorta dell’allora Presidente della Repubblica Antonio Segnialla cerimonia di inaugurazione dell’Autostrada del sole il 4 ottobre 1964.

Articolo: IL TEMPO 20 dicembre 1969


RINGRAZIAMO IL “GRUPPO CORAZZIERI DI ROMA” Una piccola curiosità: Giuseppe Tosi nel 1952 fece parte della Nazionale Italiana che portava i nostri colori alle olimpiadi di Helsinki, la stessa nazionale di cui faceva parte Carlo Pedersoli meglio conosciuto come Bud Spencer.

Olimpiadi di LONDRA 1948

L’Italia partecipa ai Giochi del 1948 per intercessione di Winston Churchill. Il Cio bandisce dall’Olimpiade post bellica Germania e Giappone per i milioni di morti che hanno sulla coscienza. All’Italia dell’Asse dovrebbe toccare la stessa sorte, ma il premier inglese Sir Churchill intercede per noi: rimarca i meriti della Resistenza partigiana e sottolinea che l’armistizio del 1943 testimonia i nuovi pensieri dell’Italia. Così, i Giochi di Saint Louis del 1904 restano gli unici nella storia senza atleti italiani.

Partono in treno verso Londra 182 atleti (19 sono donne), con una tonnellata di pasta al seguito, grana padano e tremila uova. E portano a casa un bottino niente male: 8 medaglie d’oro, 11 argenti e 8 bronzi che valgono il quinto posto nel medagliere. Il presidente Gianni Petrucci oggi firmerebbe per un risultato simile. Ma sarà dura…tosi palmares1

Nell’edizione che consacra la figura di Fanny Blankers-Koen, “mammina volante” con i suoi quattro ori, l’italiano da prima pagina è Adolfo Consolini. Ha 31anni, viene dalla provincia di Verona, povera e remota: ha una forza erculea e una faccia da gigante buono. A casa mangia latte e formaggio di quelli sani e per lui “sparare” il disco a 52,78 metri è una mezza formalità. La medaglia d’oro (secondo nella stessa gara è il piemontese e borgoticinese Giuseppe Tosi) lo consacra anche come attore del cinema, una sorta di Johnny Weissmuller nostrano, e nel 1954 impersona il maniscalco Maciste nel film Cronache di poveri amanti, accanto a Marcello Mastroianni.

Sempre sotto la pioggia vincono l’argento Amelia Piccinini nel peso e Edera Cordiale-Gentile nel disco, e il bronzo la staffetta 4×100 (Enrico Perucconi, Antonio Siddi, Carlo Monti e Michele Tito). Risultati stellari e inarrivabili per la nazionale di atletica di oggi. Come inarrivabile rimane per sempre la voce di Nicolò Carosio, che fa la radiocronaca del torneo di pallanuoto vinto dalla squadra azzurra. Chiudete gli occhi per un momento e immaginate l’eleganza passionale con cui Carosio può aver detto «Italia campione olimpico, campione olimpico»…

Pugile nel “RITORNO di DON CAMILLO” 1953

IL RITORNO DI DON CAMILLO è un film del 1953, diretto dal regista Julien Duvivier. Delle cinque pellicole che compongono la serie su Don Camillo e Peppone con Fernandel e Gino Cervi, è indubbiamente quella che mostra più elementi irreali, fantastici, non limitandosi al solo crocifisso parlante.

Al ritorno al paese Don Camillo dovrà porre fine ad una rissa alla casa del popolo scoppiata al termine di un incontro di Boxe e, proprio colui che metterà a terra prima il pugile ingaggiato dal sindaco Peppone, in un primo momento e, in seguito Peppone stesso è proprio Giuseppe Tosi, prestatosi a quella parte regalando al film un piacevole momento sport-commedy.

POCHI BORGOTICINESI LO HANNO CONOSCIUTO, IO SONO UNO DI QUELLI E NONOSTANTE SIANO PASSATI PIU’ DI 30 ANNI DAVANTI AGLI OCCHI VEDO QUELL’OMONE GENTILE SALIRE SULLA SUA CITRON DS (SQUALO) BIANCO AVORIO TARGATA ROMA.

UN GRAZIE DA TUTTI I BORGOTICINESI.


renato BIALETTI

Il papà della caffettiera Moka si è spento a 93 anni, era conosciuto come “l’omino coi baffi”, reso celebre in tutta Italia grazie alla pubblicità di Carosello degli Anni Cinquanta e Sessanta.

Il caffè è una delle abitudini degli italiani, anche se si è diffusa tra il popolo a Vienna, per mano del polacco Georg Kolschitzky, alla fine del Seicento. Nonostante le origini, il pioniere del caffè casalingo è senza dubbio Alfonso Bialetti che dopo aver lavorato come fonditore in Francia, rientrò in Piemonte e mise in piedi una fonderia.

La caffettiera che borbotta nel mattino di tutti è l’unico rumore che abbia un aroma, l’aroma dolce del risveglio. Chi ha scoperto il caffè merita un processo di beatificazione, chi ha reso a portata di fornello l’alchimia della bevanda nera, pure. Alfonso Bialetti, quello stilizzato sulla vostra macchinetta, l’omino coi baffi, è lui che troverà spazio nel calendario. Apre bottega nel 1919 a Crusinallo (VB): un’officina per la produzione di semilavorati in alluminio.

L’invenzione della Moka Express risale al 1933, anno in cui Alfonso Bialetti ebbe la ormai mitica intuizione di creare un nuovo strumento per la produzione casalinga di caffè. L’idea della caffettiera nasce da un’osservazione casuale. Alfonso Bialetti sentiva l’esigenza di studiare qualcosa che fosse un suo articolo finito per il quale la stessa conchiglia potesse servire per una produzione maggiore e più soddisfacente. L’idea di come costruire una caffettiera l’ebbe guardando fare il bucato in casa dalla moglie. A quei tempi, per lavare i panni, si usava la “lisciveuse”, una grossa pentola munita di un tubo cavo con la parte superiore forata; l’acqua, messa nel recipiente insieme alla biancheria ed al sapone, bollendo saliva per il tubo e ridiscendeva sul bucato sfruttando bene la lisciva, il detersivo di allora. La caffettiera, dalla particolare forma ottagonale, ha portato ad un cambiamento radicale nelle abitudini di consumo di caffè tra le mura domestiche. Grazie all’uso dell’alluminio e ai suoi componenti innovativi (come il blocco unico della caldaia, il filtro ed il recipiente-contenitore) è riuscita, infatti, a proporre agli italiani un caffè dal gusto nuovo ed originale, completamente diverso da quello a cui erano abituati. Fino al secondo dopoguerra, la Moka rimase un prodotto artigianale: vennero fabbricati pochi pezzi, con manodopera artigianale e una distribuzione limitata all’ambito locale. Di Alfonso Bialetti si racconta, infatti, che “era un artista; lavorava per la gloria e non per il guadagno; la sua soddisfazione, la sera, andandosene a letto, era di addormentarsi con il sigaro in bocca, stringendo in mano uno dei pezzi più difficili usciti dalla fonderia”. E’ il 1946 l’anno della svolta: ad Alfonso Bialetti subentrò il figlio Renato che, dotato di un forte spirito imprenditoriale, modificò la filosofia aziendale passando da una logica artigianale ad una produzione di carattere industriale. E’ in questo periodo che inizia la diffusione commerciale del prodotto e del marchio: se in dieci anni Alfonso Bialetti era riuscito a vendere 70.000 caffettiere, il figlio Renato in un solo anno riuscì a raggiungere la vendita di milioni di pezzi. Oggi, a quasi 80 anni dalla sua invenzione, la Moka è una icona della nostra tradizione culturale. Essa rappresenta infatti il “Bel Paese” nel mondo, raccontando i valori della nostra tradizione attraverso un percorso emozionale che parla di casa, affetto e buon caffè.

1933 La caffettiera venne prodotta per qualche anno in un piccolo numero di esemplari, nel 1946 il figlio di Alfonso, Renato, decise di investire nella produzione e nella commercializzazione del prodotto.

Un piccolo aneddoto raccontato da Renato Bialetti, figlio del fondatore a LA STAMPA di Torino:

La sua vita è costellata di aneddoti. E’ vera quella di Onassis?

«Sì, tutto vero. Mi trovavo in albergo con clienti francesi e allora la caffettiera per loro era quasi una novità. Erano perplessi e dubbiosi e temevo di non riuscire a concludere la vendita. In quel momento passò fianco a noi Aristotele Onassis: andava in bagno; presi il coraggio a due mani e lo seguii. Dissi: “Sono un giovane imprenditore italiano, mi dia una mano, lei che ha cominciato dal nulla come me. Quando rientra nella hall dica che usa una mia caffettiera; mi serve per fare colpo su questi riottosi clienti. Tornai, convinto e rassegnato che Onassis avrebbe tirato dritto. Invece avvenne il miarcolo. Onassis, fingendo di vedermi all’ultimo istante, tornò indietro, mi diede una pacca sulle spalle e disse: Renato, come va? Ma sai che non ho mai bevuto un caffè buono come quella della tua caffettiera? Sì, andò proprio così». 

BIALETTI ITALY NOVARA – La tradizione di idee e uomini del Novarese


gaspare CAMPARI

Nel 1860 con l’acquisto di un piccolo bar di Novara, il Caffè dell’Amicizia, ebbe inizio la storia del famoso aperitivo rosso Camparisoda e di tutto il Gruppo Campari. In quegli anni, infatti, nacque e venne perfezionata, su iniziativa di Gaspare Campari, la ricetta di Campari, rimasta invariata da allora. La famosa bevanda alcolica è ottenuta dall’infusione di erbe amaricanti, piante aromatiche e frutta in una miscela di alcool e acqua, caratterizzata da un aroma intenso e dal colore rosso rubino. Bevanda di punta del Gruppo Campari, viene distribuita in oltre 190 paesi, anche se il mercato principale è quello italiano.

