1050 anni di MONFERRATO

Sono trascorsi mille e cinquant’anni dalla nascita del Monferrato. Era il 967 quando il marchese Aleramo lo istituì con diploma imperiale oggi custodito all’archivio di Stato di Torino. Una ricorrenza che cadrà nel 2017 e che la Camera di Commercio di Asti si propone di onorare con un calendario di eventi, in via di definizione.

CARTA DEL MONFERRATO

CARTA DEL MONFERRATO

l «Mon-frà»

In realtà del territorio che i discendenti di una delle più importanti famiglie marchionali del Medioevo governeranno fino al 1305 (dorsale collinare Torino-Casale Monferrato a Nord, Appennino ligure al Sud e ai fianchi Langa e Alessandrino) non è certo neppure l’etimo, dei tre supposti. Il preferito, guarda caso, è «Mon – frà», ossia il “mattone ferrato” usato per ferrare il destriero nella leggendaria cavalcata.

LA LEGGENDA DEL NOME “MONFERRATO”. Merita qui proporre una sintesi di una nota leggenda di cui fa cenno anche il Carducci nel suo saggio “Gli Aleramici”. Si narra che Aleramo sarebbe figlio di una coppia di nobili Sassoni che, per adempiere un voto si recavano pellegrini a Roma. Giunti a Sezzadio nacque loro figlio che lasciarono in custodia ad una famiglia del luogo, per proseguire il viaggio. Non tornarono mai più. Aleramo crebbe e partecipò con l’Imperatore Ottone I ad una campagna condotta contro alcune città lombarde. Alasia figlia di Ottone si innamorò di lui e insieme fuggirono verso l’Appennino Ligure. Qui prese nome dalla bella principessa la città di Alassio come illustrato anche da una serie di maioliche che l’Amministrazione Comunale ha collocato sul famoso “muretto di Alassio”. Tornati alla corte imperiale e perdonati grazie all’intervento del Vescovo di Albenga, ottennero la promessa di una Marca grande come tutto il territorio che Aleramo fosse riuscito a circoscrivere in tre giorni di cavalcata. Riuscì nell’impresa di percorrere tutto il territorio tra il Po ed il mare che era stato testimone della sua infanzia. Ancora il Carducci ci racconta che Aleramo non trovando strumenti adatti a ferrare il cavallo per il viaggio, adoperò un mattone che nel volgare locale si diceva mun e così il cavallo fu ferrato frrha da cui il nome Monferrato. Oltre alla citata leggenda, alcuni storici attribuiscono l’origine del nome alla città di Aysemberg in Sassonia dalla quale sarebbero venuti gli Aleramici e Il cui nome, tradotto in italiano, significa “Monte di ferro”. Secondo Galeotto del Carretto nelle sue “Cronache del Monferrato”(1493), l’etimologia sarebbe suffragata dagli stemmi e le armi dei conti di Aysemberg dove domina il rosso ed il bianco come in quelli degli Aleramici. Altri fanno risalire a “Mons ferax” l’origine del nome. 1035. Adelaide, figlia di Olderico Manfredi, marchese di Torino e di Susa, eredita la marca portandola in dote al terzo marito, Oddone di Moriana, figlio del Biancamano. Alla morte di Adelaide (1091), il marchesato di disgrega originando molteplici riferimenti comitali e marchionali, tra cui emergono quelli dei conti di Savoia, dei marchesi di Saluzzo e di Creva e dei marchesi del Monferrato. SEC. XI-XII. Fondazione di numerose abbazie come sostegno al prestigio delle famiglie marchionali. Le istituzioni monastiche fondate dai Cistercensi – tra cui S. Maria di Lucedio (1123, presso Trino) – occupano territori incolti, che provvedono a coltivare direttamente mediante aziende agricole, dette grange, i primi rilevanti insediamenti produttivi. 1150-1305. Gli Aleramici e con essi il Monferrato diventano protagonisti importanti della storia. Guglielmo V (1133?-1191) sposa Iulitta sorellastra del padre di Federico I Barbarossa, Imperatore che condusse una serie di guerre contro Milano e la Lega Lombarda. Al suo fianco come fedele alleato sempre lo zio Guglielmo tra i pochi Signori dell‟epoca fedeli all‟Imperatore. Ad Occimiano si svolsero gli incontri preparatori dell‟assedio contro Milano. In funzioni anti-Marchese di Monferrato ed anti-Imperiale fu fondata con l‟appoggio di Papa Alessandro III la città di Alessandria (1168). I confini dei possedimenti monferrini di Guglielmo mutavano in continuazione. In tutto questo periodo Casale seguì vicende proprie, come comune ed in lotta continua con il Vescovo di Vercelli per i tributi a lui dovuti. Gli aleramici, le cui vicende sono, per ora, abbastanza distinte da quelle del comune di Casale Monferrato, continuano a sognare un regno. Come tanti europei Guglielmo V impegnò se stesso ed i suoi figli nella II e III Crociata con motivazioni religiose ma non solo. Si distinsero in Oriente il primogenito Guglielmo (detto “Lungaspada” che sposò Sibilla regina di Gerusalemme), Corrado ed in un secondo momento anche Bonifacio I. In Oriente morirono tutti anche Guglielmo V (detto il Vecchio) nel 1191. 3 Anche altri marchesi di Monferrato tentarono più volte di accrescerà le proprie fortune territoriali in Terra Santa durante la Crociate successive. Come già accennato in precedenza, i contrasti tra il Vescovo di Vercelli e Comune di Casale unitamente al Capitolo del Duomo erano frequenti. Nel 1215 truppe alleate vercellesi, alessandrine, pacilianesi (Paciliano era l‟attuale S. Germano frazione di Casale), unitamente anche a quelle inviate dal duca di Milano attaccarono il borgo, devastando e uccidendo. Appiccarono fuoco al Duomo e gli alessandrini rubarono le reliquie del santo trafugando anche il galletto, banderuola segnavento installata sul tetto della chiesa. I capifamiglia casalaschi furono deportati ed il borgo parve declinare irrimediabilmente. Solo l‟intervento provvidenziale dell‟imperatore Federico II che concesse aiuti e fece rientrare gli esiliati salvò il Casale di S. Evasio dalla rovina. Visse in questo periodo fra Ubertino da Casale (1259 – ?) frate francescano del gruppo degli intransigenti, citato nella “Divina Commedia” e nel “Nome della rosa” di Umberto Eco. Guglielmo VII (1240-1292), il “Gran marchese” fu anch‟egli un importante protagonista delle vicende storiche del suo tempo, conseguendo prestigio e potere per il ”Monferrato” su un territorio sempre più ampio che si estese su gran parte del Piemonte e della Lombardia. Sposò Beatrice figlia del re di Castigliia. Comandò l‟esercito della coalizione contro Carlo D‟Angiò sconfitto nella battaglia di Roccavione. Morì prigioniero ad Alessandria. Il di lui figlio Giovanni I morì senza eredi, lasciando il titolo marchionale a Iolanda Irene, sua sorella e moglie di Andronico II Paleologo imperatore di Costantinopoli. Viene quindi mandato dalla madre ad assumere l‟eredità monferrina, il secondogenito Teodoro che si afferma con non poche difficoltà, divenendo l‟iniziatore della dinastia Paleologa in Monferrato. Si deve evidenziare che diventa quasi impossibile tratteggiare per questo periodo un‟organica situazione del Marchesato di Monferrato causa l‟incessante succedersi di acquisizioni e perdite territoriali che ne trasformano continuamente l‟assetto. 1306-1434. Il giovanissimo Teodoro (16 anni) sposa Argentina Spinola di Genova e con l‟aiuto del denaro genovese si afferma come marchese. Nel 1316 anche Casale offre la sua “dedizione” a Teodoro. Il Marchesato subisce l‟occupazione dei Visconti di Milano (1370 – 1404). Da questi viene restituito ai Paleologi grazie all‟importante supporto che il Marchese Teodoro II ricevette dall‟intervento del casalese Facino Cane condottiero, capitano di ventura che riportò tra l‟altro a Casale le veneratissime reliquie di Sant‟Evasio (1403), trafugate dagli alessandrini nel 1215. Nella grandiosa basilica dedicata al Santo nella città di Casale, giunge anche il prezioso Crocifisso.