Quella di Campari, dunque, fin dagli esordi, é una storia di successo caratterizzata da un mix vincente tra industria, arte, comunicazione e creatività. Nel 1881, Gaspare Campari, guidato da una forte volontà di innovazione e sempre alla ricerca di nuove opportunità, chiese di essere ammesso all’Esposizione Industriale Italiana con alcuni dei suoi prodotti. Al termine della manifestazione la Giuria gli assegnò la medaglia di bronzo.

In seguito anche il figlio Davide, dallo spiccato intuito imprenditoriale, capì che il solo passaparola non sarebbe più bastato e che, per aumentare la riconoscibilità del prodotto, occorreva un buon piano di marketing e una strategia comunicativa efficace e convincente. Davide ebbe, infatti, il merito di intuire che la pubblicità ha un ruolo strategico e fondamentale che può rendere il marchio e il prodotto indelebili nella mente delle persone. Decise così di commissionare ai migliori artisti emergenti dell’epoca dei cartelloni pubblicitari dove fosse ben visibile la scritta Campari definendo, in questo modo, i tre capisaldi della comunicazione Campari: un logo riconoscibile, un colore distintivo e un prodotto di qualità.

L’incontro che segna un vero e proprio caso nella storia della pubbliità italiana è quello con l’artista futurista Fortunato Depero (1892-1960) in cui Davide Campari riconosce l’uomo giusto per «proiettare l’aperitivo più noto al mondo nel futuro». Il sodalizio Campari-Depero costituisce un caso unico nella storia della pubblicità italiana e suggella una collaborazione creativa senza precedenti. Nel 1926 Depero crea lo Squisito al Selz, un bozzetto da mettere sopra i banconi dei bar, e nel 1931 scrive addirittura il Numero Unico Futurista Campari, un trattato teorico e critico del fare pubblicità, che delinea nuove iniziative per la realizzazione di prodotti d’arte legati alle esigenze pubblicitarie. Lo stile comunicativo dell’azienda si trasforma in qualcosa di nuovo: marionette e robot diventano personaggi della pubblicità ammiccanti che inducono al consumo, lettere e immagini si combinano insieme giocando sul contrasto dissonante. L’utilizzo della tecnica del collage, molto utilizzata dall’artista, lo aiuta nella creazione di immagini sagomate che riproducono personaggi immaginari: cavalieri di gomma, uomini matita, folletti e pagliacci. Nel 1932 un’importante svolta che segna e trasforma la storia del famoso bitter alcolico: Davide Campari chiede a Depero di ideare una bottiglia dalla forma innovativa per la produzione industriale. L’artista trentino disegna così l’originale bottiglia dalla forma di calice rovesciato, che, da allora, è ancora utilizzata. Con l’ideazione della bottiglia, Depero crea per l’azienda milanese la sua opera più significativa. Il design unico rappresenta infatti una delle icone più famose del design industriale italiano e internazionale. La famosa bottiglietta è il culmine di un sodalizio artistico che inizia negli anni ’20 e la forma conica una icona dello stile di Depero per Campari.

La cosa interessante è lo stretto rapporto creatosi in quegli anni tra il movimento Futurista e il mondo industriale. I Futuristi, infatti, sono i primi a entrare in contatto e a stabilire una sintonia con il nuovo mondo industriale dell’epoca. Sono stati tra i primi a comprendere la natura innovativa della comunicazione pubblicitaria e le forti connessioni esistenti tra l’industria, la pubblicità e la produzione di forme espressive. Depero fu uno dei rappresentanti più attivi e illustri del movimento artistico. Fervente sostenitore che la pubblicità fosse «arte nuova del mondo moderno», Depero divenne in breve tempo il più autorevole cartellonista pubblicitario tra i Futuristi. Per certi aspetti, infatti, egli ha interpretato più concretamente e alla lettera le indicazioni del movimento, diventando l’autore di icone visive che, con la conversione nella grafica pubblicitaria, sono diventate patrimonio della memoria visiva del ’900. Per Depero «l’arte deve marciare di pari passo all’industria, alla scienza, alla politica, alla moda del tempo, glorificandole. L’arte della pubblicità è un’arte decisamente colorata, obbligata alla sintesi… arte gioconda, spavalda, esilarante, ottimista».

CAMPARI ITALY – La tradizione di idee e uomini del Novarese


giovanni DE AGOSTINI

Casa editrice del Gruppo De Agostini fondata a Roma nel 1901 con il nome di Istituto Geografico De Agostini (IGDA) da G. De Agostini come industria cartografica e trasferita a Novara nel 1908. La prima opera di grande risonanza realizzata dall’Istituto Geografico De Agostini tra il 1904 e il 1914 è la carta d’Italia per il Touring Club Italiano. Sempre nel 1904 comincia la pubblicazione annuale del Calendario Atlante De Agostini. Alla fine della prima guerra mondiale, la società viene rilevata da Marco Adolfo Boroli e Cesare Angelo Rossi, le cui quote societarie sono acquisite, nel 1946, dalla famiglia Boroli. Allargati dal 1927 i propri interessi a tutti i settori della cultura e della divulgazione umanistica e scientifica, l’Istituto Geografico De Agostini pubblica, negli anni, opere di successo, come una vasta serie di atlanti geografici, testi scolastici, collane di libri illustrati, classici, monografie d’arte, opere di storia, enciclopedie tra le quali: Il Milione, Universo, Le Muse,Il Mare, Le Scienze, Conoscere l’Italia, Grande Enciclopedia, Storia Universale dell’Arte, Grande Enciclopedia degli Animali. Alle tradizionali grandi opere di divulgazione, sul finire degli anni Ottanta l’Istituto Geografico De Agostini affianca proposte editoriali riferite a settori specifici, come area ragazzi e area femminile, e introduce nuovi mezzi di diffusione e di fruizione dei contenuti, come le audio e videocassette, i CD-rom e i DVD, con cui avvia la produzione multimediale in tutti i campi del sapere. Successivamente, lo sviluppo dell’on-line porta a un’innovazione sia nella tecnologia che nei contenuti, che sono organizzati in modo diverso per essere accessibili e aggiornati in tempi rapidi. Nel 2001 nasce l’enciclopedia on-line Sapere.it, mentre nel 2002 è acquisita la casa editrice UTET di Torino. Nel 2004 IGDA riorganizza le proprie attività attraverso la nascita di De Agostini Editore S.p.A. che controlla i diversi settori editoriali. Nel 2004 nasce De Agostini Scuola con i marchi De Agostini e Petrini, rafforzati poi dalle acquisizioni di Ghisetti&Corvi, Cedam e Cideb.

Nata a Como nel 1900 come succursale di un’azienda di arti grafiche svizzera, l’editrice fu rilevata nel marzo 1901 da Giovanni De Agostini e Arturo Reslieri, che l’avevano gestita sino a quel momento per conto dei proprietari elvetici Jacques Muller e August Trub. Giovanni De Agostini (1863-1941), abile cartografo, cambiata la denominazione della ditta in «Istituto Cartografico De Agostini» o «Istituto Cartografico Italiano», investì nella produzione di carte geografiche. Pochi mesi dopo, De Agostini sciolse la società con Reslieri per creare a Roma l’omonimo Istituto Geografico. L’intensa collaborazione con il Touring (che aveva commissionato la Grande Carta d’Italia in scala di 1:250.000) spinse De Agostini a spostare l’attività a Novara nel 1909, vicino al principale committente, mutando ragione sociale in «Istituto Geografico De Agostini». La crisi economica originata dalla Prima Guerra Mondiale costrinse De Agostini a mettere in liquidazione l’azienda, rilevata, nel 1920, da una società in nome collettivo tra Cesare Rossi e Marco Adolfo Boroli, con la ragione sociale Istituto Geografico De Agostini. L’arrivo di Cesare Rossi e Marco Adolfo Boroli rivitalizzò la De Agostini, investendo sul mercato straniero, in particolare sudamericano e grazie alla sostituzione delle vecchie macchine litografiche con un impianto rotocalcografico. L’editrice mantenne buoni rapporti con il regime fascista, sottolineando la convergenza d’interessi con la politica del regime e perseguendo strategie di alleanza con i vertici del partito, com’è dimostrato dalla nomina di Arnaldo Mussolini a presidente onorario dell’istituto. Preponderanti nel catalogo della De Agostini rimasero l’editoria per il turismo e l’arte. La collaborazione con l’Automobile Club torinese diede vita all’Atlante automobilistico tascabile d’Italia (1926) e all’Atlante automobilistico tascabile dell’Europa Centrale e dell’Africa Mediterranea, tradotto in francese, spagnolo, inglese e tedesco. Proseguì anche l’impegno in ambito scolastico e parascolastico, con manuali, carte geografiche, atlanti e con l’«Enciclopedia geografica divertente», raccolta di agili volumetti, corredati di cartine geoturistiche per avviare i ragazzi alla passione e allo studio della geografia. Nel 1945, dopo una lunga trattativa tra la proprietà, il governo e i dipendenti, la società fu affidata a un organo collegiale composto Alessandro Bormani, Adolfo Marco Boroli, Achille Boroli, oltre che da Ferruccio e Carlo, figli di Cesare Rossi, i quali ben presto cedettero le loro quote alla famiglia Boroli.

Nel secondo dopoguerra, venne operata una completa riconversione dello stabilimento in azienda grafica con consistente aumento di capitale e con il rinnovo di macchinari in grado di garantire la stampa in rotocalco e in carta in rotolo, a più colori contemporaneamente e ad una velocità media superiore. Accanto ai settori tradizionali, si delineò un’attenzione verso nuovi settori di mercato con uno sguardo privilegiato alla dimensione divulgativa, preludio della rivoluzione avvenuta un decennio più tardi con l’introduzione della vendita a fascicoli in edicola. Il catalogo si arricchì soprattutto sul versante delle letture dal carattere ameno ed educativo, con varie iniziative rivolte soprattutto ai bambini, dagli «Albi animati» (1948-1951) ai «Cartonati» (1950- 1954, da una rara edizione di Pinocchio (1948), composta in versi ed illustrata da S. Tofano, all’enciclopedia illustrata per ragazzi, «Il mondo». Quando, nel 1961, scomparve il presidente Mario Adolfo Boroli gli succedettero i figli Achille e Adolfo. In questa fase, al tradizionale mercato delle librerie venne affiancata la distribuzione in edicola, che fu in grado di garantire un’immediata liquidità. Si trattò di una felice intuizione capace di rispondere alle esigenze di una più diffusa alfabetizzazione, senza contare la possibilità offerta alle famiglie di acquistare a modiche cifre, dilazionate nel tempo, opere di valore. Pionieristica fu, in questo quadro, l’esperienza dell’enciclopedia geografica «Il milione», 312 fascicoli settimanali raccolti in 15 volumi, ricchi di illustrazioni (del primo fascicolo furono vendute 120 mila copie). Il favore del pubblico indusse i vertici dell’azienda a proporre, con scadenza pressoché annuale, nuove pubblicazioni, come la serie «Tuttitalia», «Universo», un’enciclopedia generale interamente a colori, «La terra», l’«Enciclopedia italiana delle scienze» e la «Grande De Agostini Editore Spa. Storia 3 enciclopedia». Venne avviata, inoltre, la pubblicazione delle «Leggi d’Italia», monumentale raccolta della legislazione vigente ancora in corso. Nel 1971, per fronteggiare il difficile momento economico, furono scorporati il ramo grafico e quello editoriale: il primo, con un migliaio di dipendenti, diede vita all’Istituto Geografico De Agostini Officine Grafiche spa, mentre il secondo, di più ridotte dimensioni (circa 400 persone), fu trasformato nell’Istituto Geografico Casa Editrice spa, entrambi controllati direttamente dall’Istituto Geografico De Agostini spa. Nel 1986 Achille Boroli si dimetteva dalla carica di presidente dell’istituto, sostituito dal fratello Adolfo, coadiuvato, nell’esercizio delle sue funzioni, dai consiglieri delegati Marco Drago e Marco Boroli. Rimase, invece, alla guida della FIDEA, holding capogruppo che, trasformata poi in Finanziaria spa, controllava l’insieme delle numerose società italiane ed estere. Alla guida del gruppo Furono anni segnati da un forte processo di internazionalizzazione, conseguita per mezzo di una fitta rete di rapporti con partners stranieri, oltre che attraverso acquisizioni societarie che determinarono una vera e propria leadership sui mercati europei ed extraeuropei. Si inaugurò così una nuova fase nella vita del Gruppo, culminata, nel 2001, nella trasformazione della Finanziaria De Agostini, diventata De Agostini spa, nella holding operativa e dell’istituto in una delle subholding insieme alle Officine Grafiche, De Agostini Holding e De Agostini International da cui dipendevano Editions Atlas e Planeta-De Agostini. A quasi cento anni dalla fondazione i vertici dell’azienda decisero di rinunciare all’attività tipografica per scommettere sulle risorse della rete: il pacchetto di maggioranza delle Officine Grafiche De Agostini e della Legatoria del Verbano fu ceduto ad Andrea, Giovanni e Alberto Boroli, destinati comunque a rimanere soci del Gruppo. Contemporaneamente l’ingresso in Seat spinse la De Agostini verso l’editoria online con l’acquisizione del motore di ricerca Virgilio e la creazione della Dea Communication, nata proprio per incrementare le attività di editoria digitale. Nel 2004 veniva costituita la De Agostini Scuola spa, esito della fusione tra il polo delle attività scolastiche del gruppo e quello della UTET. Al suo interno confluirono importanti e storici marchi: Petrini, Liviana, Theorema Libri, Valmartina, Garzanti Scuola e Garzanti Linguistica (quest’ultima in licenza esclusiva). Nasceva così la De Agostini Editore. Oggi nel catalogo De Agostini resta prioritario il settore geografico, rinnovato grazie al potente ausilio offerto dall’informatica, e commercializzato soprattutto attraverso le edicole. Significativo è, poi, l’impegno nel campo della manualistica elementare e per la scuola media. Ricca ed eterogenea appare anche l’offerta di carattere parascolastico, rivolta al ciclo primario e secondario inferiore. Vanno infine segnalate le numerose proposte editoriali rivolte ai ragazzi. Nel corso degli anni ’80 furono lanciate in edicola iniziative di vario genere: dalle storie a fumetti (Storia d’Italia, Storia di Roma e Storia dell’Oriente e dei Greci), in collaborazione con la Mondadori, alla collana di divulgazione scientifica «Esplorando il corpo umano». Attualmente la holding capogruppo De Agostini spa, presieduta da Marco Drago, presenta una struttura articolata che opera nel settore finanziario e in quello delle attività industriali: accanto alla De Agostini Invest, impegnata nella gestione di investimenti in partecipazioni e in fondi di Private Equity, figurano, infatti, la già ricordata De Agostini Editore con filiali in Italia e all’estero, la De Agostini Communication, relativa alla produzione e alla distribuzione dei contenuti per i media, la Toro Assicurazioni e la Lottomatica spa che si occupa dei giochi e dei servizi automatizzati per il cittadino.

ISTITUTO GEOGRAFICO de AGOSTINI ITALY NOVARA – La tradizione di idee e uomini del Novarese


mario PAVESI

Cosa c’è di più buono e leggero dei biscottini di Novara? Una ricetta semplicissima fatta di zucchero farina, uova e la storia di un successo con poche possibilità di imitazione.

Quando esattamente siano nati questi dolcetti squisiti non è dato sapere: le prime notizie si hanno attorno al XVI secolo, nei monasteri, dove le suore, fra le poche a poter disporre dei preziosi ingredienti preparavano i biscotti la cui ricetta era segretissima.

Quando nel 1800 Napoleone volle la soppressione dei conventi, le monache trovarono accoglienza fra le famiglie abbienti della città, diffondendo di conseguenza l’usanza di preparare questi dolci.

La Pavesi biscotti S.p.A. compie sessant’anni ma i Pavesini sono nati molto prima. Siamo nel 1937 quando Pavesi inizia la produzione del Biscottino di Novara in un piccolo forno: biscotti friabili, leggeri e dalla forma accattivante. Il passaggio successivo avviene nel 1940, Pavesi trasferisce la produzione in uno stabilimento con 20 dipendenti e cambia nome al prodotto, diventa il Biscottino di Pavesi, e poi Pavesini.

L’idea vincente: trasformare il vecchio biscotto in uno più piccolo e confezionarlo in comode porzioni da portare sempre con sè, uno spuntino da mettere in borsetta o nella cartella dei bambini.

Già nel corso della Seconda Guerra Mondiale, Mario Pavesi studiava le abitudini dell’esercito americano a tavola: preferivano cose che fornissero energia senza appesantire. Il leggero Pavesino – zucchero, uova e farina, con pochissimi grassi – viene alla luce anche grazie a questa intuizione. E’ il 1953, l’Italia sta risorgendo dalle macerie della guerra, ma il fermento per il  boom economico è già nell’ aria.

Nei primi mesi del 1954 Mario Pavesi inizia la grande impresa, apre uno stabilimento industriale in corso Vercelli a Novara e si affaccia al mondo della comunicazione e della promozione del prodotto. L’industriale fornaio ha le idee chiare è già nel 1952 investe 20 milioni di lire per una campagna pubblicitaria dove un Pavesino dotato di braccia e gambe si tuffa in una tazza di caffè-latte. Nel 1958 nasce l’orologio con i Pavesini al posto dei numeri delle ore, con la famosa scritta “E’ sempre l’ora dei Pavesini”.

Chi non ricorda Topo Gigio, testimonial d’eccezione a Carosello che alla fine della sua scenetta raccomandava: “Tenetevi su con i Pavesini”? Una curiosità: negli sketch del Carosello vigeva una regola ferrea, per un minuto e quarantacinque secondi era vietato pronunciare il nome del prodotto reclamizzato, sarà per questo che il motto finale ci rimaneva così impresso? Mario Pavesi non si ferma però ai biscotti, è un grande imprenditore e quando l’Italia inizia appena a costruire le autostrade, a lui salta in mente di realizzare un autogrill.

Il primo Autogrill nasce nell’immediato dopoguerra: la sua è una grandissima intuizione. A quei tempi oltre la metà degli italiani vive ancora in aree rurali e di automobili  se ne conta forse una ogni cento abitanti. E’ a quei tempi che Mario Pavesi, apre un piccolo spaccio di biscotti sulla Milano – Torino, all’altezza del casello di Novara. L’antesignano dei moderni Autogrill è un locale bar con e tavoli e poltroncine e pergolato all’esterno. Una vetrina per i biscotti prodotti nella vicina fabbrica di famiglia. Ma, nel giro di pochi anni, quell’invenzione si trasforma in business milionario, grazie anche alla crescita economica del Paese. Infatti, già negli anni ’50 la guerra sembra ormai cosa lontana. Le fabbriche producono a pieno ritmo, le merci iniziano a girare; il boom è dietro l’angolo e tutti si preparano alla corsa. In giro, sempre più auto e camion,  a cui l’autostrada  fa spazio inaugurando la corsia di sorpasso. Sullo sfondo dei cambiamenti in atto,  l’Autogrill Bar Pavesi sulla Milano Torino si trasforma, includendo un’area ristorante e diventando la prima vera area di ristoro per gli automobilisti in Italia. La metamorfosi è completa: l’Italia ha il suo primo vero e proprio Autogrill, quello che servirà da modello per realizzare tutti gli altri.

Tutta la sua vita professionale è incisa in un bassorilievo che lo ritrae all’ingresso dello stabilimento Pavesi: “Arrivare prima degli altri”. E lui è arrivato prima in molte occasioni, con i Pavesini snack, con gli autogrill, ma anche con i cracker e nel 1967 con il primo biscotto farcito dell’industria dolciaria italiana: i Ringo e come dimenticare i Togo, parola che in dialetto significa straordinario, eccezionale? Un dolce successo piemontese a cui dare quindi il giusto risalto e di cui andare fieri. Mario Pavesi, un personaggio che ha saputo cavalcare l’onda del boom economico con qualità fantasia e innovazione. Insomma, un vero Togo!