Il Marchesato subì ancora una serie di evoluzioni. La massima espansione si può far coincidere con il governo di Gian Giacomo Paleologo (1395-1445) che spostò la sua capitale da Chivasso a Casale Monferrato (1434). Il territorio è diviso in due tronconi: Basso Monferrato con Casale, Trino, Moncalvo, Occimiano, Vignale, Fubine, Montemagno e Alto Monferrato con Acqui, Alba, Bergamasco, val Bormida di Spigno e la valle dell‟Erro. Divide le due parti del marchesato la valle del Tanaro tra Asti ed Alessandria. 1435-1559. Guglielmo VIII fratello di Gian Giacomo ottenne l‟erezione a diocesi della città .Con essa inizia l‟esistenza di un‟unità territoriale ancora oggi viva nel territorio monferrino. Con Bolla Pontificia di Sisto IV Casale diventa sede vescovile e con questo il Borgo diventa città e sede amministrativa del marchesato e fioriscono in tutto il territorio nuove chiese. Da ricordare la fondazione di San Domenico a Casale per adempiere ad un voto dei marchesi per propiziare la nascita di un erede maschio. Crea è oggetto di molte donazioni ed attenzioni sia di Guglielmo VIII che il fratello Bonifacio III ed il di lui figlio Guglielmo IX. Essi si dimostreranno signori illuminati, amanti delle arti e della cultura. La corte paleologa partecipa al grande movimento culturale che il Rinascimento Italiano avvierà in quegli anni.

L‟unico figlio maschio di Guglielmo IX muore giovanissimo e la Marchesa Anne D‟Alençon Valois reggente del marchesato durante il difficile periodo delle guerre tra Francia e Spagna vede, dopo la morte del figlio Bonifacio erede del marchesato, riapparire i Gonzaga di Mantova che avevano in precedenza ricusato una promessa di matrimonio tra Francesco Gonzaga e Maria Paleologa e che propongono le nozze tra Federico Gonzaga con la sorella di Maria, Margherita Paleologa, al fine di acquisire diritti ereditari sul Monferrato.

WHY IN ITALY

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Nel 1492, anno storicamente rilevante, lascia il segno anche in Monferrato. L‟editto di espulsione degli Ebrei dalla Spagna ne conduce a Casale un gruppo rilevante. La Comunità israelitica casalese aumenta e diventa prevalentemente Sefardita. Merita qui far cenno al fatto che, ancora ai giorni nostri, si discuta e si compiano ricerche circa la questione storica relativa alle origini del celebre Ammiraglio Cristoforo Colombo. Una nobile famiglia, i Colombo, possedeva il castello di Cuccaro. Da qui era partito nel 1578 Baldassarre Colombo di Cuccaro per rivendicare l‟eredità dell‟Ammiraglio il cui ultimo erede maschio (don Diego Colon y Previa) era morto a Madrid senza eredi. La questione si protrasse per molti anni e venne chiusa dal tribunale spagnolo 30 anni dopo riconoscendone il diritto ad un erede da parte di madre del suddetto Diego Colon. Non tutti si arresero asserendo che probabilmente la sentenza privilegiò la linea spagnola dell‟eredità. Ancora nel 2005 sono stati pubblicati tesi riguardanti la soluzione di questo enigma a favore della discendenza da Cuccaro, tesi suffragata comunque da documenti ritrovati nell‟Archivio di Stato di Torino. Forse non si riuscirà mai a conoscere del tutto la verità storica. Certo che questa tesi dei natali “cuccaresi” di Colombo affascina molto i Monferrini. Un altro grande viaggiatore, il conte Carlo Vidua di Conzano si occupò delle origini monferrine di Colombo. 1559-1713. Con il trattato di Cateau – Cambrésis il Marchesato di Monferrato diventa parte integrante del Ducato di Mantova. I Gonzaga impongono ai Monferrini un regime che non rispetta le secolari tradizioni di autonomia sempre conservate. Viene sventata una congiura ordita per uccidere il Duca Guglielmo capeggiata da Oliviero Capello. Nel 1574 Guglielmo ottiene il titolo Ducale per il Monferrato. Tra i Monferrini illustri da ricordare Guglielmo Caccia detto “Il Moncalvo”(1568-1625) e la sua bottega dove sviluppa anche la sua arte la figlia Orsola.Molte le opere in Monferrato. Con Vincenzo I alla fine del secolo Casale diventa la Cittadella più fortificata d‟Europa (nominata anche nel cap. XXVII dei Promessi sposi). Tutto il Monferrato paga grandissimi tributi per questa opera. La Cittadella più famosa d‟ Europa fu visitata nel 1656 anche l‟ex regina di Svezia Cristina, personaggio famoso in quegli anni per la sua cultura e personalità. Nel corso del „600 la città di Casale e tutto il Monferrato sono continuamente sottoposti ad assedi ed a passaggi di truppe che saccheggiano e devastano. Si susseguono due guerre di successione per il Monferrato dichiarate dai Savoia che da tempo anelavano al possesso del ducato e successive lotte tra Francia e Spagna che si affrontavano per motivi di dominio politico sull‟Italia (i Francesi con i Savoia da un lato e gli Spagnoli di Milano dall‟altro). Particolarmente colpiti Vignale con due saccheggi e Casale che con la sua Cittadella, che già era costata immani sacrifici economici ai casalesi, subisce ben 5 assedi. Non mancò neppure il flagello della peste che scoppiò nel giugno del 1630.

La Madonna del Pozzo a San Salvatore e la Madonna dell‟Assalto a Rosignano 15 maggio 1616: è in corso la guerra di successione del Monferrato tra il Duca di Savoia sostenuto dai francesi ed il Duca di Mantova sostenuto dagli spagnoli. Un soldato spagnolo passando nei pressi di San Salvatore cerca di bere un po‟ d‟acqua da un pozzo scavato nel terreno. Sorpreso da qualche nemico viene spinto nel pozzo. Prega la Vergine, di cui era molto devoto, e , miracolosamente, l‟acqua del pozzo si innalza fino a farlo affiorare, salvo, sul terreno. Sul luogo sorge ancora oggi il Santuario della Madonna del Pozzo. 21 aprile 1640 Casale e la sua cittadella sono assediate dalle truppe spagnole e difese dai casalesi e da un drappello di soldati francesi. Una delle poche località dei dintorni, non ancora occupate dagli spagnoli, è la rocca di Rosignano. Una batteria di cannoni viene collocata a Cella Monte e si intima la resa a Rosignano. Il presidio oppone rifiuto e viene sferrato l‟attacco. Quando la situazione sembra ormai completamente perduta un gruppo di assediati trasporta sui bastioni, dalla chiesa di Sant‟Antonio, la statua della Madonna del Rosario. Dice la tradizione che una parte dei soldati spagnoli smise di sparare ed una parte si diede alla fuga e l‟assalto venne sospeso. Si gridò al miracolo e la Madonna fu chiamata Madonna dell‟Assalto. La festa viene celebrata ogni anno il 21 aprile con celebrazioni civili e religiose. Come in parte già detto dopo un XVII sec. terribile per il Monferrato che ha subito passaggi continui di truppe straniere con assedi, massacri e devastazioni anche i rapporti tre il Duca di Savoia ed i francesi diventarono tesi. Nel 1705 i francesi conquistano la rocca di Verrua, dopo di che nel 1706 invece i Sabaudi con Vittorio Amedeo II, che ebbe il supporto delle truppe imperiali guidate dal Principe Eugenio Savoia Soisson, sventarono l‟assedio francese di Torino (episodio di Pietro Micca). Nel 1707 Le Renard, così veniva chiamato il Duca di Savoia, entra trionfante a Casale. L‟avanzata dei Savoia è inarrestabile. Nel 1708 il Duca Ferdinando Carlo di Gonzaga Nevers viene accusato di fellonia da parte dell‟imperatore e perde tutti i suoi poteri. 1713. Il Ducato di Monferrato passa al Duca di Savoia Vittorio Amedeo II. Con il definitivo passaggio al Ducato di Savoia terminano la gloriosa storia di indipendenza del marchesato di Monferrato, dei suoi Signori e dei quasi tre secoli di Casale Monferrato capitale. Fig. 9: Veduta di Casale assediata. Circa 1640 xiligrafia, firmata da Giangiacomi. Milano: raccolta Bertarelli 7 Con la pace Utrech (1713) il Basso Monferrato con Casale e Alto Monferrato con Acqui diventano territorio piemontese. Vittorio Amedeo II assume il titolo di re di Sicilia che in seguito diverrà di Sardegna. Le campagne sono comunque sempre più povere. Rifioriscono attività artistiche solo con la costruzione di chiese. Da ricordare l‟architetto casalese Francesco Ottavio Magnocavalli 1707-1789 (detto anche Magnocavallo) conte di Varengo che progettò molte chiese Monferrine: Varengo, Casorzo, Ottiglio Moncalvo, Solonghello, nonché Santa Croce (rifacimento) e palazzo Leardi a Casale e molti altri edifici civili e religiosi.

Casale, anche se privata di alcune sue peculiarità come il Senato (attuale Corte D‟Appello), vede fiorire alcuni splendidi palazzi voluti dalla nobiltà locale. Ne è uno splendido esempio la spettacolare via Mameli dove si incontrano tra altri i due palazzi Gozzani di Treville e Gozzani San Giorgio, palazzo Sannazaro e palazzo Magnocavalli.

Nel 1805 si ricorda la frase “Casale è una città di tutto riguardo” attribuita al conte Champigny, ministro di Napoleone Buonaparte, che percorreva via Mameli, preparando la visita dell‟Imperatore con la consorte Fig. 10: Moncalvo, Chiesa di Madonna delle Grazie (1758) Fig. 11: Casale Monferrato, Palazzo Gozzani San Giorgio (1778) 8 Giuseppina. Durante l‟occupazione napoleonica fu sindaco della città, o meglio Maire, Giorgio Rivetta (1753- 1826) che fu capace di salvare dalla demolizione il castello e scongiurare l‟abolizione del tribunale. Con la soppressione di tutti i conventi fu trasferita la sede municipale nel convento di Santa Croce (oggi sede del Museo Civico). Proprio durante il periodo napoleonico si ebbero notevoli ripercussioni anche nei territori piemontesi e quindi monferrini. Il Piemonte divenne territorio francese ed i Savoia ripararono in Sardegna. 1815. Con la restaurazione essi tornarono a Torino ed in Monferrato. Casale mantenne un ruolo di grande importanza nel Regno di Sardegna. Non si può dimenticare, per la rilevanza della sua opera, il casalese Luigi Canina (1795-1856). Architetto, nel 1814, giunse a Roma, dove, introdotto dal marchese Evasio Gozani di San Giorgio, entrò al servizio del principe Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte. Ottenne quindi una serie di importanti incarichi nella Roma papalina, ricevendo anche riconoscimenti dal Pontefice Gregorio XVI. Tornato a Casale per un breve periodo, salvò, con l‟aiuto di p. Antonio Rosmini fondatore dei padri rosminiani, la nostra cattedrale dall‟abbattimento già deciso. Morì a Firenze dove è sepolto, tra i grandi d‟Italia, in Santa Croce. 1848. Con il “48” anche Casale subisce le conseguenze della 1° guerra d‟indipendenza quando gli austriaci dopo aver sconfitto Carlo Alberto a Novara, dilagano anche nel resto del Piemonte ed a Casale tentano di entrare in città fermati solo da uno sparuto manipolo di soldati guidati dal valoroso tenente Carlo Vittorio Morozzo di San Michele che muore nello scontro. Per ricordare questo glorioso episodio in pz. Castello è stato eretto il Monumento alla Difesa di Casale di Francesco Porzio e il Gonfalone della città è stato insignito di medaglia d‟oro. 1870 IL REGNO D’ITALIA. Nel Risorgimento italiano Casale ed il Monferrato accompagnarono il processo di unità d‟Italia anche con il contributo di molti illustri personaggi. Certamente decisivo fu nel 1870 l‟impegno politico di Giovanni Lanza (Casale 1810 – Roma 1882) che, Presidente del Consiglio dei Ministri, diede avvio all‟operazione militare che permise, con la presa di Roma, la conclusione del processo di unità nazionale (breccia di Porta Pia). Anche Filippo Mellana (Casale 1810 – 1879) e Paolo Onorato Vigliani (Pomaro 1814 – Firenze 1900) ricoprirono incarichi ministeriali ed in parlamento.