GLI INGREDIENTI: Come in ogni prodotto da industria , gli ingredienti non sono dei migliori. Si contengono pochi , quasi nulla , grassi ma troviamo l’uso di zucchero ( sicuramente bianco raffinato ), farina di frumento, uova, agenti lievitanti (carbonato acido d’ammonio, carbonato acido di sodio), zucchero caramellato e aroma vanillina (  ricetta originale )  ; Ogni tanto li mangio anche io , ma alla fine mi son detta – Visto che mi piacciono così tanto , perchè non li riprovo a fare a casa ? – e così è stato.

I Pavesini…facciamoli in casa. Ricetta dei Pavesini

120 g farina biologica-20 g fecola patate o amido mais-60/80 g zucchero di cocco o canna integrale-2 uova agricoltura biologica-semi baccello vaniglia o estratto naturale alla vaniglia-bicarbonato alimentare 1/4 cucchiaino

Per la copertura: zucchero di cocco

Montate le uova con lo zucchero fino quando non diventa un composto chiaro ( se utilizzare lo zucchero di canna integrale o simili , non preoccupatevi del colore ” più scuro )  e spumoso. Aggiungete con una spatola mescolando delicatamente le farine setacciate , l’aroma naturale alla vaniglia , un pizzico di sale , ed un pizzico di bicarbonato alimentare ( serve per una migliore lievitazione del biscotto).

Mettete ora il composto in sacca da pasticceria con bocchetta di un cm circa (se avete quelle usa e getta potete semplicemente tagliare la parte in fondo, senza usare la bocchetta). Formare i biscotti su teglie ricoperte di carta da forno ,  distanziando bene perchè in cottura tendono a crescere ed allargarsi. Quando sono pronti metteteli 5 minuti in freezer oppure 15 minuti in frigo. Nel frattempo accendete il forno a 180°.Spolverizzate con dello zucchero la superficie dei biscotti e infornate per 5 minuti, abbassate a 150° e fate cuocere altri 10/15 minuti o fino quando non diventano di un colore omogeneo e uniforme su tutte le superfici.

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Piero Ginocchi e il CRODINO

L’aperitivo nato da un’acqua che sgorga nella valle Antigorio a Nord di Domodossola

Conosciute sin dai tempi remoti per le sue doti terapeutiche e per la sua purezza, l’acqua minerale di Crodo sgorga dalla viva roccia nei pressi di Crodo, in due distinte sorgenti : La fonte Valle d’oro e la fonte Monte Cistella.

Queste due sorgenti possiedono caratteristiche fisico-chimiche diverse e di conseguenza utili a differenti azioni curative.
Gli effetti clinici dell’acqua di Crodo sono notevoli, e terapeutiche contro le malattie dello stomaco e dell’intestino (Calcoli – Gotta – Gastriti –Enterocoliti –Calcolosi urica – Carenze di calcio).

Se nelle leggende, come sembra, esiste sempre un filo di verità, le virtù terapeutiche delle acque minerali di Crodo cominciarono a manifestarsi al tempo delle Crociate. Si narra infatti che un cavaliere di ritorno da Gerusalemme si era fermato in località Salecchio perché tanto lui che la sua giumenta non erano più in grado di proseguire. Fortuna volle che il cavaliere si era fermato accanto ad una roccia dalla quale sgorgava un getto d’acqua. Grazie a questa circostanza, non soltanto non era morto di sete, ma, aveva ripreso le forze, e con lui la cavalla. Gli abitanti, che avevano assistito al miracolo, da quel giorno cominciarono a servirsene ogni volta che erano afflitti da malanni.
Nella realtà la prima citazione pubblica delle virtù balsamiche delle acque minerali di Crodo la troviamo nel proemio agli Statuti della Valle Antigorio promulgati il 13 gennaio 1513 che, riconfermati da Carlo V di Spagna, vennero pubblicati nel 1684-85 dal pretore Francesco Villegas Y Contardi. Qui nasce il Crodino, l’ analcolico da oltre cinquant’anni più venduto al mondo.

Il Crodino è un Aperitivo Analcolico dal gusto agrumato e un pò amarognolo e dal colore Arancio. La sua storia nasce nel 1964 in Piemonte nella città di Crodo (VB) da cui prende il nome. Il Crodino viene prodotto utilizzando l’acqua della sorgente che sgorga nella valle Antigorio a Nord di Domodossola, unita ad una miscela di svariate erbe, frutta e spezie, ma ancora oggi la sua ricetta rimane segreta. Oggi il Crodino è famoso in tutta Italia e conosciuto in tanti Paesi nel mondo. Solitamente viene consumato liscio, con l’aggiunta di una fetta di arancia, ma per i palati più difficili, da conquistare, basta correggerlo con del prosecco o del Vermouth Dry che rendono un semplice drink un aperitivo stuzzicante e piacevole. Il Crodino è anche usato nella preparazione del cocktail SixteenRum.

Crodino è una bevanda prodotta ancora oggi, con acqua di sorgente. L’unione armonica di ingredienti ricercati e l’acqua di Crodo contribuiscono a fare del prodotto un analcolico di grandissima qualità. L’inconfondibile gusto dolceamaro, dalle forti note aromatiche, è dovuto all’infusione di erbe, spezie, legni e radici di primissima qualità, provenienti da ogni parte del mondo.

La formula

La bottiglietta monodose racchiude in sé sapori e profumi perfettamente miscelati: chiodi di Garofano, semi di Cardamomo, Olio essenziale di Coriandolo, Olio essenziale di Noce Moscata. Questi ed altri ingredienti segreti, una quindicina in tutto, influenzano le note olfattive di Crodino rendendolo unico e inimitabile. Tutti gli ingredienti vengono poi miscelati da mani esperte, secondo l’originale e segretissima ricetta. Da questo processo occorre ancora molto tempo per ottenere il prodotto finito. L’estratto viene lasciato risposare per 6 mesi e poi trasformato nell’analcolico biondo. Il processo produttivo è di tipo artigianale ed è rimasto invariato dal 1964. Il tempo è in realtà il segreto più affascinante della ricetta di Crodino. E’ proprio il riposo infatti ad armonizzare tutti i componenti, permettendo al prodotto finito di acquisire la complessità del corpo aromatico, evidente fin dal primo sorso.

Più che storia, possiamo definire quella del Sixteen Rum una leggenda che ci riporta all’era dei ricevimenti dell’alta borghesia dove un conte di origini Piemontesi era solito servire il Sixteen Rum come dono alle giovani fanciulle che acconsentivano ad appartarsi con lui, rendendole più propense ad accettare le sue Avance. Il Sixteen Rum è un cocktail composto da Crodino, Martini Rosso e Rum, che con il passare del tempo prese piede nei Party e nei ricevimenti più sofisticati, offerto come segno di stima o come augurio. Per molto tempo, il Cocktail Sixteen Rum rimase più o meno all’ombra, fino a quando nel XXI secolo, un Barman sconosciuto riprese la ricetta e la fece conoscere anche tra la gente comune, servendolo soprattutto come aperitivo.

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achille VARZI

La storia di Achille Varzi, il campione galliatese

Varzi era nato a Galliate (NO), l’8 agosto 1904. La sua famiglia: più che benestante, uno zio – Ercole – senatore del Regno, la proprietà di una grande azienda tessile. Lui, fissato con l’eleganza, persino le tute tagliate e cucite da Pozzi, celebre sarto milanese, In realtà la precisione come un segno del carattere. Per vincere, a Varzi, bastavano un decimo di secondo, la sua freddezza, le sue mosse da gatto glaciale. Comincia in moto. Con Nuvolari, subito, di fronte.Un termine di paragone magnifico. Prime gare nel ’22. Il ragazzo fila, rischia, tiene. Campione Italiano Seniores, campione assoluto, con la sua Sunbeam 500, anno 1929, quando Achille già pensava alle auto. Una squadra insieme a Tazio, prima di separarsi di correre contro, per un dualismo strepitoso, Bugatti e Alfa Romeo, la platea divisa, opposta, festante, Enzo Ferrari a fare il palo, a scegliere la merce più pregiata, più adatta. Nuvolari, ovviamente, perfetto per consegnare alla storia una leggenda strepitosa.

Era il 1° luglio del 1948, un sabato. Si stava provando il circuito nel bosco del Bremgarten, classico gran premio di Svizzera.

C’erano tutti i migliori piloti dell’epoca. Non era ancora stato “inventato” il campionato di Formula Uno. Achille Varzi, da Galliate, classe 1904, era appena tornato da una lunga fruttuosa tournée in Sudamerica, aveva vinto alla grande il gran premio di Interlagos, si era piazzato secondo con la sua fantastica “Alfa Romeo 12 C”.
Tournée importante perchè in quei Paesi ricchi di emigrazione italiana aveva incontrato diversi bravi piloti che poi lui avrebbe accolto nella sua villa di Galliate. Uno su tutti, Juan Manuel Fangio.
Quel sabato 1° luglio 1948 al Bremgarten cadeva una pioggia leggera. Achille provava tranquillo cercando di ammorbidire le curve come solo lui sapeva fare.