IL PATRIMONIO DEGLI “INFERNOT”

Gli infernot sono utilizzati per la conservazione domestica delle bottiglie e rappresentano vere e proprie opere d’arte legate al “saper fare” popolare. L’area selezionata dall’UNESCO comprende le principali cave da cui si estraeva il materiale lapideo che caratterizza anche l’architettura dei pregevoli borghi d’altura. In stretta connessione sono i territori vitati, storicamente legati alla coltivazione del vitigno Barbera – qui vinificato principalmente come Barbera del Monferrato DOCG – e di altri vitigni minori comunque caratterizzanti il patrimonio di uve piemontesi.

Caratteristica comune a cantine e infernòt è l’assenza di luce e di aerazione diretta. L’infernòt si distingue tuttavia dalla cantina vera e propria, rispetto alla quale occupa in genere una posizione inferiore e svolge una funzione sussidiaria, concentrata sulla conservazione del vino imbottigliato. Gli infernòt furono costruiti quasi tutti da contadini o cavatori senza alcuna nozione di ingegneria o architettura, ma sono ancora intatti grazie alla solidità e alla particolare resistenza del materiale di scavo.

L’Infernot di Palazzo Tornielli presenta tutte le caratteristiche tipiche di questa forma architettonica con la presenza di un ampia cantina dotata di Botti in rovere di fine ottocento e a seguire un meraviglioso Infernot scavato direttamente nel Tufo. Lo spazio recentemente ristrutturato è l’ideale per aperitivi o incontri conviviali volti alla riscoperta di tradizioni e culture caratterizzanti il territorio del Monferrato.

Da non perdere la visita al grande infernot che sorregge mezza piazza del campo di tamburello e a quello del Circolo comunale che al termine del percorso evidenzia un buco sulla volta. Ha il diametro di mezzo metro da cui calava il contrappeso del ponte levatoio dell’abbazia. Ma questa è un altra storia, nata circa 5-7 milioni di anni fa con l’emersione di fanghi d’argilla, marna, calcare e, solo in una ristretta fascia del Basso Monferrato, di un particolare sedimento saliceo-calcareo detto «pietra da cantoni». Una storia tutta da vedere, non senza degustare un sorso di Barbera e Grignolino, gemme preziose lì custodite.

STORIA DEL VINO IN PIEMONTE

I vini del Piemonte: un lungo viaggio tra storia, cultura, millenarie tradizioni e stupendi paesaggi di lunghe distese di vigneti. Le origini della viticoltura piemontese risale alla media età del Bronzo, intorno al 1500 a.C., ma un contributo significativo lo si deve alla colonizzazione romana, infatti in Piemonte troviamo due interessanti stele funerarie del I secolo d.C. che rappresentano nella decorazione un venditore di vino, segno evidente dell’importanza del commercio vinicolo nella regione.

MAPPA DEL VINO

MAPPA DEL VINO

Il panorama ampelografico della prima metà dell’800 era segnato da una grande complessità e da una certa confusione. Ci si rendeva conto della difficoltà di destreggiarsi tra i vitigni, i loro nomi, i loro sinonimi locali, i termini dialettali, c’era incertezza su quali fossero i più adatti alla vinificazione, su quale fosse la loro produttività, la loro adattabilità alle condizioni pedoclimatiche. L’esigenza di un miglioramento delle conoscenze fece nascere in ambito piemontese diversi studi ampelografici e varie sperimentazioni viticole. I nomi che spiccano in questo campo sono quelli del conte Nuvolone Pergamo, del marchese Filippo Asinari di San Marzano, del marchese Leopoldo Incisa della Rocchetta, di Leardi e Demaria e, naturalmente, quello del conte Giuseppe di Rovasenda, che diventò celebre in tutta Europa.

Le vigne del Monferrato, accuratamente coltivate, erano una delle poche zone dove a partire dal 1840 era iniziata la lenta diffusione dell’uso del filo di ferro. In Piemonte la prima utilizzazione del filo di ferro su scala importante si deve al farmacista Martino Moschini, assistente di fisica al collegio di Novara. A Barolo quest’uso apparve nel 1850, al posto delle tradizionali pertiche e canne orizzontali. Tuttavia non avendo ancora idee sufficientemente chiare su questa pratica, gli inconvenienti riscontrati indussero ad abbandonarla per almeno un decennio. A partire dal 1860, i proprietari sperimentarono la novità applicandola in diversi modi. C’era chi tirava un solo filo, chi persino tre. Il conte di Mirafiori nella sua celebre tenuta di Fontanafredda aveva adottato il sistema a tre fili e sopra il più basso metteva una cannetta per evitare lacerazioni ai germogli. Presso un suo podere di La Morra il dottor Matteo Ascheri ideò una palizzatura che univa la pratica tradizionale e l’innovazione. Aveva predisposto ai capi del filare due robusti pali fra i quali aveva tirato due fili di ferro a una distanza di 50 cm. Sotto ai fili erano piantati diversi corti pali di sostegno affioranti 70 cm dal terreno. Tutti questi pali erano uniti alla sommità da una lunga traversa inchiodata. La vite si legava con un vimine al palo tutore e si faceva passare sopra la traversa, con la punta rivolta all’ingiù. I nuovi tralci man mano che si allungavano si legavano al primo, poi al secondo fil di ferro. Sempre con la mente necessariamente rivolta al contenimento delle spese, si sottolineava che i pali ai capi dei filari dovevano essere nuovi, mentre i paletti di sostegno potevano anche essere gli “scaluss”, ovvero i pali già usati.barolo

Primo Congresso enologico italiano

Tutti i soggetti legati alla viticoltura e all’enologia rivestivano un grande interesse economico e sociale, cosicché il Comizio Agrario di Torino ritenne necessario uno scambio di idee pubblico, in modo da diffondere le buone pratiche di vinificazione e migliorare in modo sensibile la qualità dei vini. Propose quindi che, in occasione dell’annuale Fiera di Carnevale di Torino si tenesse un Congresso Enologico. Nel febbraio 1875, sotto la presidenza del Conte Ernesto di Sambury, si svolse nel capoluogo piemontese il I° Congresso Enologico Italiano. Fu l’occasione di confrontare i diversi punti di vista sul futuro dell’enologia, sia da un punto di vista tecnico che commerciale.