Provavano con Achille gli amici Trossi e Wimille, gli altri componenti della “squadra magica”.
Una zaffata d’acqua, forse provocata dalla vettura dell’amico Wimille, investiva in pieno la vettura di Varzi che usciva di strada, a bassa velocità, per poi rovesciarsi lentamente fuori dalla pista. Il pilota era imprigionato e veniva raccolto esanime.
Moriva così nel modo più assurdo uno dei piloti più tecnici ed eleganti di ogni tempo, quell’Achille Varzi che aveva debuttato prima nelle moto (vincendo giovanissimo due titoli italiani) e poi era passato alle auto da corsa, irresistibilmente attratto da quelloi sport che faceva già impazzire le folle.
Mitici furono i suoi duelli con il grande Tazio Nuvolari; un antagonismo che durò per tutti gli anni trenta, prima che Achille -stordito da un amore violento- diventasse schiavo della droga e incapace di guidare.
Dopo appropriate cure e dopo il matrimonio durante la guerra con l’amatissima fidanzata, si era ripreso confermandosi il più importante personaggio dell’automobilismo sportivo italiano e contribuendo alla rinascita del suo sport tanto amato.
Sport che gli aveva dato grandi soddisfazioni come i due titoli di campione d’Italia assoluto nel 1930 e 1934, e le 37 vittorie complessive nei pi importanti Gran Premi d’Europa.


giuseppe RAVIZZA

Giuseppe Ravizza nacque a Novara il 10 marzo 1811 e, morì a Livorno il 30 ottobre 1885. Questo novarese, può essere considerato uno dei principali inventori della macchina per scrivere, se non additittura, il vero inventore di un modello meccanico capace di produrre dei caratteri ben delineati e precisi. Di sicuro, secondo alcuni autorevoli pareri,  si può affermate che altri hanno attinto dal Ravizza e, sfruttato per le loro scoperte.

Laureatosi in legge, svolse la professione di avvocato e fu sindaco di Nebbiolo.

Per il Ravizza la macchina per scrivere doveva essere un elemento meccanico da sfruttare con tutte le dieci dita delle mani e, che permettesse all’operatore di imprimere agevolmente sulla carta dei caratteri ben formati, precisi e visibili; egli per risolvere questo problema impiegò ben 19 anni. Il Ravizza, in sostanza, preannunciò il concetto che Camillo Olivetti espresse molti decenni dopo per la sua M1; “”…. non dove costituire un soprammobile carico di elementi decorativi, ma  una macchina da scrivere sobria, capace di riprodurre la scrittura e di facile uso per l’operatore””. Inoltre, è noto,  il pensiero espresso da Camillo in più occasione; infatti: egli rivendicò il ruolo svolto dagli inventori italiani, affermando che la macchina inventata dal Ravizza nel 1855, conteneva gran parte delle innovazioni perfezionate dalla Remington e dalla Underwood; a tale proposito in seguito è riportato parte del suo discorso pronunciato nel 1927 per la commemorazione del Ravizza. A conferma delle sue convinzioni, è noto, che  tentò inutilmente, in più occasioni, di acquisire dagli eredi del Ravizza alcuni modelli del cembalo scrivano.

Il Ravizza iniziò i primi studi di progettazione della macchina per scrivere nel 1835, trasformando parte dell’abitazione in officina e, si avvalse anche dei consigli di Pietro Conti da Cilavegna (PV) (comune nei pressi di NOVARA- anticamento Siravegna – Silavègna in dialetto lomellino) il quale stava lavorando per elaborare un meccanismo capace di produrre una scrittura meccanica.

Nel 1837 iniziò a costruire il primo prototipo del cembalo scrivano, (costruito nel 1846) così chiamato per la forma dei tasti, simili a quelli dello strumento musicale; infatti, utilizzò i tasti di un pianoforte. Il 14 settembre 1855 ottenne il brevetto per la sua macchina a “scrittura invisibile” dall’Ufficio Centrale di Torino (Attestato di privativa industriale- Volume n. 103).

Dal brevetto predetto apprendiamo che la macchina era dotata di 32 tasti quadrati disposti su due file sovrapposte, con le lettere in mezzo e le interpunzioni ai lati . Ogni  tasto comandava uno dei 32 martelletti disposti in cerchio; la fine della riga era segnalata da un campanello avvisatore e,  contemporaneamente si apriva una finestrella che lasciava scorgere la dicitura: “la linea è finita”. L’unico inconveniente era quello della scrittura cieca o invisibile (il dattilografo non vedera contemporaneamente ciò che digitava). Tale inconveniente fu eliminato con il modello costruito nel 1868. Il Ravizza costruì 15 diversi tipi modelli a scrittura cieca e, l’ultimo era con tastiera fissa e spostamento automatico della carta e del carrello. Nel 1856 il modello n. 9 del Cembalo scrivano venne presentato dal Ravizza alla Commissione per l’Esposizione Industriale di Novara, accompagnato da una Memoria del Cembalo scrivano con scrittura meccanica elaborata dallo stesso inventore. L’invenzione, però, passò piuttosto inosservata e non suscitò particolare interesse nei visitatori. In premio il Ravizza ottenne solo una medaglia commemorativa.

Nel 1857 all’Esposizione Industriale di Torino furono presentati tre diversi esemplari di questa strana macchina, ma pochissimi visitatori prestarono attenzione a quel strano aggeggio e, la stessa giuria, che distribuiva con generosità medaglie d’oro e d’argento, concesse al Ravizza soltanto una misera medaglia di bronzo. In quella occasione la macchina    venne posta in vendita al prezzo di 200 lire. Tra i pochi acquirenti si ricorda  la Baronessa Elisabetta Klinkowstrom. Il Ravizza nel 1881 riuscì a realizzare il 16° modello del Cembalo Scrivano a scrittura visibile e, finalmente, si poteva leggere quanto scritto man mano che veniva digitato. Nello stesso anno 1881 ottenne per questo ultimo modello una “onorevole menzione” all’Esposizione di Milano.

La Stampa di Genova, in un articolo del 1855 (raccolta pagina 104 e 105), a firma del poeta Giuseppe Regaldi,  riporta  un articolo intitolato  Invenzioni e Scoperte, nel quale descrive la figura dell’inventore Giuseppe Ravizza, <<……applicò l’animo ad inventare una macchina che agevolasse lo scrivere, sostituendola all’uso faticoso della penna, e riuscì nell’arduo intento. Non ha guari  (pari) in Torino, ad un circolo di colte persone, presentò la sua macchina cui appose il nome di cembalo scrivano e diede in loro presenza alcuni primi saggi degni di essere ammirati>>>…….. segue descrizione della macchina ……..<<.…..ora la storia lo segnerà fra quegli uomini che ai nostri tempi segnalaronsi  nella meccanica giovando la società di trovati nuovi e rilevanti……….>>>

Lo stesso articolo riporta <<dopo la pubblicazione di questa notizia venne rivendicata la priorità dell’invenzione a favore di Celestino Galli di Carrù. che costrusse pel primo questo apparecchio  sino dall’anno 1831>>  La menzionata e vivace polemica di stampa fu disputata tra la Stampa di Genova e la Voce del progresso commerciale di Torino e, nel 1856 se ne occupò anche La Civiltà Cattolica. Della questione nel 1862 se ne interessò Luigi Pacinotti,che dichiarò di aver assistito ai saggi torinesi di un dattilografo d’occasione (Luigi Pacinotti era il padre del grande fisico e poeta Giuseppe Regaldi)

Nessuno dei modelli realizzati dal Ravizza venne prodotto industrialmente per la commercializzazione, perché a quel tempo nessuno riuscì a capire l’importanza dell’invenzione e,  prevederne il roseo e prosperoso futuro sviluppo.

IL CEMBALO SCRIVANO

A ciascun tasto corrispondeva un martelletto e l’insieme dei martelletti era disposto in cerchio in quella che era la prima cesta delle leve.La macchina era composta da circa 600 pezzi in legno da circa 100 pezzi in ottone; era piuttosto pesante e poco maneggevole. Era composta da una tastiera orizzontale, un telaio a portafoglio mobile, un nastro inchiostratore (fino a quel momento era stato utilizzato un tampone per inchiostrare i tasti di scrittura), un dispositivo per fissare l’interlinea, e da un campanello indicatore di fine riga.Prima del Ravizza erano note semplicemente le macchine scriventi per i non vedenti: come quella del romano Rampazzetto e quella del genovese Cereseto.- Ad onore del vero, prima del Ravizza, ci furono alcuni  tentativi di costruire una macchina per scrivere, però, nessun dei modelli progettati era dotato di praticità da far presupporre un pratico futuro sviluppo.Le lodi più autorevoli del cembalo scrivano le fece l’Ing. Camillo Olivetti commemorando Ravizza nel 1927, affermando che “il congegno cinematico per cui il movimento del dito del dattilografo va a ciascun martelletto secondo un cerchio dal cui centro vengono portati a battere i caratteri è identico praticamente a quello della macchina costruita industrialmente nel 1873 dalla casa Remington e brevettata negli Stati Uniti dallo Sholes nel 1878”.

Nel cembalo scrivano vi era solo l’inconveniente dell’invisibilità della scrittura, in quanto il foglio rimaneva coperto e sfuggiva al controllo immediato del dattilografo. A questo difetto pose rimedio il Ravizza stesso con un nuovo modello costruito nel 1868, che gli valse una menzione onorevole all’Esposizione di Milano del 1881.L’invenzione non fu sviluppata sia perchè il Ravizza non era un uomo d’affari, e  sia perchè in Italia era diffusa quella mentalità anti-industriale, giustamente lamentata da Camillo Olivetti: “il fatto dolorosissimo che le industrie tardarono a svilupparsi nel nostro Paese e che molti frutti del genio inventivo italiano furono ignorati e andarono perduti” Infatti, il modello non fu prodotto industrialmente perché nessuno riuscì a capire l’importanza dell’invenzione e prevederne uno sviluppo futuro.

Da una notizia de: LA STAMPA:

Carlo Fantoni di Genova era il rappresentante per l’Italia della Remington, il quale ritenendo che  il Cembalo scrivano fosse superiore alla Remington, con corrispondenza del 10 e 17 giugno del 1882 “si dichiara pronto a comprare la  macchina e procurarne lo smercio invece di quella Remington”” e, “assicura che non mancherebbero fondi (per metterla in commercio).   Tra il 12 novembre 1882 e il 1883 intercorse una trattativa tra il Ravizza e il Fantoni che non portò ad alcun risultato. Infine nel 1840 con l’intermediazione del Caracciolo (genero) “fatta l’intesa di stare in società fino a Lire 1.000 col compenso del terzo del guadagno”.