Fondazione della scuola enologica di Alba

Nel 1881 l’esigenza di formare del personale tecnicamente preparato e specializzato nell’ambito del vigneto e della cantina portò alla fondazione della Scuola di Viticoltura ed Enologia di Alba. All’atto della sua istituzione la scuola possedeva un podere in collina di circa sei ettari coltivato per lo più a vigna, con un caseggiato rustico, una cantina, una tinaia. Il suo primo direttore fu il professor Domizio Cavazza, docente preparato ed entusiasta che offrì un grande contributo non solo all’affermazione e ai progressi della Scuola, ma diede anche impulso alla sperimentazione di nuove tecniche nell’ambito della viticoltura e dell’enologia locale. Il suo nome è inoltre legato alla creazione della tipologia secca del Barbaresco. La scuola albese oltre all’insegnamento impartito agli alunni diede istruzioni ai viticoltori per combattere la peronospora, la tignola dell’uva, diffuse la pratica dell’innesto e dell’ibridazione delle viti americane con le viti locali. Nel 1889 si dotò di un laboratorio chimico per l’effettuazione delle analisi enologiche, dei terreni e dei prodotti della viticoltura. Il laboratorio funzionava anche per conto terzi. Dal 1886 la Scuola ospitò una Mostra permanente di Macchine agrarie, allo scopo di diffondere la conoscenza delle diverse macchine utilizzabili in agricoltura, con speciale riguardo alla viticoltura e all’enologia.

Gianduja

Nei primi tempi dell’occupazione napoleonica nacque la maschera popolare destinata a diventare famosa: Gianduja, con tricorno, codino, giubba marrone orlata di rosso, calzoni verdi e calze rosse. Aveva un carattere sagace, satireggiava volentieri, perciò i Francesi non lo amavano, vedendolo come un oppositore. Ma oltre al suo spirito patriottico Gianduja era contraddistinto da un’indole allegra, generosa ed era sempre pronto a brindare con la sua douja piena di buon vino.

La trasformazione agraria dell’epoca napoleonica

L’epoca napoleonica fu un periodo di importanti trasformazioni della proprietà agraria. I cambiamenti erano già iniziati all’inizio del 1700 con la politica sabauda che mirava a ridurre le immunità feudali ed ecclesiastiche. L’attacco alle immunità doveva portare a valorizzare il reddito agrario rispetto a quello puramente di proprietà. In effetti il reddito dei terreni allodiali era superiore a quello delle terre fiscalmente privilegiate. A partire dal giugno 1800 il governo francese indisse numerose vendite di beni ecclesiastici dichiarati nazionali. La maggior parte degli acquirenti era costituita da ceti medio-alti, con un’ampia percentuale di professionisti, commercianti e di un buon numero di borghesi che avevano già come unica attivitàquella di proprietari terrieri. Accanto a questi si registrava naturalmente la presenza della nobiltà fondiaria e dell’aristocrazia della corte e dell’esercito.

Cavour

Nell’ottobre del 1850 Camillo Benso conte di Cavour entrò nel ministero d’Azeglio come ministro dell’Agricoltura, Commercio e Marina. Le sue conoscenze tecniche e gestionali, maturate a Leri e a Grinzane, si rivelarono proficue al suo nuovo incarico: la produzione di riso, olio e vino aumentò, l’agricoltura piemontese conobbe anni positivi. Il 19 aprile 1851 Cavour aggiunse il ministero delle Finanze a quello dell’Agricoltura e Commercio. Poi divenne primo ministro: in quel periodo si attuò la riforma generale delle tariffe doganali e del commercio con l’estero.

I primi trattati commerciali furono stipulati con il Belgio e l’Inghilterra. Seguirono Grecia, Zolverein, Svizzera e Paesi Bassi. Il 18 ottobre 1851 si firmò un trattato con l’Austria, che stabiliva una riduzione delle tariffe sull’esportazione dei vini piemontesi. Un accordo commerciale dello stesso tipo stipulato con la Francia il 14 febbraio 1852, permetteva un’esportazione più facile di olio, bestiame e formaggi piemontesi, in cambio di una riduzione dei dazi di importazione sui vini francesi.


 

La viticoltura mirata alla qualità più che alla quantità del prodotto, è stata dettata dalla particolare conformità morfologica del territorio e dalle condizioni ambientali di regione ai piedi delle montagne. Ciò ha anche permesso alla regione di essere riconosciuta a livello mondiale come zona vinicola di grande importanza grazie ai suoi 46.500 ettari di superficie vitata che rappresenta circa il 7% del vigneto Italia.

Il Piemonte può vantare 18 docg e 42 doc che rappresentano l’85% della produzione regionale. Il suo patrimonio ampelografico dispone di un grande numero di vitigni, il Barbera con 16 mila ettari è il vitigno più diffuso sul territorio regionale (35%) seguito da Moscato, Dolcetto e Nebbiolo. Sono presenti poi numerosi vitigni autoctoni minori come Avanà, Ruchè, Timorasso, Quagliano su cui si concentrano alcune iniziative per incrementarne la superficie coltivata e migliorarne il livello qualitativo.

Numeri che le politiche regionali hanno potenziato attraverso percorsi di valorizzazione: nel 1980 attraverso la costituzione delle Enoteche regionali e delle botteghe del vino, strutture che sono finalizzate alla valorizzazione del vino e del territorio di produzione. In aggiunta sono state create le Strade del Vino, ben 7 percorsi destinati a fare conoscere le zone vitivinicole, e precisamente Strada del vino del Canavese, dell’alto Monferrato, Astesana, Colli tortonesi, Barolo e dei grandi vini di Langa e l’ultima nata la reale strada dei vini di Torino.