 Lo stesso articolo riporta: 1884 -“Ravizza moriva e del cembalo scrivano non si sarebbe più parlato fino agli albori del XX secolo”. Tale dettaglio è in contrasto con le notizie che ci riportano che la morte del Ravizza avvenne in Livorno il 30 ottobre 1885.


alfonso PEROTTI

Non a tutti questo nome dice qualcosa invece, Alfonso Perotti, purtroppo per lui, si trovò in un angolo di storia che, dopo oltre 100 anni ancora ricordiamo ed è vivo nella nostra memoria.Sarebbe morto da eroe, forse per lasciare il proprio posto sulla scialuppa di salvataggio a una donna, Alfonso Perotti, il ventenne cameriere borgomanerese scomparso nel naufragio del Titanic affondato al largo di Terranova nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912.

Il suo corpo non venne mai recuperato e di lui è rimasta solo una fotografia sulla tomba di famiglia al cimitero della Sorga. Alfonso era nato a Borgomanero il 15 agosto 1891. A vent’anni, come molti altri suoi connazionali, era partito per l’Inghilterra in cerca di fortuna. A casa aveva lasciato la mamma Emilia Del Piombo, vedova del sarto Giuseppe e i due fratelli minori, Giuseppe e Luigi. A Londra aveva conosciuto Luigi Gatti, un maestro d’albergo che lo aveva ingaggiato assieme ad altri ventidue giovani italiani come cameriere sul Titanic per il viaggio inaugurale di quella che all’epoca era stata definita “la nave più bella e più sicura al mondo”. Il 6 aprile 1912, prima di imbarcarsi dal porto di Southampton, spedì a casa una cartolina.

“Cara mamma e fratelli, sono stato qui per due giorni così da potermi imbarcare sulla nave per andare in America. Sarò di ritorno alla fine del mese. Quando mi scriverete, inviate a questo indirizzo: Bowling Green Italian House, Southampton. Io sto bene. Ciao, ciao”. A casa purtroppo però non fece più ritorno. La cartolina è gelosamente conservata dalla nipote Emilia che abita a Borgomanero come le cugine Carmen e Renata. Le tre donne qualche tempo fa sono state intervistate da una troupe televisiva della Bbc, che alla tragedia del Titanic dedicherà un documentario che andrà in onda sabato 14, il giorno del naufragio. Nonostante sia passato un secolo, la storia di Alfonso Perotti , emigrato per aiutare la mamma e i due fratellini, fa ancora commuovere. «Noi -dicono con gli occhi lucidi dalla commozione le nipoti dello sfortunato cameriere – sabato lo ricorderemo con una preghiera e porteremo sulla tomba un cero e un mazzo di fiori». Nelle foto, Alfonso Perotti e la cartolina che il giovane borgomanerese mandò alla mamma e ai fratelli poco prima di imbarcarsi sul Titanic.

Così appare nell’elenco ufficiale stilato dagli addetto alle ricerche:

Nome : Sig. Alfonso Perotti

Titanic vittima

Nato : Sabato 15 agosto 1891

Età : 20 anni 8 mesi e 0 giorni (Uomo)

Stato civile : Single

Ultima residenza : a 2 Danimarca Place, Charing Cross RoadLondon London Inghilterra

Professione : Assistente Cameriere

Ristorante personale

Prima imbarcato : Southampton

È morto nel disastro del Titanic ( 15 Aprile 1912 ) .

Corpo non recuperato.


ugo PAVESI

Chi si occupa di storia e ne analizza gli eventi, ha modo di osservare che talune persone, più di altre, hanno contribuito a determinarli, lasciando tracce incancellabili del loro operato. Nel campo di cui ci occupiamo, una di queste persone fu senza dubbio l’ingegnere Ugo Pavesi. Per il suo eclettismo, per la sua intelligenza vivace, per il suo genio creativo che per circa vent’anni lo hanno posto ai vertici della progettazione meccanico/motoristica, Pavesi può essere considerato a buon diritto uno dei più grandi ingegneri italiani del ventesimo secolo.
La famiglia Pavesi era di origini lombarde e fu solo un caso che Ugo nascesse a Novara il 17 luglio 1886. Il padre Romeo era un funzionario del Regno ed era stato trasferito in quella città per svolgere il suo servizio di Revisore alla Corte dei Conti. La madre Maria era invece di origini sarde ed apparteneva ad una famiglia di noti e stimati professionisti, i Princivalle.
L’infanzia e l’adolescenza trascorsero quindi in un ambiente culturalmente elevato e il piccolo Ugo, superati brillantemente gli studi primari, si iscrisse e si diplomò al liceo scientifico di quella città. Anche se ancora giovanissimo, egli aveva le idee ben precise circa quello che avrebbe dovuto fare nella vita e, mosso da una passione oltremodo travolgente per la meccanica, si iscrisse al corso di laurea in Ingegneria, specializzazione meccanica, appunto, presso il Politecnico di Torino. Conseguita la laurea a soli ventitré anni, nel 1909, il suo primo impiego fu presso l’Azienda meccanica di Giovanni Enrico.Ma durò poco. Il suo spirito libero e la voglia di dar corpo ai progetti nel frattempo elaborati, lo portarono alla convinzione che solo un’azienda che fosse soltanto sua avrebbe permesso che ciò si verifìcasse. Si mise quindi alla ricerca di finanziatori e li cercò, ovviamente, tra gli Istituti di Credito e le banche private.
La giovane età, tuttavia, rappresentava un ostacolo insuperabile alla realizzazione del progetto in quanto nessuno degli enti interpellati era disposto a concedergli la fiducia necessaria. Per questo motivo egli doveva trovare un socio, una persona che disponesse della serietà e della professionalità necessarie per superare le diffidenze di possibili finanziatori.
Questa persona fu Giulio Tolotti, ingegnere pure lui, con buone disponibilità finanziarie e di qualche anno più vecchio. Diventarono amici e insieme trovarono l’appoggio finanziario del Banco Natali di Roma che consentì, nel 1910, la nascita della società anonima «La Moto Aratrice Brevetti Ingg. Pavesi & Tolotti». La sede sociale fu posta a Roma, in quanto il Banco si riservò la maggioranza delle azioni, e l’officina a Milano, città già attivamente industriale al contrario di Torino che stava solo allora muovendo i primi passi in questa direzione, grazie soprattutto alla presenza della Fiat. Gli impianti di produzione furono posti nella campagna della Gamboloita, un rione situato nella parte sud della metropoli lombarda da dove diparte la via Emilia, al civico 18 di via Oglio. Il capitale sociale fu fissato in 500.000 lire suddiviso in azioni da 500 lire.Tolotti divenne il Direttore tecnico dell’azienda, mentre Pavesi mantenne per sé la funzione di progettista e di amministratore delegato. D’ora in poi, le vicende personali di Pavesi coincideranno con quelle delle sue macchine e le difficoltà incontrate dalle seconde nell’affermarsi, saranno anche le difficoltà affrontate dal loro progettista. La guerra, con le sue ingenti possibilità rappresentate dalle commesse militari, talvolta ottenute a prezzi fuori mercato, fu l’occasione per una definitiva affermazione della Moto Aratrice. C’è da dire, a tale proposito, che il rapporto di Pavesi con i vertici dell’esercito fu sempre improntato alla massima professionalità e non c’è traccia nella sua vita di relazioni particolari con personalità di spicco dell’esercito e della politica. L’impegno di collaborazione con l’esercito andò tuttavia anche oltre il dovere, se si considera che egli impiegò ogni sua risorsa intellettuale per il perfezionamento delle macchine e per lo sviluppo di nuovi progetti che potessero essere utili ai soldati in guerra. Il compenso di tale impegno fu una lettera di encomio inviata dal Maresciallo Diaz all’ing. Pavesi al termine delle ostilità.
La nascita della nuova P4, nel 1918, stimolò l’interesse dell’Ansaldo che già esplicava, attraverso la Società Agricola Italiana, un programma di produzione di macchine agricole.Per la verifica delle possibilità di acquisizione del pacchetto di maggioranza della Moto Aratrice, fu inviata a Milano una commissione che visitò gli stabilimenti della Gamboloita e stilò una relazione nella quale si legge, tra l’altro: “Premesso che l’affare sia da considerarsi soltanto al fine di assicurarci la personalità dell’ing. Pavesi, che è effettivamente l’animatore dell’azienda e l’ideatore delle macchine, riteniamo che sia il caso di…”. Bella soddisfazione per l’ingegnere! L’affare non andò a buon fine e la società anonima fu rifondata prendendo ora il nome di «La Motomeccanica Brevetti Ing. Pavesi» alla cui Direzione Generale fu posto il dott. Mazzaggio.
Trascorsero un paio d’anni e Pavesi, già trentacinquenne, pensò fosse giunto il momento di portare a compimento un altro progetto, il più importante; quello di creare una famiglia. Il 21 aprile 1921 si unì in matrimonio con Maria Ramognino che nel 1922 gli diede il primo figlio, Franco, e due anni dopo la figlia Elena.Gli studi di Pavesi per la realizzazione di nuove macchine continuarono senza soluzione di continuità per tutti gli anni Venti e molto del suo tempo venne speso per le prove dei prototipi sia in Italia che all’estero. Collaudatore ufficiale della Motomeccanica nelle prove dimostrative e nei concorsi fu, fin dal 1923, il meccanico Stocco il quale era talmente affezionato alle macchine da non lasciarle nemmeno di notte. Dormiva “sul campo”, diremmo oggi, per timore di sabotaggi da parte di concorrenti sleali. Ma Pavesi non era da meno, anche se non arrivava a tanto. Non chiamava mai infatti le macchinecon il loro nome tecnico, ma molto più affettuosamente “il mio trattore, la mia trattrice”, ad indicare come quegli oggetti fossero frutto esclusivo del proprio lavoro. Ma, come si vedrà più avanti, non furono solo trattori e trattrici agricole. Già nel 1915 la sua visione poliedrica della progettazione meccanica aveva prodotto i rimorchi a volta corretta che grande peso ebbero nella logistica dell’esercito in guerra. A metà degli anni Venti erano nati altri rimorchi per il trasporto delle munizioni e dei serventi che dovevano seguire il trattore e il progetto di una piattaforma ruotata per il trasporto del cannone da 75 CK (Commissione Krupp). Le prove del concorso per il trattore d’artiglieria del 1923 e la vittoria ottenuta con il P4, cambiarono di poco la vita in famiglia che continuava con i ritmi consueti, rievocati dal figlio Franco, ingegnere anche lui, con tenera commozione. Egli ricorda il ritorno a casa del padre, la sera, e le piccole liti con la sorella per giocare sulle sue ginocchia a testimonianza della disponibilità che l’ingegnere aveva per gli affetti familiari. La vittoria al concorso, tuttavia, una svolta la diede alla famiglia Pavesi; il trasferimento a Torino per l’avvio della produzione e la consulenza per la costruzione del trattore P4 da parte della Fiat-SPA che nel frattempo aveva acquisito la licenza su richiesta del Ministero della Guerra. 