Questi tracciati attraversano le maggiori zone vitivinicole piemontesi:
Canavese, l’area settentrionale della regione che comprende le province di Biella, Vercelli, Novara e Verbano Cusio Ossola è meno conosciuta nonostante il vitigno Nebbiolo sia largamente utilizzato per produrre Ghemme, Gattinara, Carema nella parte occidentale ed in prossimità della valle d’Aosta. Una interessante uva a bacca bianca di questa zona è l’Erbaluce, capace di produrre anche un passito straordinario.

Langhe suddivise in bassa, alta e Langa astigiana: una vasta zona collinare, tra Asti e Cuneo sulla destra del fiume Tanaro, caratterizzata dalle caratteristiche colline allungate, dove si coltivano principalmente Barbera, Nebbiolo, Dolcetto e Moscato e si producono vini come il Barolo ed il Barbaresco. Sulla sinistra del fiume Tanaro, il Roero, anche qui l’uva più diffusa è Il Nebbiolo, tuttavia importante è l’Arneis e la Favorita.

Nella parte sud-orientale della regione troviamo il Monferrato, tra Asti ed Alessandria, che può ancora essere suddiviso in basso Monferrato d’Asti che comprende tutti i comuni della provincia di Asti, il cui vitigno più celebre è il Moscato bianco, con cui si produce l’Asti spumante; Monferrato casalese e prima di arrivare all’Oltrepo pavese, si estendono i Colli Tortonesi dove troviamo Cortese e Timorasso.

La collina torinese che collega il basso Monferrato a Torino produce Freisa, Bonarda, Malvasia nera e il Cari. Più a nord troviamo la Valle di Susa ed il Pinerolese con i suoi vitigni rari come Avanà e Neretta, Avarengo e Doux d’Henry.


ALTA LANGA METODO CLASSICO – Le bollicine di classe.
Piace molto ed è particolarmente indovinato, il claim della campagna, che recita “orgoglio piemontese”, perché credo che i piemontesi debbano essere davvero orgogliosi di questa denominazione bollicinara piemontese che designa metodo classico esclusivamente millesimati con almeno 30 mesi di affinamento sui lieviti da uve, a predominanza Pinot nero, con una parte minore di Chardonnay, coltivate in collina e alta collina, in provincia di Alessandria, Asti e Cuneo.
Trovo giusto che i miei amici “piemunteis”, che sono stati storicamente i primi a produrre in Italia vini prodotti con la tecnica champenoise della rifermentazione in bottiglia cerchino di recuperare il tempo perduto e proporsi, con una produzione ancora piccola, circa 300 mila bottiglie proposte da una decina di soggetti produttivi, all’attenzione degli appassionati. E non trovo casuale né sbagliato, né tantomeno “provinciale”, che con questi numeri la campagna pubblicitaria che parte ora si rivolga ai potenziali acquirenti, semplici appassionati o addetti ai lavori come enotecari e ristoratori, piemontesi.
In moltissime carte dei vini, splendidamente fornite, dei ristoranti di Langa e Roero trovano (giustamente) spazio svariate etichette di metodo classico italiani (soprattutto Franciacorta) e di Champagne. Sarebbe cosa buona e giusta se questi stessi ristoratori che danno spazio, accanto a grandi rossi locali base Barbera, Dolcetto, Nebbiolo, alle “bollicine” che vengono da fuori dessero spazio, perché svariati prodotti lo meritano, anche ai metodo classico dell’Alta Langa docg.
Una denominazione che rimarrà per diversi anni ancora di nicchia, e che potrebbe crescere (escludendo però lo sviluppo di zone come Franciacorta e Trentino) se accanto agli attuali aderenti a questo piccolo Consorzio si andassero ad aggiungere altri produttori che attualmente realizzano una microproduzione molto parcellizzata. Proposta attualmente in maniera generica come spumante Vsq o vsqprd, che non si avvale di una denominazione peculiare. Oppure in qualche caso si avvale di una denominazione non precisamente di grande allure come la Doc Piemonte Spumante.
Nulla mi impedisce di pensare che in futuro anche un grande nome come Bruno Giacosa, se la Docg Alta Langa crescesse, invece di approvvigionarsi per i suoi eccellenti Extra Brut in Oltrepò Pavese potrebbe piantare un paio di ettari di Pinot nero in Langa. Diverso il caso di chi invece, per i propri metodo classico, come ad esempio Erpacrife ha scelto la strada, legittima, della produzione di vini a base Nebbiolo in purezza.
Il disciplinare attuale dell’Alta Langa Docg limita l’uvaggio ai soli Pinot nero e Chardonnay e non credo si potesse fare diversamente, visto che dalla Champagne in poi in tutto il mondo i metodo classico si producono prevalentemente con queste uve. E non penso che l’Alta Langa avrebbe dovuto puntare sul Nebbiolo come base per le sue “bollicine”. Magari si potrebbe rivedere il disciplinare e consentire l’utilizzo, accanto a Pinot nero e Chardonnay, anche del Nebbiolo.

Chi invece mi sembra debba percorrere tanta strada, salvo che per un vino, il Blanc de Blanc da 100% uve Chardonnay provenienti dalla zona di Costigliole d’Asti, che al momento avrebbe tutte le carte in regola per esserlo, per diventare eventualmente Alta
Al momento, da quello che si può leggere dalle schede dei vini presenti sulle pagine Web,  tutti i vini , tranne il Rosè ed il Blanc de Blancs, sono un assemblaggio di circa 80 % di Pinot Noir e 20% di Chardonnay.
Ecco perché mi sembra un po’ arrischiato e corrisponde ad un’idea della geografia molto personale, che la proprietà attuale della Contratto si proponga, sul sito Internet e su pubblicità via manifesto affisse in giro per la regione, come “Le bollicine piemontesi”. Quantomeno bisognerebbe aggiungere anche la dicitura “e oltrepadane”.
Ecco perché l’orgoglio piemontese per le bollicine metodo classico mi sembra dover essere appannaggio esclusivo dell’Alta Langa Docg e non di altri…
Negli anni successivi sono usciti un blanc de blanc ed un rosè entrambi Brut Zero senza aggiunte di liqueur. Da due anni i Metodo Classico dell’azienda riportano la dicitura MADE IN LANGA a voler sottolineare e rafforzare la propria origine.
Spero possano presto entrare nel cartello dell’Alta Langa Docg.

Note tecniche Alta Langa metodo classico:

Vitigni con cui è consentito produrlo:

Pinot nero e/o Chardonnay minimo 90% e altri vitigni non aromatici idonei alla coltivazione nella regione Piemonte.

Tecniche di produzione

Sono ammessi solo vigneti collinari (altitudine non inferiore a 250 m s.l.m.