Dal 1928 al 1932, Pavesi ebbe l’ufficio in via Arcivescovado 7 a Torino e in quest’ufficio nacquero nuovi progetti, non ultimo quello del trattore a ruote “Ballila” tipo 1°, che vide la luce nel 1931 e che fu, all’epoca, il più piccolo trattore del mondo con i suoi 850 kg di peso e i suoi 10 HP di potenza.
Sono di questo periodo anche le prove di scasso e di aratura profonda effettuate con la trattrice agricola P4M. Alle prove sovente assisteva qualche membro della famiglia reale o lo stesso Mussolini, il quale addirittura si cimentava nella guida amando farsi immortalare in tale impegno. Nonostante queste frequentazioni divenute quasi amichevoli, con il Duce e con il fascismo Pavesi ebbe rapporti improntati al puro aspetto formale non risultando che egli sia stato un sostenitore convinto o un detrattore del regime. Di conseguenza, non cercò mai vantaggi personali in tale direzione.Tra le realizzazioni più interessanti di questo periodo, quella della vettura ad otto ruote raggruppate in quattro carrelli da due. Secondo Pavesi, il sistema migliore di spostamento degli automezzi era quello su ruote e per questo era solito dire che le sue creazioni avevano un solo nemico: il cingolo. Questa convinzione lo portò a cimentarsi in un progetto, realizzato allo stadio di prototipo e di cui si parla nel testo, di un trattore a quattro carrelli di cingoli. Si può tuttavia considerare questa realizzazione come puro studio accademico in quanto le macchine di Pavesi funzionavano perfettamente così come erano state concepite e realizzate. Sicuramente non accademica fu la costruzione, nel 1933, del trattore a cingoli “Ballila” tipo 2°, del peso di 1400 kg e di 15 HP di potenza, particolarmente indicato per l’uso sui campi di aviazione per lo spostamento dei velivoli. Questo trattore fu prodotto anche in una versione completamente carrozzata, con parafanghi coprenti metà del treno di rotolamento e fanali integrati nella carrozzeria. Segno distintivo di tutta la serie fu l’applicazione, sopra il radiatore, di una piccola scultura raffigurante il Ballila nell’atto di scagliare la pietra. Un chiaro richiamo alla storia, ma anche un riferimento vincolato al presente.
Il ritorno a Milano nel 1932 segnò l’ultima svolta nella vita di Pavesi. Nel suo ufficio di via Palestre, egli seguiva da vicino le vicende del suo trattore e delle altre sue macchine ormai conosciute in mezzo mondo. Era famoso, ma non se ne preoccupava più di tanto, preferendo dedicare il proprio tempo alla sperimentazione e alla progettazione. Nacque in questo periodo il progetto di un cambio automatico per automobili realizzato per una vettura media della Fiat e il progetto per un variatore idraulico idrostatico. Ma i tempi erano prematuri e i progetti rimasero nel cassetto, anche perché egli non ebbe il tempo di tradurli in realtà.Essi rimasero lì, eredità da sfruttare, fino al 1948/49, quando il figlio Franco riprese lo studio del cambio automatico che montò, con qualche lieve modifica, su una Ballila spyder a tré marce. La macchina fu presentata a Parigi a tutte le case automobilistiche francesi dell’epoca (Peugeot, Renault, Citroen, Panhard) che lo giudicarono assai interessante ma poco rispondente alla richiesta degli automobilisti che amavano smanettare sul cambio piuttosto che sfruttare l’azione rilassante degli automatismi molto in voga negli USA. Pure il secondo progetto fu ripreso e trasformato in un variatore di velocità che diede buona prova.
Il 13 luglio 1935, all’età di soli quarantanove anni, l’ing. Ugo Pavesi morì, quasi all’improvviso, per una malattia non accertata ma che si sospetta fosse meningite fulminante.


umberto ORSINI

Nato a Novara il 2 aprile 1934. Attore
Tra i più completi esponenti artistici italiani. La sua attività si concentra soprattutto sul teatro e il cinema. Con qualche incursione in televisione.
Dopo aver studiato legge ed essersi fatto le ossa all’Accademia d’Arte Drammatica a Roma fa il suo debutto in palcoscenico nel 1957. Nella compagnia De Lullo-Falk-Guarnieri. Innumerevoli le sue performance teatrali. Da Gli esseri irrazionali stanno scomparendo al più recente Morte di un commesso viaggiatore. È anche direttore artistico del Teatro dell’Opera di Roma.

Nutrita anche la filmografia. Dopo il debutto nel cinema con Federico Fellini (La dolce vita, 1959), si afferma cinematograficamente con Luchino Viscontiche lo dirige nel 1969 in La caduta degli Dei, con cui si aggiudica il Nastro d’argento come migliore attore non protagonista, e nel 1972 in Ludwig.

Lavora successivamente con Luigi Magni (La Tosca, 1973), Florestano Vancini (Il delitto Matteotti, 1973), Liliana Cavani (Al di là del bene e del male, 1977), Mino Bellei (Bionda fragola 1980), Marco Tullio Giordana (Pasolini, un delitto italiano,1995), Sergio Rubini (Il viaggio della sposa, 1997), Guido Chiesa (Il partigiano Johnny, 2000, tratto dal romanzo di Beppe Fenoglio).

Ha recitato spesso in produzioni straniere e segnatamente francesi, tra l’altro con Pierre Granier-Deferre, Jacques Deray eClaude Sautet.

Nel 2008 ha ricevuto una seconda candidatura ai Nastri d’argento per la sua interpretazione in Il mattino ha l’oro in bocca.


sergio TACCHINI

Sergio Tacchini (Novara, 2 settembre 1938) è un ex tennista, imprenditore e stilista italiano.

È considerato, nel mondo del tennis, un innovatore poiché, anche come imprenditore, ha dato impulso all’introduzione dei colori nell’abbigliamento tennistico, mondo dominato negli anni sessanta dal bianco.

La sua storia da tennista: Sergio Tacchini si accosta al tennis nel 1955 a 17 anni; solo 5 anni dopo, nel 1960, si fregia del titolo di campione d’Italia sconfiggendo Nicola Pietrangeli.
Esordisce nel 1959 in Coppa Davis, competizione alla quale partecipa anche nel 1960, 1964, 1967 e 1968.

La sua storia da imprenditore: L’attività imprenditoriale inizia nel 1966 con la creazione di Sandys S.p.A. che diventerà poi Sergio Tacchini S.p.A.. Il marchio nato inizialmente per il tennis estende le sue attività ad altri settori sportivi ed al tempo libero.

Il 1º dicembre 2000 diventa presidente dell’Olimpia, società di basket di Milano, carica che mantiene fino al luglio 2002 quando cede la proprietà della squadra.

In seguito ad un periodo di crisi, il 4 giugno 2007 entra ufficialmente nel gruppo Tacchini H4T (Hembly for Tacchini), società cinese controllata da Billy Ngok, presidente di Hembly International Holdings. Attualmente l’azienda si chiama Sergio Tacchini International ed è di proprietà di Billy Ngok. Dopo anni di assenza nel circuito tennistico internazionale, nel 2013 ha ripreso a vestire il tennis mondiale sponsorizzando alcuni giocatori tra i quali Tommy Robredo. Sponsorizza il Monte-Carlo Rolex Masters e gli atleti delle Federazioni tennis serba e monegasca. È attiva anche nella progettazione e realizzazione di calzature tecniche classiche per il tennis non competitivo e per il tempo libero.

Cavaliere di Lavoro.

Nel periodo a cavallo degli anni ’60 e fino al 1966 ha essenzialmente svolto attività sportiva rappresentando l’Italia nella squadra nazionale di Coppa Davis per sette anni consecutivi. Nello stesso periodo ha ottenuto per tre volte il titolo di Campione Italiano di Tennis. Dopo aver interrotto l’attività sportiva ha iniziato l’attività imprenditoriale che si è progressivamente sviluppata nel corso degli anni fino a raggiungere un fatturato aggregato di Gruppo nel 1992 di circa 220 miliardi, con poco meno di 450 addetti fra Italia ed estero. L’attività del Gruppo si è, in quest’ultimo decennio, particolarmente sviluppata a livello internazionale anche in seguito agli importanti investimenti che sono stati fatti promuovendo, oltre al marchio della società, l’immagine ed il nome di vari campioni dello sport, legati in modo particolare al settore produttivo della società quali il tennis, lo sci ed il golf. Fra le varie cariche che ricopre, è membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Italiana Industriali Abbigliamento, Presidente dell’International Lawn Tennis Club d’Italia, nonché socio del Rotary Club e del Panathlon.

Grandi sportivi sponsorizzati:

  • Automobilismo: Ayrton Senna
  • Golf: Ian Woosnam, Costantino Rocca
  • Sci: Marc Girardelli, Pirmin Zurbriggen
  • Tennis: Jimmy Connors, Ilie Năstase, Vitas Gerulaitis, John McEnroe, Pete Sampras, Novak Đoković, Sergi Bruguera, Goran Ivanišević, Filippo Volandri, Flavia Pennetta, Silvia Farina, Roberta Vinci, Sara Errani, Xavier Malisse, Steve Darcis, Tommy Robredo, Olivier Rochus, Martina Hingis, Mats Wilander, Pat Cash.
  • Vela: Karine Fauconnier, +39 Challenge alla XXXII America’s Cup.

     giovanni ALESSI

L’azienda Alessi è stata fondata da Giovanni Alessi nel 1921 a Omegna, paese sul lago d’Orta nelle prealpi novaresi. Giovanni era un abile tornitore di metalli, ultimo di una lunga generazione di artigiani della vicina Valle Strona. Durante gli anni venti e trenta nella sua officina si creavano artigianalmente oggetti per la tavola e la casa realizzati con grande cura esecutiva in rame, ottone e alpacca che venivano poi nichelati, cromati e argentati. Molti tra gli innumerevoli oggetti prodotti in questo primo periodo (come il servizio da tè e da caffè in alpacca argentata del 1921, il reggifiasco in ottone nichelato del 1926 o il vassoio per formaggi in alpacca lucida e vetro opalino del 1929) sono entrati a far parte della memoria collettiva e del passato di generazioni di italiani. Il design, nel significato che si dà oggi a questo termine, fa la sua comparsa alla fine degli anni trenta con il primogenito di Giovanni, Carlo. Carlo si era formato come disegnatore industriale a Novara. A lui si devono la maggior parte degli oggetti entrati in catalogo tra la metà di quel decennio e il 1945, anno di presentazione del suo ultimo progetto: il servizio da tè e caffè “Bombé”, uno degli archetipi della prima epoca del design italiano. Con gli anni cinquanta diventa direttore generale, e insieme al fratello Ettore comincia ad aprire l’azienda alla collaborazione con designer esterni tra cui Carlo Mazzeri, Luigi Massoni e Anselmo Vitale, autori di alcuni progetti di grande successo ancora in catalogo (come il cocktail shaker “870” del 1957). Nel 1970 Carlo inserisce in azienda il figlio maggiore Alberto, al quale delega progressivamente la responsabilità per il design management, e poi favorisce via via l’inserimento degli altri giovani della famiglia: gli altri due figli Michele e Alessio e il nipote Stefano, una iniezione di creatività e di freschezza che ha permesso alla Alessi di sviluppare quella politica di design excellence che l’ha resa un elemento di punta del fenomeno delle Fabbriche del Design Italiano a livello internazionale.

Negli anni 2000 Matteo, figlio di Michele, è stato il primo Alessi della quarta generazione che ha iniziato a lavorare nell’azienda. Nel 2008 si è aggiunta la sorella Chiara. Giovanni jr., figlio del terzogenito di Carlo, Alessio, ha intrapreso la carriera di designer. Alberto Alessi è stato nominato presidente dell’azienda alla morte del padre Carlo, avvenuta nel luglio del 2009. Nel 1998 è stato inaugurato il Museo Alessi con lo scopo di rafforzare le attività di metaprogetto e di politica del prodotto e di relazionarsi in modo più diretto e competente con le altre strutture museali. Progettato da Alessandro Mendini, è affidato alla curatrice Francesca Appiani. Il Museo Alessi è membro di Museimpresa, l’associazione italiana dei musei e degli archivi di impresa. Una delle caratteristiche peculiari della Alessi oggi è la capacità di conciliare le esigenze (operative e oggettive) tipiche di una industria con la tendenza (intellettuale e spirituale) a considerarsi più un “laboratorio di ricerca nel campo delle arti applicate” che non una industria in senso canonico. Da qui deriva la sua instancabile attività di ricerca e sperimentazione che l’ha portata, a partire dagli anni ’80, ad aprirsi anche a nuovi materiali e a nuove tecnologie: legno, porcellana e ceramica, plastica, vetro e cristallo, elettricità e elettronica.


tanzio da VARALLO

Antonio d’Enrico, detto Tanzio da Varallo, o semplicemente il Tanzio (Alagna Valsesia, 1582 circa – Varallo (?), 1633), è stato un pittore italiano, tra i migliori interpreti di quel fervore di rinnovamento artistico che, in Piemonte e in Lombardia, si espresse, in modi diversi, sulla scia del lascito di spiritualità di San Carlo Borromeo e dell’Arte della Controriforma.

Già più volte segnalata da Roberto Longhi, la sua produzione artistica uscì dal modesto interesse riservatole sino ad allora dagli storici dell’arte, per merito di Giovanni Testori che, con l’esposizione torinese del 1959-60, contribuì in modo decisivo ad affermare la statura artistica del pittore di Alagna.

Nacque a Casa Giacomolo, frazione di Alagna, in Valsesia, da una famiglia di maestri costruttori e di scultori, i D’Enricis, antica famiglia alagnese (Heinrichs). Dal nome di suo padre Giovanni (“Anz”, nel dialetto tedesco parlato ad Alagna) deriverebbe la deformazione patronimica (“d’Anz”, ovvero “figlio di Giovanni”) che, italializzandosi, porterebbe al soprannome “Tanzio”, con il quale egli fu da tutti chiamato dopo il suo trasferimento a Varallo.

Giovanni era anche il nome di uno dei fratelli della numerosa famiglia: si tratta di quel Giovanni d’Enrico, architetto e scultore, che nel 1586 incominciò a operare nel grande cantiere del Sacro Monte di Varallo e che fu poi, per circa quarant’anni artista di fiducia della fabbriceria del Monte e protagonista assoluto nella realizzazione degli apparati statuari.

L’apprendistato di Tanzio avvenne, con ogni probabilità, sotto l’attenzione di Giovanni, fratello più anziano di lui, e si può pensare che essa si sia svolta – com’era tradizione in Valsesia – nel campo della scultura prima che in quello della pittura. Le fonti documentali nulla ci dicono a proposito dell’apprendistato e dei pittorici esordi valsesiani di Tanzio, lasciando le porte aperte a diverse congetture. Un dato certo è invece relativo al fatto che nel 1600 Tanzio, assieme all’altro fratello Melchiorre, partì alla volta di Roma. Una lettera di patronaggio del prorettore della Valsesia ne attesta il proposito di recarsi pellegrini al giubileo indetto da papa Clemente VIII e di vivere con i proventi della loro attività di pittori. A Roma avvenne – esperienza che lo accomuna a un po’ tutti i pittori che a quella data giungevano nella città pontificia – la sua “folgorazione” per il nuovo linguaggio adottato dal Caravaggio, che era in quegli anni inquieto protagonista della scena artistica romana.

Il periodo di sua permanenza lontano dalla Valsesia durò verosimilmente sino al 1615, mentre il fratello Melchiorre vi fece ritorno assai prima. Pochissime sono le opere assegnate dagli storici dell’arte al suo catalogo datate in questi quindici anni trascorsi prima a Roma, poi a Napoli e in terra di Abruzzo.

Nel febbraio del 1627 la reputazione guadagnata dal D’Enrico sembrò destinata a portarlo verso traguardi di maggior prestigio. Siglò in quella data il contratto per gli affreschi della cappella dell’Angelo Custode nella basilica di San Gaudenzio a Novara, con la prospettiva di realizzarvi poi la grande tela, Sennacherib sconfitto dall’Angelo, che doveva porsi dirimpetto a quella, altrettanto grande, dipinta dal Morazzone con le scene del Giudizio Universale. Poco dopo arrivarono anche le commesse nella città di Milano (affreschi delle chiese di Sant’Antonio e di Santa Maria della Pace). Ma quelli non furono, per Tanzio, anni in cui egli poté compiacersi della notorietà raggiunta. Nel 1630 si abbatté infatti sul Nord d’Italia la tragedia della peste (quella narrata dal Manzoni): sin dal 1628 se ne erano colte le avvisaglie.

Il flagello del morbo portava la gente ad interrogarsi sulle ragioni della tragedia, ritenuta un castigo divino, e poneva la urgenza – come ai tempi di san Carlo Borromeo rievocati dalla pala di Domodossola – della intercezione salvifica delle sante reliquie e dei santi protettori.

Tanzio dovette meditare a lungo sulla spiritualità borromea. È di quegli anni la tela con San Carlo che porta in processione il santo Chiodo, nella parrocchiale di Cellio, densa di notturni bagliori di tragedia in mezzo ai quali risalta la spettrale fissità dei volti dei santi.

L’incubo e lo sgomento della peste costituiscono visibilmente la cifra del telero con Sennacherib sconfitto dall’Angelo che egli, come si è detto, dipinse a Novara alla fine del 1629, a completamento dei lavori nella basilica di San Gaudenzio. L’irruzione, in un cielo greve di angoscia, dell’Angelo Vendicatore affinché si compiano le parole di Isaia sullo sterminio dell’esercito assiro, diventa una scoperta immagine del flagello della peste. Tanzio ebbe poco tempo, passato il flagello della peste, per assaporare il lento ritorno alla normalità. Il tempo per dipingere qualche nuova tela (ricordiamo il San Rocco di Camasco (1631), una sorta di “ex voto” per il buon esito della implorazione rivolta dalla comunità del paese al santo taumaturgo a protezione della peste), e il tempo per iniziare gli affreschi nella collegiata di Borgosesia (1632).

 

alessandro ANTONELLI

giuseppe TOSI

renato BIALETTI

gaspare CAMPARI

giovanni de AGOSTINI

mario PAVESI

pietro GINOCCHI e il CRODINO

achille VARZI

giuseppe RAVIZZA

alfonso PEROTTI

ugo PAVESI

umberto ORSINI

sergio TACCHINI

giovanni ALESSI

tanzio da VARALLO

 

 

firma-cella