Per i nuovi impianti e i reimpianti la densità non può essere inferiore a 4.000 ceppi/ha.

Le forme di allevamento consentite sono il Guyot tradizionale ed il cordone speronato.

È vietata ogni pratica di forzatura, ma è consentita l’ irrigazione di soccorso.

Tutte le operazioni di vinificazione debbono essere effettuate nella zona DOC. È consentita esclusivamente la rifermentazione con il metodo classico metodo champenoise.

La durata del periodo di elaborazione in azienda non può essere inferiore ai trenta mesi a decorrere dalla vendemmia.

Caratteristiche organolettiche:

spuma: fine e persistente; colore: da giallo paglierino tenue ad oro intenso; odore: fragrante, complesso, caratteristico della rifermentazione in bottiglia; sapore: sapido, fine ed armonico;

Informazioni sulla zona geografica:

La produzione dei vini spumanti sotto la denominazione Alta Langa include una vasta area del Piemonte che abbraccia tre province formando una lunga fascia collinare nelle province meridionali del Piemonte alla destra del fiume Tanaro. L’ambiente di coltivazione da la preferenza alle aree a moderata insolazione, dotate di buone escursioni termiche e con umidità relativa contenuta. Normalmente a tali ambienti corrisponde un indice bioclimatico (Huglin) compreso tra 1700 e 1800,con la fascia altimetrica oscillante tra 280 e 550 metri sul livello del mare. Gli ambienti viticoli piemontesi manifestano, a fianco di una variabilità pedologica non troppo accentuata, una considerevole alternanza di situazioni climatiche e colturali. I terreni marnosi devono essere calcareo-argillosi, a fertilità moderata, con giacitura esclusivamente collinare e con l’esclusione di quelli di fondovalle, umidi e pianeggianti. L’altitudine non deve essere inferiore a 250 metri sul livello del mare.

Cenni storici:

Attorno al 1850, il Marchese Leopoldo Incisa aveva incluso diversi vitigni francesi nella sua collezione ampelografica localizzata nei vigneti di Rocchetta Tanaro, in quella che allora era la provincia di Alessandria (che includeva anche Asti). Questi vitigni non incontravano, però, molto favore soprattutto presso i viticoltori. L’avversione dei contadini verso i vitigni stranieri era testimoniata ancora verso la fine del secolo dalle lamentele del proprietario succeduto al Marchese Incisa, che non trovava alcun agricoltore disposto a coltivarli. In realtà, a metà dell’800, non mancavano in Piemonte impianti di Pinot. Già dai primi decenni del 1800 i Conti di Sambuy avevano incominciato ad introdurre alcuni rinomati vitigni francesi con il preciso scopo di migliorare la produzione vinicola locale. Carlo Gancia, però, aveva favorito la diffusione dei Pinot e Chardonnay tra i viticoltori del circondario di Canelli per averne una certa quantità da impiegare nella produzione dei suoi spumanti. Con il Progetto Spumante Metodo Classico in Piemonte, del quale la denominazione “Alta Langa” è nata, l’industria spumantistica piemontese ha reso al suo territorio un contributo di impegno economico e tecnologico prezioso ad una vocazionalità che per decenni era rimasta inespressa al di fuori del mero ambito scientifico. Si è dimostrato che le colline piemontesi dove la vite aveva nel tempo sedimentato una presenza significativa e duratura, disponevano anche della vocazione per le varietà specializzate alla produzione di spumanti Metodo Classico, secondo un modello di sviluppo che affiancasse di continuo all’enunciazione teorica la sperimentazione pratica. La stessa strategia della vendemmia, basata essenzialmente sulla manualità dell’operazione e sulla raccolta esclusiva delle uve in piccole cassette forate utilizzate anche per il convogliamento alla vinificazione, comporta un impegno specifico, a volte anche rilevante che ripaga con un prodotto che rappresenta gli spumanti piemontesi eccellenti nel mondo.


LANGHE E MONFERRATO HOSPITALITY

In Piemonte, ad un’ora di viaggio da Milano, Torino e Genova e poco più distante dai confini con la Francia e la Svizzera, tra le Alpi ed il Mar Ligure, ci sono la provincia di Alessandria e la provincia di Asti, che rappresentano uno dei cuori culturali, artistici ed economici del Piemonte. L’ospitalità in questa regione e la qualità del servizio è di altissima qualità e richiama, ogni anno, milioni di turista da ogni parte del mondo.

È una terra da attraversare, con lentezza e attenzione, poiché l’accoglienza e l’ospitalità eguagliano la bellezza dei paesaggi. Montagna, fiumi e colline dove fermarsi per conoscere e apprezzare, attraverso il racconto discreto delle cose e delle persone, uno stile di vita che si rivela nelle tradizioni, nella storia dell’arte, nella ricchezza della cucina, nelle acque termali.

La primavera e l’estate sono i periodi migliori per chi desidera godere dei paesaggi più suggestivi e dedicarsi ad attività sportive all’aria aperta. Autunno ed inverno, invece, sono i mesi prediletti dai buongustai che potranno assaporare, in abbinamento ai pregiati vini, i prestigiosi “frutti” del territorio: tartufi, funghi, castagne, nocciole.

Cercheremo, anche se a fatica, di indicare i siti che secondo noi possono dare una mano nella scelta anche se, data la vastità del territorio e le innumerevoli situazioni offerte da queste zone rischiamo di risultare una goccia nel mare.

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GASTRONOMIA E PRODOTTI TIPICI

 

E’ praticamente impossibile elencare i prodotti e i piatti tipici di una regione dove essi sono innumerevoli, ne dimenticheremmo di certo molti. Per non sbagliare, proprio come per i vini ci limitiamo a citare il Re, come nel caso del Barolo, cioè il Tartufo bianco d’Alba.

IL TARTUFO

Plutarco azzardò l’affermazione alquanto originale che il “tubero” nascesse dall’azione combinata dell’acqua, del calore e dei fulmini. Simili teorie, condivise o contestate anche da Plinio, Marziale, Giovenale e Galeno, avevano come unico risultato quello di generare lunghe diatribe.

Molto probabilmente il loro “tuber terrae” non era il profumato tartufo di cui noi oggi ci occupiamo, bensì la “terfezia Leanis” (Terfezia Arenaria) o specie consimili. Esse abbondavano, allora più di oggi, in Africa Settentrionale ed in Asia Occidentale, raggiungendo il peso di tre-quattro chilogrammi; è comprensibile che fossero molto apprezzate (al punto da essere chiamate “il cibo degli dei”), visto che a quei tempi erano del tutto sconosciuti i tuberi di origine americana, quali la patata ed i tapinambur.

Il Tuber magnatum Pico non entrò mai a far parte delle raffinatissime ricette romane, nonostante Roma ebbe per imperatore anche un cittadino albese, Publio Elvio Pertinace. I tartufi che deliziavano i palati dei patrizi romani erano scadenti solo nella qualità, perché, per quanto riguardava il prezzo, questo era salatissimo. Lo scrittore Apicio nel suo “De Re Coquinaria” inserì sei ricette al tartufo nel VII libro, quello che trattava le pietanze più costose.

Nel frattempo, gli studi sul tartufo si moltiplicarono. Plinio il vecchio lo definì “callo della terra”, mentre Giovenale si infatuo’ a tal punto da affermare che “era preferibile che mancasse il grano piuttosto che i tartufi”.

Il tartufo evitò per tutto il Medioevo le mense frugali dell’uomo e rimase il cibo di lupi, volpi, tassi, maiali, cinghiali e topi. Il Rinascimento rilanciò il gusto della buona tavola ed il tartufo si mise in marcia per conquistare il primo posto tra le pietanze più raffinate. Il tartufo nero pregiato apparve sulle mense dei signori francesi tra il XIV ed il XV secolo, mentre in Italia in quel periodo si stava affermando il tartufo bianco.Nel ‘700, il tartufo Piemontese era considerato presso tutte le Corti europee una prelibatezza.
La ricerca del tartufo costituiva un divertimento di palazzo, per cui gli ospiti e gli ambasciatori stranieri in visita a Torino erano invitati ad assistervi.Da qui forse nasce l’usanza di utilizzare per la cerca un animale elegante come il cane, al posto del maiale, utilizzato soprattutto in Francia.Tra la fine del XVII ed inizio del XVIII sec., i sovrani Italiani Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III si dilettavano nell’organizzare vere e proprie battute di raccolta. Un episodio interessante riguarda una spedizione tartufiera avvenuta nel 1751 ed organizzata da Carlo Emanuele III presso la Casa Reale d’Inghilterra. Durante la giornata, furono trovati diversi tartufi, ma erano di valore estremamente inferiore rispetto a quelli Piemontesi.logo-giuliano-tartufi

Il Conte Camillo Benso di Cavour, durante la sua attività politica, utilizzò il tartufo quale mezzo diplomatico, il compositore Gioacchino Rossini lo definì “Il Mozart dei funghi”, mentre Lord Byron lo teneva sulla scrivania perché il profumo lo aiutasse a destare la sua creatività e Alexandre Dumas lo definì il Sancta Santorum della tavola.

Nel 1780 venne pubblicato a Milano il primo libro riguardante il Tartufo Bianco d’Alba, battezzato col nome di Tuber magnatum Pico (Magnatum – ossia dei “magnati”, per persone abbienti, mentre Pico si riferisce al piemontese Vittorio Pico, il primo studioso che si occupò della sua classificazione).

Un naturalista dell’orto botanico di Pavia, il Dottor Carlo Vittadini, pubblicò a Milano nel 1831 la “Monographia Tuberacearum”, la prima opera che gettò le basi dell’idnologia, la scienza che si occupa dello studio dei tartufi, descrivendone 51 specie diverse.

Lo studio dei funghi ipogei fu in seguito approfondito dai ricercatori italiani ed attualmente in Italia, ed in particolare in Piemonte, risiedono i migliori centri di studio.


La Banca del Vino e UNISG University of Gastronomic Sciences

Pollenzo BRA (CN)

Il 30 aprile ha aperto a Pollenzo la Banca del Vino. Si tratta di un’istituzione unica nel suo genere e destinata a cambiare approccio col pianeta vino.
Nelle storiche cantine che hanno assistito alla prima codificazione dei moderni metodi di vinificazione dei grandi rossi piemontesi ad opera di Francesco Staglieno, su una superficie di 2500 mq, saranno stoccati i vini delle più prestigiose firme dell’enologia nazionale.

BANCA del VINO


Sono 300 nomi scelti con la massima attenzione per la qualità del prodotto da un’apposita commissione. Il 50% delle aziende selezionate è piemontese, in omaggio alla “piemontesità” di Pollenzo e del suo complesso storico-culturale; l’altra metà è costituita dai nomi principali delle più blasonate aree di produzione italiane.
La Banca del Vino funzionerà come un vero e proprio museo del vino d’eccellenza: con percorsi di visita per il pubblico, quindi, con un sistema interattivo di audioguide in 5 lingue (pronto entro il primo anno), un sito Internet dedicato alle aziende della Banca e ancora – e soprattutto – con una dinamica e costante attività di promozione dell’immagine e della cultura enologica.
Da questo punto di vista la Banca del Vino organizzerà degustazioni, stages, verticali con annate ormai introvabili, week-end enologici a Pollenzo, offerte di vendita per i soci (oltre 700) della Banca del Vino.
Alle cantine partecipanti si chiede un gettito annuale, sotto forma di deposito, di 180 bottiglie all’anno, spalmate su un massimo di tre etichette aziendali proposte anche in formato magnum.
Si comincerà stoccando 60.000 bottiglie e ogni anno aumenteranno dello stesso numero fino ad un massimo di 200.000. Queste bottiglie, di proprietà del produttore, entrano in questo modo a far parte del circuito promozionale della Banca del Vino con, in aggiunta, la possibilità di essere prenotate.


La prenotazione di vino presente nella Banca costituisce una sorta di “acquisto dilazionato”: l’acquirente diventa il nuovo proprietario del vino ma si impegna a tenere stoccate le bottiglie nelle cantine di Pollenzo per un periodo determinato.
Proprio in questo sta la grande differenza concettuale della Banca del Vino rispetto a tutte le strutture commerciali o promozionali: la filosofia di fondo è creare quella memoria storica del vino italiano che ad oggi non esiste, se non in forma molto “casalinga”, nelle cantine di qualche collezionista o degli stessi produttori.

UNIVERSITA’ degli STUDI di SCIENZE GASTRONOMICHE


Pollenzo offre, con la sua Banca del Vino, la possibilità di costruire un passato a un settore che guarda per sua natura al presente e al futuro. Lo fa con tutta l’esperienza e l’autorevolezza acquisite da Slow Food in campo enologico, un’autorevolezza oggi riversata nell’istituzione Banca del Vino, che lavorerà con un proprio staff, un proprio ufficio, una propria forma giuridica autonoma nell’ambito delle diverse realtà insistenti sull’Agenzia di Pollenzo.

ALBERGO dell’AGENZIA


firma-cella

 

Marchesi del Monferrato

Marchesi del Monferrato